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domenica 19 agosto 2012

Tiáo Shēn (調身) - Regolare il corpo

 Una delle cinque capacità per raggiungere la consapevolezza che cerchiamo è Tiáo Shēn (調身), il saper "regolare il corpo". Purtroppo spesso lo si trova scritto su libri, siti e quant'altro, ma non mi pare che se ne sia mai data una spiegazione efficace. Ci provo Conosciamo già gli ideogrammi 調 e 身, quindi non mi soffermo su questo. 

 Saper regolare il corpo significa trovare, costruire e gestire il proprio radicamento a terra, facendo sprofondare le proprie radici a tre metri sotto la superficie, come ci indicano i testi tradizionali del Wing Chun, non solo in una fase statica, passiva ed inattiva, ma anche durante il movimento. È molto importante cercare, afferrare e mantenere il proprio centro, attraverso la costruzione di un triangolo, proprio come impariamo a fare sin dall'inizio con la Yee Ji Kim Yeung Ma (二字箝羊馬). Lo ricordo per tutti i lettori non assidui del blog: il cantonese Yeung non è la romanizzazione dell'ideogramma 羊 [yáng], che indica la pecora, ma di 陽 [yáng], il principio naturale attivo, maschile, etc. 

 Per una pratica seria ed efficace è necessario bilanciare il corpo, lasciando perdere gli assolutismi ed i dogmatismi dello scaricamento del peso diviso in percentuali sempre identiche, ma adattandosi momento per momento alle esigenze della situazione. Attraverso una ripartizione di peso e pressione corporea (vedi la forza di gravità e la capacità di scaricarla a terra) possiamo imparare a stare in piedi e muoverci senza perdere mai quell'assetto triangolare acquisito con fatica all'inizio della pratica. Finalmente potremo dar vita a triangoli Yáng o Yīn, a seconda dei casi e dei movimenti. Solo mediante una pratica rilassata e priva di contrazioni potremo far scorrere il (氣). 

 Nel cammino di crescita dei miei Allievi c'è un'inizio comune, lo studio di posizioni statiche e loro successiva trasformazione dinamica. Con l'esercizio costante queste diventano parte integrante del bagaglio tecnico e, a quel punto, si può iniziare ad eseguire forme con sempre maggior precisione. Regolare il corpo, a questo punto, significherà aver raggiunto la capacità di migliorare la propria condizione energetica in modo da sviluppare (non "creare", come leggo spesso, purtroppo), accumulare e far circolare il .   
  
  Tutta la ricerca del praticante alle prime armi deve essere tesa all'acquisizione della posizione più comoda e rilassata possibile, sia nelle fasi statiche sia in quelle dinamiche, lasciando che il proprio corpo rimanga sempre centrato, bilanciato e mai privo dell'immancabile giusto mezzo (né stabile ma immobile né mobile ma instabile): avere la capacità di muoversi mantenendo un assetto strutturale stabile (sì sì, la famosa struttura in movimento). 

  I miei Allievi sanno bene che tutta questa ricerca è vana se non vi è l'intento, l'intenzione, 意 [], cioè il suono (音 [yīn]) del cuore (心 [xīn]), come ci indicano gli ideogrammi componenti. Per raggiungere il rilassamento del corpo bisogna regolare la mente, Tiáo Xīn (調心): non dimentichiamo il detto Shēn Xīn Píng Héng (身心平衡), corpo e mente bilanciati. Senza il necessario bilanciamento ed equilibrio, come sempre, non si va da alcuna parte.

giovedì 17 marzo 2011

Il Coraggio e la Determinazione

Ospito con piacere l'articolo che segue, di Fabio Rossetti, un amico, praticante ed insegnante di diverse discipline, tra cui il WingTsun, con cui ho iniziato uno scambio di esperienze e di informazioni sulle Arti Orientali. Fabio è uno dei pochi ad aver raccolto l'invito lanciato da questo blog alla collaborazione, alla formazione orizzontale, allo scambio, ma spero che non sia l'unico. Se c'è la volontà di crescere assieme, si può fare. Ringrazio Fabio per aver raccolto l'appello ed invito tutti voi a leggerlo e commentarlo, se ne avrete voglia.

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Il coraggio e la determinazione sono due componenti essenziali per creare uno stato di armonia dinamica e vitale nella vita. Nell’Arte Marziale esse sono qualità e caratteristiche di cui occorre prendere coscienza dentro di sé e poi renderle vive fino al loro essere nel quotidiano, così come recita il detto: “ogni gesto sia un gesto marziale”. 

Ognuno di noi si trova di fronte a sé e soprattutto dentro di sé mille occasioni per far germogliare e far crescere le due qualità e lì è necessaria la motivazione, scaturente da qualsiasi origine interna e esterna. Le due sono il frutto anche del lavoro sulla paura che si trova in noi, radice di molti malesseri, radice di molti blocchi, costruttrice di barriere ed impedimenti, percepita come componente irrazionale che sfocia nel panico,  il quale è sostrato di ansia, preoccupazione, del pensare in modo dispersivo e che crea una serie di circoli viziosi dai quali sembra impossibile uscirne e ancora meglio trasformare. 

Allora occorre fermarsi dentro di sé, osservarla e vederla in una diversa ottica: come ogni nemico sul campo di battaglia essa è maestra e donatrice dell’opportunità di praticare e saggiare le nostre qualità e caratteristiche, opponendosi a tutta forza e cercando di fermarci, cercando allo stesso tempo di farci comprendere quello che in realtà la può vanificare e ancora meglio trasformare, per il quale basta semplicemente lavorare sull’opposto: se blocca, sblocco; se ferma, muovo; se ostacola, supero; se fissa, trasformo. Soprattutto occorre prendere coscienza del fatto che “ce la posso fare realmente, poiché in me c’è già tutto quello che mi serve e se non lo trovo lo cerco e lo ricerco: allora arriva…perché l’ho chiamato”.

