Visualizzazione post con etichetta insegnante. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta insegnante. Mostra tutti i post

lunedì 19 ottobre 2009

Dare continuità e vita ad una tradizione

Da tempo mi chiedo come sia possibile dare continuità e vita ad una tradizione come quella del Wing Chun, al di là della famiglia di appartenenza. Alcuni sostengono che per tenere in vita questo sistema ci sia bisogno di creare Scuole in tutto il mondo, che facciano uscire fuori almeno 10 tecnici all'anno. Altri pensano che sia ormai arrivato il momento di lasciar morire un sistema commercializzato, ma non recepito nel suo profondo. Pochi ritengono che questo non sia un problema e continuano ad essere felici che le proprie palestre si riempiano ogni anno di nuovi studenti, senza considerare che, nel frattempo, si svuotano dei più vecchi.

L'importanza di avere Insegnanti e Maestri qualificati penso sia la base da cui partire per il nostro discorso. Una didattica comune ed una certa conoscenza della propria tradizione dovrebbero essere i punti fermi sui quali costruire le generazioni presenti e future. Molti non capiscono che non è la ricerca del numero degli allievi che ci dovrebbe spingere, ma la preparazione degli stessi, al di là del loro numero.

Sarà che in Italia gli Insegnanti aprono corsi nelle palestre tanto per arrotondare un po' lo stipendio, ma sta di fatto che le politiche commerciali portate avanti sinora dalla gran parte non hanno fruttato come si pensava, perché non mi pare che ci sia stata un'esplosione di nuovi Insegnanti, come alcuni avevano sperato. O, meglio, seppur s'è visto un certo incremento quantitativo, abbiamo assistito ad un decremento qualitativo. Qui sta il punto.

Penso che in Italia ci sia bisogno di comprendere appieno l'importanza dei sistemi d'insegnamento nelle Scuole, della didattica, oltre a ciò che viene insegnato  nelle stesse. Guardiamo anche al come viene insegnato.

Una buona Scuola di Arti Marziali dovrebbe tirare fuori almeno un ottimo Insegnante all'anno, perché, nel caso contrario, ci troviamo di fronte ad una Scuola con problemi strutturali o didattici o relativi agli Allievi. Quando ci troviamo di fronte a corsi in cui dopo 5-6  anni ancora ci sono studenti che non conoscono la Chum Kiu preoccupiamoci. Lì c'è qualcosa che non va.

L'importante è scegliere uno standard molto alto per i proprio studenti e poi adattarsi a quello standard per trovare una giusta mediazione tra tempo di studio, allenamento ed esami. Nessuno deve andare di corsa, ma non si deve più ripetere il caso (non così raro) per cui uno studente sta 10-12 anni appresso al suo Insegnante, senza raggiungere risultati ottimali.

Probabilmente per mantenere in vita questo sistema per le prossime generazioni dovremo lavorare parecchio sulle vecchie e su queste che stanno iniziando ora. Dobbiamo togliere il marcio, svelare gli arcani e sputtanare (termine sdoganato, ormai) gli impostori. Continuo anche a ritenere valido il motto per cui "un buon Maestro si vede dai suoi Allievi", sarà anche per questo che diffido sempre di quelli che mostrano solo le loro qualità e non quelle dei loro Studenti.

venerdì 3 luglio 2009

Materiale didattico e rapporto Insegnante-Allievo II

Riprendiamo il discorso di ieri. L'Insegnante deve tener conto delle diverse tipologie di Allievi in termini capacità di apprendimento, nonché delle diverse abilità pregresse, così come delle varie corporature, etc. La metodologia dell’insegnamento deve combinare tecniche e modalità diverse fra di loro, anche opposte, per coprire la maggior parte delle tipologie.

Nell’insegnare una postura o un movimento, oltre ad una spiegazione razionale, scientifica, va affiancato un approccio intuitivo e sensitivo possibilmente basato su esperienze corporee già interiorizzate. Si può ricorrere ad immagini o forme verbali, che suscitino nell’allievo sensazioni immediatamente riscontrabili nel proprio corpo. La “spiegazione” deve estendersi a 360 gradi; la capacità dell'Insegnante si riscontra anche da questo e non soltanto dalla sua co
mpetenza o abilità tecnica.

L’Allievo, da parte sua, deve interpretare per sé tale percorso, partendo dalla manifestazione scaturita dall’applicazione dei Principi. Deve sapere qual è il modo migliore per lui di apprendere e valorizzarlo, lasciarsi “penetrare” o meglio “permeare” dall'Insegnante, pur mantenendo la propria identità e personalità. Si devono creare le condizioni migliori per uno scambio “osmotico” fra Insengante ed Allievo, ma anche fra Allievo anziano (o fratello maggiore) e Allievo giovane (o fratello minore); lo spirito di collaborazione ed una sincera voglia di apprendere con un buon pizzico di umiltà e pazienza completano l’atmosfera nella quale viene a crearsi il processo di apprendimento. Infine, l’allievo deve studiare e capire per interiorizzare i Principi.

