giovedì 30 agosto 2012

Le Forme ed il senso della progressione nel Wing Chun

Ospito con immenso piacere questo articolo del mio caro ToDai Pasquale "Guido" Mazzotta, che pone alcune questioni su cui sarà bene riflettere assieme. Sono molto contento quando una persona così in gamba prende coraggio e scrive le proprie idee, in modo da condividerle con gli altri praticanti, crescendo assieme, attraverso un proficuo scambio di opinioni. Condivido tutto l'articolo e sono molto contento di aver trasmesso idee che oggi si sono fatte mature e ben ordinate. Buona lettura e un ringraziamento particolare al buon Guido!

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Per prima cosa occorre ricordare (se mai ce ne fosse bisogno) che nel Wing Chun le forme non sono tecniche utilizzate in un combattimento immaginario contro un avversario, ma dei modelli di movimento i quali, nel rispetto delle leggi di movimento del corpo umano, veicolano l'intenzione (意 [yì]) del praticante in diverse direzioni, prendendo in esame vari scenari possibili.

Questi ultimi si distinguono in base a tempi e distanze del tutto soggettivi, che si creano durante l'azione, così come letti intuitivamente dalla mente del praticante, in relazione alla propria capacità motoria innata, ma anche coltivata. Non si tratta di conoscere varie distanze e movimenti della forma correlati, di modo che ad ogni distanza intervenga oggettivamente un'arma adatta, ma di disconoscerle, dal momento che le distanze sono ancora un parto della mente, valido magari per necessità di studio, ma non nella realtà.

Ciò che collega maggiormente i soggetti dell'azione (nello specifico del combattimento) è sempre l'intenzione (意), di cui l'espressione fisica è solo la parte visibile. Il primo passo, quindi, è l'armonia con se stessi e con l'altro, cosa che rende possibile leggere il movimento dell'altro, come su un quaderno, e rimanere imperturbabili durante l'azione.

Quando si combatte non si risponde meccanicamente tecnica A contro tecnica B, ma lavora sull'intenzione dell'altro, prima ancora che sul suo movimento, ciò che nel Bu Jutsu (武術) giapponese è noto come sen no sen (l'iniziativa prima dell'iniziativa).

Passiamo dunque alla nostra visione delle forme.

尋橋  [xúnqiáo]- Cham Kiu - Cercare il Ponte

La seconda forma del sistema Yip Man/Leung Ting, da cui proveniamo, si concentra prevalentemente su movimenti di natura difensiva. Mentre è vero che nelle sezioni di Chi Sau di Cham Kiu, così come ideate da  Si Jo Leung Ting, ci si occupa di affondare il ponte (沉橋 [chénqiáo] - si trascrive sempre Cham Kiu in Cantonese), una volta stabilito il contatto, da cui si parte (per convenzione) negli esercizi di Pun Sau (盤手 [pánshǒu]) e Chi Sau. 

Solitamente, infatti, si immagina di aver già annullato la distanza col nostro avversario, sebbene nella forma  si notino tutta una serie di movimenti che poco si prestano all'idea di un contatto già avvenuto. Molti movimenti strettamente formali, infatti, non trovano riscontro nelle rispettive sezioni (le quali, lo ricordiamo, sono semplici elaborazioni di sequenze di Si Jo Leung Ting), sicché si può dedurre per varie vie che, mentre la forma si preoccupa di ciò che avviene prima, le sezioni si occupano di ciò che viene dopo, in una logica temporale.

Per questo la forma Cham Kiu è la ricerca di un vantaggio posizionale, ma sempre in ottica difensiva e di controllo dell'altrui iniziativa, mantenendo la struttura che abbiamo appreso dalla Siu Nim Tau, aggiungendo  ora una dinamica volta a lasciar colmare il gap. Il Chi Sau, al contrario, si occupa del momento in cui si è chiusa la distanza tra i due opponenti, quando l'avversario (o il partner) cerca di chiudere gli spazi e di sabotare i nostri attacchi, dando luogo a quella sorta di "dialogo delle mani con le mani" che chiamiamo appunto 黐手 [chīshǒu]), mani appiccicose.

Questa riflessione sulla forma mi è stata suggerita, oltre che dalla pratica, anche dalla lettura e visione dei testi di Leung Ting stesso, il quale spesso mostra difese prendendo pose che troviamo in Cham Kiu (azioni mai riproposte nei corsi perché molto banali ed intellettualmente poco interessanti, a differenza dei pugni a catena che vanno a solleticare, attraverso una falsa espressione di aggressività, l'ego dei praticanti e degli aspiranti tali). Il motto virtuale in altre parole è Primo, non prenderle.

Ricordo che cercare il controllo di un'azione avversa non è un'azione puramente passiva di attesa, ma richiede una grande presenza e una disponibilità al movimento immediato e senza esitazioni. Teniamo a mente una massima fondamentale delle antiche arti del (武術) Wǔ Shù (cinese) o Bu Jutsu (giapponese): dedicarsi prima alla protezione di se stessi e solo dopo a battere l'avversario come conseguenza naturale dell'evolversi dell'azione, quando l'avversario, preso dalla voglia di colpire, lascia dei varchi. Non a caso uno dei nostri motti recita: Se vuoi colpire, sarai colpito.

Poiché stiamo imparando a difenderci, qualunque sia la nostra azione, di fronte a un avversario valoroso, la prima cosa è arginarne gli attacchi, cercando di avere un controllo su di essi ed eventualmente prenderne in prestito la forza. Il Chi Sau collegato a questo genere di situazione è più giocato, più lottatorio (che non significa lottare), più discorsivo. Si crea un dialogo dove si cerca di affondare i ponti altrui prima di colpire.

Vero è che se dall'altra parte vi è una pari abilità, le braccia dei contendenti restano appiccicate non come un risultato voluto, ma come il frutto di forze equilibrate in campo, che danno dinamicamente luogo a una sorta di flusso e riflusso delle energie dei contendenti, tanto da far assomigliare l'azione complessiva dei due al muoversi ritmico delle onde del mare, le quali, una volta esaurita la spinta, assorbita dal bagnasciuga, rifluiscono, eventualmente sommandosi alla spinta dell'onda successiva.

Pasquale "Guido" Mazzotta

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