Una visione del genere ci pone già su di un piano attivo e non passivo, nel senso di subire passivamente tutto, ma di cercare la via d’uscita nel dinamismo, mentre contemporaneamente cerco di togliermi dal suo influsso percepito come nefasto e nocivo. Mi rendo un bersaglio difficile mentre mi muovo e lì trovo la strada per rendere la mia azione efficace. 

Unita alla visione positiva ci deve essere un fortissimo desiderio di cambiare, una volontà forte e ardente di rendersi parte attiva della propria vita, di voler essere responsabili di sé e creatori del proprio stato di armonia che tutto consente e tutto contempla dinamicamente. 

Il tutto si completa ed ha origine nella motivazione, nella nota d’inizio del proprio spartito musicale, nella scintilla che accende il fuoco, nell’acqua che dà vita alla terra, nel seme che diventerà pianta, nel bagliore stellare che in noi che ci fa agire.

Così attenti osservatori e percettori di noi stessi, prendendo coscienza di noi stessi, seguiamo la nostra voce interiore, che si esprime nella motivazione e nel vedere positivamente la paura (e non solo), dalla quale si innesca il desiderio, la volontà, che sono energia inesauribile dentro di noi. L’azione è solo da concretizzare. Il tutto è anche un gesto d’amore verso noi stessi e, come ogni gesto d’amore, esso si riversa nel cosmo. E’ vero, occorre volersi bene, così come occorre accettarsi nella presa di coscienza di noi stessi, così come occorre rinunciare alle catene che ci creiamo e che sono state da altri create. 

Quando siamo motivati, se ci fermiamo ogni tanto, così come ci fermiamo ad osservare un viso di una persona amata, un cielo stellato, un albero, ad ascoltare una musica che ci piace, a percepire il silenzio e a gustarselo, allora andiamo a ricordarci di noi, senza fare nulla se non ascoltarci, percepirci ed osservarci: lì siamo nell’ideazione, nella presa visione della nostra immagine. Il desiderio e ancor meglio la volontà si innesca, parte quindi l’energia e noi semplicemente creiamo.

Il coraggio nasce dalla consapevolezza delle nostre paure e già vederle è coraggio. La determinazione è rendere l’azione precisa, chiara, ed esprime la temperanza.

Il fabbro che costruisce la spada ha paura che essa si spezzi, ha paura di bruciarsi nelle scintille del fuoco che arde, ha paura di non essere in grado di essere un fabbro, ha paura di avere paura. Se è motivato si mette in gioco, consapevole delle paure diventa coraggioso e prende gli strumenti, concentrandosi sull’opera da compiere, con tutto se stesso, e agisce precisamente e chiaramente. Comprende che entrando in confidenza con la paura , in quel territorio si può muovere, ce la può fare, e allora il fuoco non lo spaventa, non pensa al risultato della spada che si spezza o meno, non pensa ad essere un fabbro o a non esserlo: lui fa la spada, con tutto se stesso, con passione, con entusiasmo, motivato, con amore e volontà: le paure, nostre energie, si trasformano da nemiche a nostre alleate, poiché dissolvendosi si trasformano in un’energia più sottile e che non ci blocca, ma ci dà una spinta propulsiva ed esplosiva enorme. 

La paura non va rifuggita, ma accettata come una sfumatura di energia nel mondo che viviamo: è uno strumento che ci può distruggere ma ci può far creare. Dipende da noi, semplicemente da noi. 

Il coraggio…raggio del cuore, agio del cuore… Il cuore è il nostro centro così come gli inglesi chiamano “core” il nucleo: è uno stato dell’essere dove un fuoco arde sereno, vigoroso e potente. La determinazione...stato dell’essere lì per agire in modo preciso, concentrato, attento, andare dritti al bersaglio… Nel combattimento dal coraggio nasce l’energia che si concentra nel gesto determinato: una è l’energia, l’altro è il modo di utilizzarla…in noi stessi, per noi, con amore e volontà.

Ciò si può realizzare sempre e per tutto: dalla paura che nasce in una relazione, a quella che non ci fa muovere se sentiamo un rumore strano, a quella che ci blocca per la disabitudine di viverci le cose belle, facendoci ricadere nelle nostre melme quotidiane, a quella che intacca e distrugge la nostra autostima e offusca la nostra vista riguardo alle nostre possibilità, a quella che ci rende ciechi prepotenti nei confronti degli altri, che ci rende distruttori e annientatori della bellezza della vita, che ci appesantisce, che ci ottunde, che ci abbrutisce, che ci fa scordare completamente la comprensione e la consapevolezza del cuore, che ci rende prede impotenti di fronte a chiunque……. Ma se tutto ciò lo vediamo come una voce maestra che ci insegna, seppur mettendoci duramente alla prova, dandoci già la strada che però dobbiamo noi percorrere, allora il gioco è in atto e già fatto…….. sapete la motivazione dov’è? Già c’era nel momento in cui abbiamo cambiato punto di vista…

Ripensiamo senza pensare a tutte quelle cose che ci hanno reso la vita difficile, che ci hanno negato felicità, bellezza e sorrisi, che ci hanno fatto cadere e sbattere violentemente, che ci hanno procurato dolore….. sono passate: ora e dentro di noi abbiamo la concreta e reale possibilità di impegnarci con entusiasmo per creare la nostra vita come vogliamo, e qualora abbiamo dei dubbi, qualora non ne troviamo il senso, qualora non ne siamo convinti, beh… la libertà di seguire se stessi è innata e nessuno può decidere per gli altri, però può essere un impulso questo passo seguente...