Nell’osservazione e nella ripetizione dei movimenti compiuti dall'Insegnante l’Allievo attraversa una fase di imitazione nella quale la manifestazione esterna del movimento costituisce soltanto una faccia del movimento complessivo. Infatti, le persone sono sostanzialmente simili fra loro nella media, pertanto non vi saranno differenze significative nella manifestazione corporea del principio applicato. Ma se, ad esempio, abbiamo un Insegnante di piccola statura che esegue posizioni molto basse relativamente alle nostre dimensioni, il volerlo imitare solo dall’esterno richiederebbe uno sforzo inutile oltre che dannoso nel cercare di raggiungere le sue prestazioni.

giovedì 2 luglio 2009

Materiale didattico e rapporto Insegnante-Allievo I

Quanta importanza riveste l’ausilio di materiale didattico nel processo di apprendimento (come dell'insegnamento) di un'arte marziale? Come si passa dalla lettura, dalla visione e dallostudio di un testo, di un dvd o di un articolo di Arti Marziali all’apprendimento di un principio, di un movimento o di un concetto?

Le problematiche che emergono dalla formulazione di queste domande determinano la necessità di chiarire un concetto fondamentale: la parola (scritta o parlata) deve essere collegata al corpo, al gesto, al movimento, seguendo un percorso preciso: dall'acquisizione dell’informazione da un materiale (es. libro o audio-video) all'interpretazione; solo dopo si può avere la comprensione intellettuale, poi quella gestuale e, infine, l'efficacia gestuale.

Secondo me è necessario sviluppare un percorso didattico che affronti le difficoltà di insegnamento e di apprendimento nella trasmissione di un sapere che non è soltanto cerebrale, ma anche vissuto sul proprio corpo in quanto ogni corpo ha proprie capacità e potenzialità percettive.


Ciò significa che ognuno di noi deve filtrare ed elaborare ciò che vede e sente, non prendendo tutto per oro colato. Si deve far tesoro della propria esperienza diretta, non di quella di altri, perché ognuno di noi ha una propria fisicità, una predisposizione per un certo tipo di distanza di lotta o per un certo tipo di tecnica. Bisogna fidarsi delle proprie esperienze più che delle parole di qualcuno.

Nel processo di apprendimento (o di insegnamento) è fondamentale conoscere, per l’Allievo, e riconoscere, per l'Insegnante, i Principi che sono all’origine dell'arte marziale, sopratutto per quelle cosiddette “interne”. Per l'Insegnatne si tratta di tradurre costantemente i Principi nella loro manifestazione corporea.

Bisogna far capire che i Principi (per definizione) sono uguali per tutti, ma la loro manifestazione nel corpo può variare a seconda della persona e dello stile praticato e quindi, dell'Insegnante, non va copiato soltanto il movimento ma ne va compreso il percorso interpretativo dal Principio alla sua manifestazione.

martedì 23 giugno 2009

Chi è il Sifu?

Nella mia pur breve esperienza nel mondo delle Arti Marziali, ho avuto modo di conoscere tanti Insegnanti dei quali alcuni onorati con il titolo di Sifu. Per noi occidentali è davvero difficile arrivare al cuore di un concetto espresso con due ideogrammi [师父], figuriamoci, poi, quando in mezzo entrano i soldi. Già, sempre questi stramaledettissimi soldi!

In tempi passati (ma non troppo lontani), questo ambìto titolo onorifico veniva addirittura fatto pagare in alcune Associazioni internazionali! Stante il fatto che la pratica della tangente è una cosa riprovevole in sé, lo ancora di più quando si parla di un titolo davvero importante, soprattutto nel contesto cinese.

Ci sono due sensi per cui si parla di Sifu, in cinese. Il livello più basso di significato di Sifu è il seguente: una persona con una buona abilità. In questo senso si chiama Sifu anche un artigiano o chi, comunque, ha una certa competenza tale che potrebbe essere un Insegnante, un Maestro di quell'arte. Si può quindi chiamare Sifu chiunque possegga le qualità e le abilità per poter essere un Maestro in un'arte.

Per essere qualificata con il titolo di Sifu, nel significato generale che abbiamo appena visto, la persona dovrebbe aver dimostrato di avere cuore (rappresentazione metaforica per indicare la dedizione e l'impegno). Questo non è, ovviamente, essenziale. Un Sifu può avere la competenza di ciò che fa, della sua Arte, ma non il cuore.