Fabio Rossetti

Non è il critico che conta,
non è l’essere umano
che indica perché il forte cade,
o dove il realizzatore poteva fare meglio.
Il merito appartiene a chi è nell’arena e non sugli spalti a guardare,
il cui viso è segnato dalla polvere e dal sudore,
che lotta coraggiosamente,
che sbaglia e può cadere ancora.
Perché non c’è conquista
senza errore o debolezza;
ma chi veramente lotta per realizzare,
chi conosce il grande entusiasmo
e la grande fede,
chi si adopera con amore per una giusta causa,
conosce alla fine il trionfo della meta
e se nel peggiore dei casi fallisce,
cade almeno gloriosamente,
cosicché il suo posto
non sarà mai vicino alle anime pavide e paurose,
che non conoscono né la vittoria né la sconfitta.

Mahatma Gandhi

martedì 15 febbraio 2011

Conosci te stesso

Dopo l'ultimo post sull'equilibrio corpo-mente, Guido Mazzotta (Allievo, amico e compagno di allenamenti) mi ha chiesto di pubblicare lo scritto che segue, nel quale ha voluto condividere con tutti noi i suoi pensieri sull'Arte Marziale e sul rapporto che essa genera con l'Io più profondo dentro di noi. Lascio spazio al caro Pasquale, che ringrazio, come sempre. Buona lettura!

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Dico subito che sono d'accordo, partendo da ciò che hai scritto, che qualunque studio debba cominciare sempre dall'educazione dell'istinto, educazione intesa nella sua accezione etimologica di riscoprire ciò che si ha e, in definitiva, ciò che si è, il famoso "Conosci te stesso" delfico. Non penso necessariamente che questo si debba tradurre in un corpo debole, se non perché in una società come quella odierna la mente viene premiata pù del corpo (sport e veline a parte, naturalmente).

Le Arti Marziali Tradizionali propongono proprio l'unità degli opposti, dove il binomio corpo-mente solo inizialmente è tale. Per mente non si intende la parte di noi preposta alla facoltà di ragionare o di elaborare pensieri di minore o maggiore complessità, ma la parte inconscia di noi stessi, onde conoscerla e integrarla in ogni nostro gesto (non si può essere animali marziali solo per le 2 ore del corso, ma in un certo senso lo si è sempre, proprio perché uno scopo del genere ha senso solo se permanente e se si tratta di uno stato ordinario e non straordinario dell'Io).

Per poterlo fare il piccolo io, fatto di pensieri e di meschinità personali, deve essere in molti casi messo da parte. Questo non è valido sempre, perché il nostro cervello razionale esiste, ci dà certe altre possibilità, compresa quella di farci comprendere che abbiamo bisogno di scendere più in profondita ,dentro noi stessi. In qualche modo è il nostro Virgilio interiore, che ci porta nella parte più profonda di noi stessi, anche se questo in sé e per sé non ci garantisce il raggiungimento del cosiddetto stato di grazia.

Tornando a noi, il cervello, come spettatore esterno di tutto questo, non è il nostro vero Io, anche se fisicamente è parte di noi, un'entità fisica. Sicuramente è la parte del corpo inteso come meccanismo, che lo concepisce, è in grado anche di "disegnare", una volta capito il processo, come meglio possa sfruttare la parte inconscia e di disegnare i drill per mezzo dei quali il mio Io interiore farà esperienza di se stesso.

La mia idea è che non sempre i gesti delle Arti Classiche sono diversi da quelle Sportive, tuttavia potrebbero esserlo, dipendendo dal grado di approfondimento di se stesso raggiunto: le motivazioni interiori del gesto. Il che non è precluso neppure agli sportivi, anzi... Potenzialmente lo possono dimostrare più dei "tradizionalisti". 

Secondo me è ciò che fa la differenza nello sport tra un vero campione e un ottimo atleta. Il problema è che, secondo me, si è confusa l'efficacia reale con la pura performance tecnica, in cui gli sportivi di base sono già superiori e anche meglio allenati, già a bassi livelli!

Efficacia reale non deve essere un termine che si riferisce alle tecniche, ma ad una migliore comprensione di se stessi, ad una comprensione reale di sé che permette di essere l'uomo reale taoista. La tecnica fine a se stessa non esiste nelle Arti Orientali: lo studio delle tecniche serve soprattutto per intraprendere uno studio autoconoscitivo, che ci permette di esperire l'autorealizzazione come essere umano integrato.

Questo tipo di essere umano, questo uomo reale, è già di per sé realmente efficace! Ma la tecnica gli è servita principalmente per conoscersi e per conoscersi nell'azione furibonda (diciamo rettile) e non nella contemplazione (diciamo mammifera)! Dunque le motivazioni sono l'aspetto più interno, Yin, dell'Arte Marziale, fondamentale, soprattutto se si tratta di Arti di origine orientale. Forse anche per molti nostri antenati marziali potrebbe essere stato lo stesso.
 
Molte Arti Orientali spingono a mantenere la calma nel centro dell'azione, come se questa efficacia, efficacia della persona integrata, e questa sua capacità di rispecchiare i movimenti (anche interni), come la luna che si riflette nelle aque calme dello stagno di Hiroshima, derivi da uno stato di calma determinazione, non di collera o di voglia di sopraffazione. Proprio per questa loro qualità le Arti Marziali sono state trasformate, in tempi di pace, in Budo, per via di questa capacità "educativa".

Questa è una delle possibili visioni naturalmente, ma influenza anche il mio modo di allenarmi. Se, dunque, per Arte Marziale intendo il modo di difendersi e di preservare la vita (propria o altrui), piuttosto che abbattere differenti avversari (compreso il possibile avversario sul ring), allora il mio allenamento cercherà di essere conseguente, ma non necessariamente (almeno in apparenza) differente a tutti i costi da quello dello sportivo, che per tanti versi ha molto da insegnarci!

Di base dobbiamo dunque capire da quali motivazioni nasca la voglia di combattere e su quale piano si esplichi, per capire cosa dobbiamo studiare:

1) vogliamo essere forti aumentando il nostro ego?
2) vogliamo essere reali diminuendo il nostro ego?

Mi rendo conto che si potrebbe intravedere un giudizio da parte mia, ma, a ben vedere, non è un giudizio, si tratta solo della scelta mia personale!

Guido Mazzotta

lunedì 14 febbraio 2011

Equilibrio corpo-mente: 禪 in movimento

So per esperienza personale che non si possono fare teorie sul corpo né tantomeno insegnare tecniche di dinamica corporea, senza prima renderlo oggetto di ricerca. Il corpo, al contrario dei limiti che gli sono imposti dal contesto sociale, è capace di ricorrere ai cinque sensi comandati dalla mente - vista, udito, olfatto, gusto e tatto - per giocare, esprimersi o realizzare funzioni più insospettabili come ascoltare, vedere, sentire, pensare e comunicare con altri corpi. 

Il nostro corpo è in grado di percepire il mondo e la vita nel loro contesto, tanto a livello interpersonale che intrapersonale, come a livello semplicemente animale, servendo come mezzo di ricezione ed emissione di sensazioni gradevoli o sgradevoli, sotto un prisma differente a quello fornito dai sensi dell'attività mentale cosciente, più sereno e più ricco di sfumature. 

Basta assistere ad una lezione di Wing Chun Kuen per percepire l'onda, quel qualcosa di speciale che sembra fluttuare nell'ambiente e che permette la comunicazione senza parole. Questo, che per me attualmente è una realtà scontata, non era così chiaro quando cominciai a lavorare con il mio corpo, né le mie motivazioni furono inizialmente la ricerca di questa bella percezione della realtà della vita. 

Sono cosciente di quanto possa sembrare semplice parlare del corpo umano come unità, così come di quanto risulti complesso analizzare ciò che realmente è: un equilibrio energetico-dinamico, somma di innumerevoli equilibri parziali e sul quale qualsiasi modifica di uno di loro si traduce in una alterazione più o meno sostanziale dei restanti con lo scopo di compensare la modifica esterna e minimizzare i suoi effetti.

Se a ciò sommiamo la continua e reciproca interazione mente-corpo, ci troviamo davanti all'impossibilità di determinare la soglia di separazione psico-somatica, nel caso in cui esistesse, di fronte a un campo di esperienze sia intuitive che appassionanti, ma dove la realizzazione di tecniche di dinamica corporea adeguate, come ad esempio la pratica del Wing Chun, fornisce dei risultati sorprendenti nella personalità di chi le realizza.

ll corpo è un libro aperto - per chi conosce il suo linguaggio e i suoi simboli - dove si può leggere non solo la struttura corporea e da essa il carattere e la problematica dell'essere, ma anche quella psichica che, se modificata, si ripercuote sullo stesso atteggiamento corporeo, cambiandolo.

Nel caso concreto del nostro Wing Chun concorre, oltre ad altri aspetti che si svilupperanno a suo tempo, la circostanza di essere una delle discipline corporee che si basano fondamentalmente sull'utilizzo dell'aggressività in modo creativo, approfittando di quell'energia accumulata generata dalle nostre continue frustrazioni nello scorrere quotidiano dell'esistenza e che normalmente si riversa su di noi in modo negativo, rompendo il nostro fragile equilibrio corpo-mente-ambiente esterno.

Tale energia, mediante delle tecniche corrette, può essere concentrata nel basso addome e canalizzata dalla nostra volontà, riversando l'eccesso verso l'esterno e approfittando del resto come energia utilizzabile e creativa, sia per comunicare con gli altri, sia per prendere coscienza di noi stessi. Nella pratica del Wing Chun si impara a sentire e a riconoscere la nostra aggressività attraverso il nostro corpo - così come quella degli altri - a giocare e controllarla; tutto ciò produce una pace interiore e una discreta sicurezza nella vita quotidiana. Non parlo solo in termini di autodifesa, ma, soprattutto, di una capacità di razionalizzare  i problemi che ci vengono incontro.

L'uomo è, in apparenza, una dualità contraddittoria e sorprendente: animale e razionale allo stesso tempo. Questa dualità è stata storicamente dissociata in un modo cosi semplicista come opportuno, aggiudicando alla mente, in esclusiva, il ruolo razionale, e al corpo, sofferta e fastidiosa materia, il ruolo animale che spesso ci spaventa e ci inquieta. Non solo per la mia esperienza personale, ma anche per le osservazioni che ho effettuato su compagni di allenamento e studenti, posso affermare che la distribuzione di questi due ruoli è tanto scorretta quanto arbitraria e opportunista. 

Il corpo e la mente formano un'unità coerente ed indivisibile, si trovano in continua e costante interazione giacchè, in fin dei conti, la materia è energia, pensare e camminare è utilizzare energia che ricaviamo dal corpo o che percepiamo coscientemente o incoscientemente dall'ambiente che ci circonda. Perché allora, quel continuo occultare e negare il nostro corpo, quella tendenza storica che lo rende depositario e responsabile di tutta la nostra mediocrità, quel desiderio di autodistruzione che sembra animarci nei nostri momenti depressivi, quando il corpo può fornirci un numero esagerato di sensazioni gradevoli, oltre a quelle più elementari come sono il sentirsi sano, pulito e bello? Questa lunga domanda, naturalmente, conseguenza dell'arbitraria distribuzione dei ruoli a cui prima ho fatto riferimento, ha una risposta molto semplice, ma allo stesso tempo fastidiosa: lascia libero il tuo corpo, sviluppa tutte le sue possibilità percettive e comunicative, prendi coscienza di lui così come è, non classificarlo nella definizione che ci hanno tramandato, generazione dopo generazione, diamogli in definitiva, quella parte di divinità che gli corrisponde e che gli abbiamo negato, rompiano una volta per tutte, l'assurda dissociazione di una dualità che, se è caratterizzata da qualcosa, non lo è dalla disparità, ma dalla simbiosi. 