Il più nobile, il livello più alto di significato di Sifu è essere Maestro e Padre. Questo significato di Sifu si applica solo in un rapporto tra Maestro e Allievo. Ogni persona dovrebbe appellare col titolo di Sifu solo il suo Maestro in questo senso.

Possiamo dire che il termine viene utilizzato nella cultura cinese come forma rispettosa verso le persone altamente qualificate nella loro "arte", al di là di quale essa sia (cuochi, architetti, etc.). Il più consueto utilizzo del termine
Sifu (traslitterato anche come Shifu, come avrete sentito nel cartone animato Kung Fu Panda) fa riferimento ai mestieri tradizionali in cui la formazione è portata avanti tramite apprendistato, cioè per via diretta Maestro-Allievo. Allo stesso modo, dal momento che l'educazione religiosa implica un rapporto Insegnante-Studente, i Monaci sono chiamati nella stessa maniera.

Tradizionalmente, nelle Arti Marziali cinesi, il termine è stato utilizzato come una parola familiare e come segno di rispetto in generale. Il termine assume una più intima connotazione nel contesto in cui lo Studente diventa un discepolo, un allievo formale del docente. L'accettazione di uno studente è un evento molto formale, di solito richiede che l'Allievo esegua la cerimonia chiamata
BAI SI (la cerimonia del thè, della quale parleremo più avanti). Dopo la cerimonia, il rapporto è definito come se fosse più diretto e stretto di quello che c'è tra una madre ed il figlio. L'uso di questo termine assume anche il senso generico di rispetto per l'abilità e la conoscenza di una persona, come può essere il termine giapponese Sensei o il sanscrito Guru.)

Per essere il Sifu di un'Arte Marziale tradizionale cinese ci vuole molto di più che l'abilità. Ci vuole la comprensione dell'Arte, la capacità di amarla e la passione e la cura verso la stessa. Deve saper trasmettere la competenza, l'abilità e la passione agli Allievi. Questo è il motivo per cui il titolo di Sifu significa Maestro e Padre. Non è con un semplice esercizio fisico e con l'abilità nel combattimento che si può accedere a questo titolo.

...o almeno così dovrebbero stare le cose...ancora una volta il condizionale è d'obbligo, perché non sempre le storie vanno per il verso giusto. Nei nostri giorni abbiamo a che fare con organizzazioni, federazioni ed associazioni le quali concedono il titolo di Sifu nella maniera più diversa. Ecco che ci troviamo di fronte a centinaia di Sifu solo in Italia.

Sicuramente c'è differenza tra il titolo di
Sifu dato da un'organizzazione rispetto a quello dato dal tuo Maestro "a porte chiuse", come si diceva un tempo. Quale deve essere il più apprezzato? Questa è una domanda molto importante. Se si sa che alcune organizzazioni concedono il titolo con dei requisiti legati alla popolarità dell'Insegnante ed al suo portafogli, come si può considerare allo stesso modo chi porta lo stesso titolo?!

Nel mondo di oggi, tutto incentrato sul
bussines, pare abbastanza facile divenire Sifu se si hanno i soldi necessari a raggiungere l'obiettivo. I titoli possono essere forniti in cambio di denaro, così come si possono far passare gradi e livelli, con relativa consegna di attestati, per chi ne faccia richiesta ad altri "Sifu" compiacenti, i quali, in cambio di soldi, ti donano il loro bel diplomino con su scritta la parolina magica...

L'inflazione del titolo, è proprio il caso di dirlo, è dovuta anche al proliferare di associazioni che spuntano dal nulla, in cui alcuni Insegnanti, anche molto talentuosi, si auto-nominano Sifu, magari portando come prova la firma di qualche sconosciuto signore cinese sorridente.

Non sono i soldi che fanno un
Sifu, cari amici miei. Un vero Sifu lo riconoscete subito. Divertiamoci a scrivere una bel decalogo per capire se davanti abbiamo un Sifu.

Un
Sifu...
1. Non ti raggira mai, in nessun modo;
2. Non ti fa perdere tempo con cose che si inventa lì per lì, ma ti spiega nel dettaglio come poter arrivare al tuo obiettivo;
3. Non ti ruba i soldi, né in maniera diretta, né in maniera subdola, vendendoti i programmi a pezzettini;
4. Non ti gonfia di botte per farti capire che è il più forte;
5. Non ti insegna cose che non abbia prima capito lui a fondo;
6. Ti vuole bene e ti aiuta anche nelle questioni personali;
7. Ti capisce e cerca di essere sempre disponibile;
8. Ti dona la sua conoscenza in cambio del rispetto e del tuo amore verso di lui;
9. Ti sprona nei momenti in cui vorresti mollare tutto;
10. Basa i suoi rapporti sulla sincerità, sullo spirito di sacrificio, sul dono, sull'amore e sulla comprensione.