Per me il Wing Chun è uno dei modi idonei per il raggiungimento e la restaurazione dell'equilibrio psico-somatico, anche se è necessario dire che non è fondamentalmente un processo terapeutico, ma una profilassi nell'armonia tra energia e materia, che lavora principalmente dal corpo, pur senza dimenticare la mente, né i rapporti interpersonali. 

Il Wing Chun è qualcosa di più di un semplice procedimento di dinamica corporea, è l'essenza del Sim (禪 [chán], meglio conosciuto come Zen, in giapponese) in movimento, poiché nella sua pratica la mente, il corpo e l'azione convergono nello scopo e nel tempo.

domenica 23 gennaio 2011

La distanza ravvicinata del Chi Sau

La pratica del Chi Sau è stata spesso ritenuta inutile, alcune volte addirittura controproducente. Come sapete, io ho scritto diverse volte quale sia il senso di una pratica tradizionale, che possiamo ritrovare in diversi stili, con alcune varianti, ma oggi ne vorrei elogiare in maniera particolare l'ambito del corpo a corpo. Ho visto in pochissime Scuole la pratica del Chi Sau a distanza ravvicinata, eppure la possibilità di usarlo in un contesto lottatorio sono parecchie, perché ne ritroviamo l'essenza nel Chap Ko della Muay Thai, così come nella schermaglia della Lotta, nonché in tutti gli stili che utilizzano le tecniche di proiezione (Judo, Shuai Jiao, etc.).

Il combattimento corpo a corpo dovrebbe essere parte integrante del Wing Chun Kuen, perché spesso si impone la riduzione della distanza di combattimento, raggiungendo le corte distanze della lotta, specialmente quando si ha di fronte una persona più alta, con un peso maggiore. Il confronto alla corta distanza impone all'atleta un riadattamento dei parametri fisici e psichici, perché ci si trova di fronte ad uno scoglio che, all'inizio, pare insormontabile.

In primo luogo, ci troviamo spesso all'interno della guardia dell'avversario, sia per volontà nostra sia per il suo attacco dall'esterno all'interno. Spesso la rottura della destanza dall'interno impone un attacco deciso ed irrefrenabile, che permetta di insinuarsi nel primo varco possibile offerto dagli errori dell'altro. La scelta del tempo e del punto in cui inserire il proprio attacco è chiaramente fondamentale. Il praticante deve infatti cogliere il vuoto psicologico e fisico dell'avversario per inserirsi con precisione e destrezza chirurgica in mezzo alla guardia. 

Per ottenere precisione e destrezza, la pratica deve dirigersi verso la ricerca del proprio Centro, sia spirituale che fisico, ma deve anche permetterci di aumentare la nostra capacità di gestione dello spazio circostante, a parte il lavoro tecnico sulle possibilità di attacco dell'avversario. Non si tratta tanto delle differenze tra le tecniche di entrata (Chuen Sau, Man Sau, Biu Bong Sau, etc.), ma della focalizzazione del problema nel proprio assetto strutturale, che va potenziato, in vista dell'impatto corpo a corpo. 

Andare verso l'altro e sfondare i muri protettivi che usiamo per tenere la distanza, non è un processo psicologico scontato, ma necessita di una messa a punto se dovesse esserci una resistenza inspiegabile dell'atleta nello sfondare l'area dell'avversario più ostica, quella interna alla guardia. Su questo bisogna allenarsi bene, perché si corre il rischio di essere presi di sorpresa nella distanza cortissima, soprattutto a livello psicologico.

L'azione che ci può portare a sfondare la guardia dall'interno deve essere paragonata ad un trattore che passa sopra ogni cosa. Non si può dare tregua all'avversario, una volta all'interno della guardia (Bik Bo Tip Da), si deve lavorare d'astuzia, confondendo chi ci sta di fronte togliendogli ogni possibilità di agire, costringendolo alla sola reazione di difesa. Questa capacità d'azione è il motore propulsore di qualsiasi lottatore, il quale, dal momento in cui decide di sferrare l'attacco, deve contare solo sulla propria determinazione.

Nella fase di contatto (Chi Sau), l'atleta deve modificare la modalità di gestione della propria potenza che passa da propulsiva e "assertiva" a sensibile e "plastica". Il contatto con il corpo dell'avversario (o del compagno di allenamento) necessita di avere una grande sensibilità nel sentire contemporaneamente se stessi e l'altro. Le braccia, le gambe, il bacino e l'intero corpo devono diventare come un grande radar capace di captare il movimento e l'intenzione dell'altro, ancor prima che si verifichi il movimento. 

Spesso il contatto è fonte di disagi di varia natura. Di solito si vedono dalla tensione corporea generalizzata, che impedisce lo sviluppo della sensibilità, dal blocco del respiro e dallo spostamento dell'energia verso le sole parti alte del corpo, provocando il distacco del contatto dei piedi dalla terra. Per ovviare a questi inconvenienti è necessario procedere attivamente, imparando a rilassare la tensione muscolare, scaricando il peso del corpo su entrambe i piedi e rompendo il blocco respiratorio portando l'aria verso il diaframma. Bisogna sempre distribuire equamente in tutto il corpo l'energia.

La corta distanza impone una specifica modalità di gestione dell'energia necessaria nei colpi, che necessita un coinvolgimento tanto fisico quanto psichico. Non potendo utilizzare la forza prodotta dallo spostamento del corpo in avanti, come avviene in tutte le altre distanze, il praticante deve trovare nuove modalità per utilizzare la propria energia. 

Avendo appurato che il movimento è comunque una condizione fondamentale per l'utilizzo dell'energia corporea e non avendo spazio davanti a sé, l'atleta deve utilizzare uno spostamento corporeo che va dal basso verso l'alto o viceversa. Nella corta distanza, dunque, per utilizzare al meglio le tecniche di attacco e di difesa è necessario che l'atleta apprenda la modalità per distendere l'irrigidimento muscolare, operare con morbidezza e viscosità dei movimenti, oltre che acquisire la sensibilità del corpo per svilupparne potenza. Deve, in sostanza, utilizzare tutte le articolazioni a disposizione per generare quell'energia che nelle altre distanze partiva dallo spostamento del corpo attraverso il footwork

Nella distanza del clinch, quindi, il Wing Chun Kuen non finisce. Non sono d'accordo con tutti quelli che ritengono efficace questo sistema solo dalla distanza pugni-gomiti. Non si spiegherebbe tutto il lavoro di Chi Sau "Earth" che è presente in parecchi punti del sistema, partendo dalle forme (penso alla sequenza Man Geng Sau -> Sheung Lan Sau della Chum Kiu, per esempio, per non parlare del manichino!), passando per tutto il lavoro di Qin Na ed arrivando alle tecniche di proiezione (partiamo dallo Huen Bo, passiamo per la Gwai Ma, arriviamo al motivo dello studio della Ma Bu). 

Questa distanza di combattimento, oltre tutto, è bellissima da praticare, perché ti mette di fronte alle tue carenze di natura psicologica (paura di farsi male, senso di soffocamento, etc.) o fisica (perdita di equilibrio, sensazione di impotenza, etc.). Mi pare indispensabile, ad un certo punto della pratica, studiare anche questo tipo di Chi Sau, che aiuterà sicuramente a sorpassare tante paure iniziali che sono generate dal contatto ravvicinato.

PS: mi scuso per la presenza di immagini non direttamente collegate al Wing Chun, ma purtroppo in rete non ho trovato niente di quello che mi serviva nel nostro mondo.

venerdì 21 gennaio 2011

La finalità della pratica del Wing Chun Kuen

Parto dalla fine, tanto per chiarire subito la mia posizione. La finalità ultima della pratica del Wing Chun Kuen è quella di ottenere un perfetto equilibrio fra il corpo e la mente attraverso la pratica (sul Tatami o altrove) di un'ampia gamma di tecniche fisiche e di movimenti a corpo libero. 

Uno può arrivare stanco e preoccupato all'allenamento, ma ne esce sempre stimolato, sia fisicamente che psicologicamente, soprattutto per il lavoro svolto per scaricare la propria aggressività. Raggiungere tale scopo implica tutta una serie caleidoscopica di obbiettivi intermedi, con una trascendenza umana e sociale che è alquanto bella e sconosciuta. 

Anzitutto dobbiamo prendere coscienza del nostro corpo, per poterlo accettare, con la rottura di tutti gli impedimenti ossessivi sia a livello individuale che di gruppo, che possono impedire il nostro sviluppo. La presa di coscienza comincia quando si sentono i primi indolenzimenti muscolari, allo stesso modo di quando si percepisce l'irrigidimento muscolare o il rilassamento.

Stare a sentire il corpo e il modo in cui lavorano i muscoli, in accordo con il principio della massima stabilità e del risparmio energetico è un altro punto molto importante per la nostra pratica. Nello stesso momento è fondamentale rieducare la capacità corporea al gioco, con i vari esercizi di Chi Sau e Lat Sau, per esempio. 

Se ci pensate bene, durante gli allenamenti rivitalizziamo la sfera sensitiva e sensoriale attraverso il lavoro della colonna vertebrale, del basso addome e della zona pelvica, per avere una percezione sempre migliore del movimento di questa macchina perfetta ed imperfetta allo stesso tempo chiamata corpo umano.

Il controllo del corpo è un obbiettivo assai difficile da raggiungere. In tutti gli anni di pratica ho conosciuto solo due o tre persone in grado di muoversi con estremo controllo di ogni singola parte del corpo. La conoscenzadel proprio asse corporeo, del volume (dimensione corporea) e del movimento con il massimo risparmio energetico permette un utilizzo corretto del corpo nello spazio; parlo sia del corpo individuale che di quello del gruppo, il che significa che il rapporto con gli altri nonché i movimenti si addolciscono e si fanno meno convulsi.

Attraverso la pratica dobbiamo riuscire ad acquisire la capacità per passare dal rilassamento totale all'esplosione del Ch'i per ritornare subito al rilassamento, come fanno gli animali in natura. Con un serio allenamento è possibile migliorare i bioritmi e l'utilizzo della propria energia vitale, sia per la conoscenza interna del corpo che per l'ottimizzazione del respiro, riuscendo a fare in modo che le costanti vitali - ritmo respiratorio, flusso sanguigno, etc. - raggiungano un valore più equilibrato.

Sin dall'inizio, attraverso la pratica delle forme, il praticante viene stimolato a sviluppare la volontà, la costanza, il desiderio di superarsi, l'umiltà nell'accettare le proprie limitazioni e la capacità per sopportare il dolore fisico (con le pratiche connesse al condizionamento - 打三星 (Da Saam Sing), etc. -. Con lo stesso lavoro e con quello in coppia, si sviluppa un'armonica coordinazione muscolare, in sequenza progressiva, per dare potenza all'istante del possibile impatto, il che obbliga il praticante a controllare il suo sistema nervoso, impiegando soltanto quei muscoli che richiede la tecnica e mantenendo rilassati gli altri per evitare di disperdere la forza. Questa coordinazione ha il vantaggio immediato di dare all'allievo una vera sensazione di piacere fisico, il sentirsi completamente padrone del proprio corpo.

Eppure i benefici non finiscono qui. Il Wing Chun Kuen facilita la iberazione ed il controllo dell'aggressività nella pratica normale nel combattimento senza KO, grazie a un rigoroso autocontrollo psicosomatico.  Ricordiamo che l'adrenalina si libera con il grido e l'esplosione violenta della tecnica, ma per questo bastano un paio di minuti. Mantenere quella tecnica più a lungo ha un effetto negativo che annulla la liberazione ottenuta.

Mi spiego meglio: l'allievo arriva alla lezione con la dose di adrenalina accumulata durante la sua attività giornaliera (lavorativa, familiare, sociale, affettiva). Quella quantità si libera facilmente nel tempo suddetto, ma se persistiamo nello stimolare la sua aggressività, arriva un momento in cui la stanchezza e l'imposizione cominciano di nuovo ad agire su di lui, attivando ancora la secrezione di adrenalina. Ci sono casi di comparsa di vero e proprio odio per l'istruttore che pungola in modo ingiustificato l'allievo, che lo considera una figura onnipotente, al contempo amata e temuta. Un esempio chiaro, come nelle terapie, di rapporto
asimmetrico.
La liberazione di energie negative, come gli eccessi di calorie, le angosce e le paure fisiche e psichiche attraverso il movimento corporeo aiutano ad ottenere un perfetto equilibrio e controllo del respiro e, di conseguenza, della concentrazione e del rilassamento, nonché un adeguato sfruttamento dell'energia che immettiamo nel corpo durante l'inspirazione.

Pian piano si genera una gradevole sensazione di sicurezza che facilita in grande misura il vivere sociale. Quando dedichiamo tempo a sufficienza alla pratica, viene fuori un'eccellente flessibilità, elasticità, forza muscolare e ringiovanimento del corpo, nonché una grande resistenza muscolare per tutti i tipi di sport o lavori fisici.
In merito alla comunità con la quale si vive e si entra in simbiosi, troverete una calda sensazione di solidarietà dovuta alla pratica collettiva, al frequentarsi stabile e duraturo. In questa famiglia ci si potrà sentire davvero a casa, però, solo se saranno chiariti sin dall'inizio i punti fondamentali per la convivenza, altrimenti si rischierà sempre di cadere in un clima da sètta o in una collettività impersonale o, peggio, spersonalizzata, dove ci si sentirà solo numero tra numeri.

giovedì 20 gennaio 2011

Le limitazioni fisiche: conoscere le proprie possibilità

Generalmente la cultura fisica si fonda sul presupposto della competenza del proprio corpo e della rivalità rispetto agli altri. Si suppone che questo costituisca uno stimolo al superamento dei propri limiti, ma si dimentica che è precisamente questa concezione quella che inibisce molte persone ad utilizzare il loro corpo ed a sperimentare cosa siano in grado di fare con lo stesso. A nessuno piace sentirsi inferiore, ovviamente, men che meno si vuole provare la sensazione di essere ridicolo o non "servire" a niente. Proprio per questo bisogna conoscersi per valorizzare i punti di forza.

Il proposito che mi sono imposto quando ho iniziato ad insegnare si fonda sul fatto che ciascuno deve avere come punto di riferimento se stesso, prima di tutto, proprio come io ho messo al centro della mia ricerca il mio corpo. Sarebbe bene abituarsi ad accettare i nostri limiti, senza considerarli un peso, senza mascherarli o prendersi in giro da soli pensando di non averne. Analizzarsi ed accettarsi significa iniziare a scalare una montagna, per raggiungerne la vetta, la quale non è altro che la corretta percezione di sé.

L'ideale della perfezione è un'ottima spinta a migliorarsi, sempre che non supponga l'autodistruzione sotto forma di un atteggiamento di rifiuto di noi stessi, nel momento in cui percepiamo che è impossibile essere perfetti. L'unico strumento di cui ognuno dispone è il suo stesso corpo e con lui deve lavorare, esprimersi e comunicare. Non c'è via di scampo. Proprio per questo continuo a studiare ed a sperimentare, perché vengono fuori sempre miglioramenti nella percezione di me stesso.

Esistono differenze individuali, come esistono differenze di statura, peso, colore dei capelli, etc.,  ma ciò che è comune a tutti è la capacità di imparare, anche se, naturalmente, il tempo richiesto ed il livello massimo al quale ognuno può arrivare è diverso. Per questo motivo bisogna sempre fare propria l'Arte Marziale, perché non si tratta solo di scimmiottare dei movimenti vuoti, ma di capire il limite del proprio corpo e della propria mente, dove si possono spingere insieme, coordinati.

Rendersi conto delle proprie limitiazioni è quindi molto importante tanto quanto lo sforzarsi nell'apprendistato delle tecniche, delle forme, delle varie combinazioni. Se sin dal principio esigiamo la perfezione da noi stessi, il cammino sarà pieno di dispiaceri e di frustrazioni: molto probabilmente finiremo con l'abbandonare, come è successo a tantissimi e come ho rischiato di fare io più volte, anche nel corso degli ultimi mesi. Bisogna accettarsi e tentare di migliorare. Anche se non ci sarà una notevole evoluzione, avremo fatto la cosa giusta, perché avremo speso delle energie per noi stessi, per conoscerci meglio e per tentare di crescere.

Ci sono tre condizioni necessarie che sono antecedenti all'accettazione dei nostri limiti fisici. Queste condizioni non vengono date per diritto divino, si acquisiscono e si sviluppano con la pratica. In primis, le attività proposte vanno dirette verso la presa di coscienza del proprio corpo e, insieme a questo, al riconoscimento dei suoi limiti. Ecco perché la maggior parte degli esercizi di base dei primi mesi servono per percepire lo spazio, per sondare il proprio equilibrio e per coordinarsi. Non a caso le basi vanno ripetute sempre e comunque, senza mai abbandonarle.

In secondo luogo, ci si deve indirizzare verso la coordinazione nelle sue due modalità: in quella che si riferisce alla relazione pensiero-azione e in quella che ha per oggetto l'interazione delle distinte parti dell'organismo in un'unità attiva. Mi pare evidente che esista una relazione dialettica tra i due termini della relazione: non si può giungere ad accettare il proprio corpo se prima non si è sperimentato cosa si possa fare con lo stesso e viceversa. 

Quanto meglio si conoscere il corpo, più forte è la disposizione a metterlo in gioco, a sperimentarsi. Di conseguenza, non esiste auto-coscienza se questa si appoggia esclusivamente sulla passività e sulla riflessione concettuale. Bisogna provare, sperimentare e sentire sulla propria pelle per poter prendere coscienza delle possibilità del corpo.

Fondamentale è capire i limiti del proprio corpo durante tutte le nostre attività quotidiane, con un sincero spirito di miglioramento, senza voler esagerare e forzare le proprie capacità. Infatti, uno degli scopi dell'apprendimento del Wing Chun Kuen è quello di eseguire le posture tenendo conto delle proprie possibilità individuali, poiché i benefici effetti della pratica non dipendono dalla perfezione della postura stessa, perché siamo tutti diversi. Di sicuro, ci dobbiamo allontanare dalla pratica che ci costringe a tenere posizioni che accentuino lordosi o cifosi, perché la nostra schiena e le nostre articolazioni ne risentirebbero sicuramente.

martedì 18 gennaio 2011

Lavorare sull'aggressività

È opinione abbastanza diffusa quella di considerare le pratiche sportive da combattimento e le Arti Marziali come generatrici di aggressività, nonché come culle per persone propense alla violenza. Si tratta di una credenza, lo sappiamo bene, eppure è talmente diffusa da risiedere addirittura nelle teste dei parenti di parecchi praticanti, che si preoccupano quando il figlio o il nipote si recano in palestra per allenamenti intensivi.

Una semplice constatazione dei fatti ci permette di verificare che la violenza si trova nel seno della società in cui viviamo, cioè quella occidentale, post-industriale, quella del capitalismo finanziario, per intenderci bene. L'aggressività non è altro che il risultato di frustrazioni, di imposizioni subìte durante il processo educativo e problemi psicologici derivati dallo stesso vivere in questa società, a livello individuale. 

Nella pratica delle Arti Marziali (tradizionali o meno), l'aggressività viene canalizzata senza palesi conseguenze negative. I conflitti personali possono esprimersi senza danni, cosa abbastanza difficile nella sfera delle relazioni sociali e familiari. Si lavora di continuo sull'aggressività in modo spesso ludico e ricreativo, perché le frustrazioni che non trovano espressione attraverso gli atti provocano risentimenti e personalità esplosive, per cui è sempre bene sfogare la propria carica in palestra.

La proibizione di mostrarci agli altri come in realtà siamo, espressa o tacita che sia, produce solitamente individui eccessivamente controllati, non a caso molto rigidi, che si dibattono tra il bisogno di essere autentici e quello di evitare i conflitti interpersonali, generalmente dolorosi. Da tutto questo si origina l'aggressività, la cui espressione è considerata sempre male, nonostante sia un dato naturale dell'uomo.

Nello sviluppo dell'attività marziale bisogna lavorare sulla manipolazione, sul controllo e sull'espressione non nociva di questa aggressività, con il fine di integrarla in modo non patologico nella cornice della condotta del praticante. Si tratta di un lavoro molto serio, duro e, forse, di uno dei più difficili, ma è necessario per costruire un ambiente di allenamento sano, sereno e serio.

In sostanza, dobbiamo lavorare sull'equilibrio tra corpo e mente, troppo spesso lasciato in secondo piano dagli Insegnanti di Arti Marziali, ma che avrebbe bisogno di essere sempre messo al centro della pratica, specialmente nelle nuove generazioni di atleti.

La rivista Psychipharmacology ha pubblicato nel 2008 uno studio condotto alla Vanderbilt University (Nashville) dalla laurenda Maria Couppis, nel quale si spiega che l'aggressività rovoca piacere alla stregua di sesso, droghe e cibo. L'aggressività viene tradotta nel cervello in stimoli neurochimici che attivano gli stessi centri nervosi che generano le sensazioni di piacere. Ciò indurebbe a compiere nuovamente la stessa azione provocando assuefazione.

L'aggresività, considerata una reazione naturale svilluppatasi nell'uomo per la conservazione della specie, potrebbe essere "controllata" inibendo la dopamina, il neuro ormone rilasciata dall'ipotalamo che causa la sesazione di piacere, ma rischieremmo di ritrovarci nel film Arancia Meccanica! La pratica del Wing Chun Kuen, invece, solo per rimanere all'Arte Marziale che pratico, ci aiuta a ritrovare uno stato di benessere dove l'aggressività viene canalizzata, eliminandola quasi completamente dalla vita quotidiana e rialsciandola nelle giuste dosi in palestra.