domenica 5 febbraio 2012

Alcuni pensieri su 合氣道 (AiKiDō) e 永春拳

Pasquale Mazzotta ha raccolto il mio invito a scrivere un articolo per esprimere il suo parere sul rapporto ed il confronto tra 合氣道 (AiKiDō) e 永春拳, dopo aver letto sul Forum Arti Marziali alcuni scambi di vedute tra lui ed altri praticanti di queste discipline e quella del 八卦掌 (Bāguàzhǎng). Ne è uscito fuori un lavoro davvero interessante e ricco di informazioni, che vi invito a leggere con attenzione, senza lasciarvi influenzare dalla forma esteriore di questi stili. Grazie al fraterno amico Pasquale per aver raccolto l'invito. 

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Mi è capitato in questi giorni di partecipare ad una discussione relativa al Fondatore dell'Aikidō ("la Via per armonizzare il Qi"), Ō Sensei (Gran Maestro) Morihei Ueshiba (植芝盛平), in cui si rifletteva sulla possibilità che lo stesso abbia ricevuto un'influenza da parte degli stili cinesi, segnatamente del Bāguàzhǎng (il Palmo degli Otto Trigrammi).

Tra le considerazioni che ho fatto al riguardo, vi è stata quella relativa alle similitudini di pratica tra lo stile cinese che pratico, il Pugilato dell'Eterna Primavera (永春拳), l'Aikidō e, aggiungerei, la Grande Scuola d'Oriente (大東流) - Daitō-Ryū - del Gran Maestro Sokaku Takeda, cui l'Aikidō deve molto. A molti l'accostamento fa sorridere ed è chiaro che i paragoni possono essere anche soggettivi e basati su esperienze personali.

Tuttavia le cose cambiano se, invece di farci ingannare dalle forme, il cui valore è semplicemente didattico per il corpo, ci rivolgiamo alla sostanza. Questa riposa nella domanda che ci dobbiamo porre: "quali sono le abilità 'da curriculum' che deve acquisire la persona che pratica il tale stile?". A prima vista potrebbe sembrare che l'Aikidō sia l'Arte delle leve articolari, mentre la Via dell'Eterna Primavera sia quella dello striking.

Premesso che il 擒拿 - Kham Nah - (afferrare e controllare) è parte integrante di qualche (molti o pochi fate vobis) stile cinese, sicuramente si tratta di uno dei pilastri della nostra Famiglia di Wing Chun Kyun, di cui facciamo largo uso. Si è sempre polemizzato sul fatto che il Wing Chun fosse un'Arte molto statica; il che potrebbe esser vero se andassimo ad osservare come in alcuni casi viene praticato, anche se degli esercizi statici hanno comunque senso, sia per l'Aikidō o per il Daitō-Ryū, che per il Wing Chun, per la creazione - o meglio comprensione - della struttura corporea "centrata", laddove non si abusi di questo tipo di studi come pratica ritualistica a se stante, portando a delle aberrazioni dal punto di vista pratico della pratica stessa.

Lo stesso accade con l'Aikidō quando si crede di poter avere in ginocchio la stessa dinamicità che si ha in piedi, quando il Fondatore, in ginocchio, cercava soprattutto i corretti equilibri. Vale pari pari per il Wing Chun, quando la pratica statica del Poon Sau, il rollare delle braccia, viene "ritualizzata" e decontestualizzata da tutto il resto del "sistema" ed è in molti casi l'unica parte ad essere celebrata - parlando di riti - anche piuttosto male.

Penso di poter dire che le tecniche di Kam Na richiedano comunque un po' più spazio da coprire con il footwork e le rotazioni, dunque tempi più dilatati e movimenti tendenzialmente più ampi, quindi con un look più aikidoistico (naturalmente non l'Aikidō ritualistico moderno, ma quello dove tutto si risolveva in 2 o 3 passi massimo, schiacciando il compagno verso il basso), ma questo vuole anche dire che durante la pratica del Wing Chun ci si muove.

Taoismo e Buddhismo, dal cui sostrato culturale il Wing Chun proviene, insegnano il continuo adattamento e l'impermanenza della realtà, per questo non potremmo mai star fermi durante la nostra pratica, neppure quando si lavorano gli esercizi statici: la rigidità e l'essere fermi sono propri della persona morta!

Non è un caso che quando ho visto per la prima volta, nel 2005 a Roma, SiFu Andreas Hoffmann, Maestro di Dai Duk Lan Weng Chun, sono rimasto stupìto, non perché facesse qualcosa di straordinariamente stupefacente per me (per gli altri sì, perché erano i tempi di..."nel Wing Chun si va solo avanti", ragionamento ottuso per 1000 motivi), ma per via del fatto che, finalmente, si muoveva in modo più naturale e circolare, così come ho sempre pensato che doveva essere, dato che l'uomo non è un robot e non è assimilabile a un meccanismo rigido.

Inoltre, il movimento circolare, soprattutto in una situazione di pericolo, è simbolo di libertà di spirito e di mancanza di tensioni paralizzanti. Stesso discorso può esser fatto per come il Maestro Hoffmann si muoveva con le gambe, che mi ricordava qualcosa che nell'Aikidō già si faceva, anche se, in genere, a un livello non molto alto, dipendendo peraltro dalle Scuole).

Certamente il Dai Duk Lan Weng Chun del Maestro Hoffmann comprende anche aspetti personali nell'evoluzione della disciplina e viene privilegiata una fase lottatoria, quando nel classico Wing Chun cinese lo striking è più enfatizzato (nel bene e nel male), pur essendo presente anche il Kam Na e, di conseguenza, i movimenti tendono a essere più stretti; la cosa, degenerando, ha probabilmente portato a vedere quel Wing Chun superstatico fatto di soli movimenti stretti delle braccia, tutti stereotipati. Si tratta di scelte personali dipendenti anche dalla propria indole.

Dall'altra parte l'Aikidō moderno è andato sempre più verso l'Aiki Jū Jutsu - 合気柔術 - puro, forse per la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale che ha avuto il suo peso, dato che per lo più la pratica esplicitamente marziale, vista come nazionalista, era proibita dagli americani; ciò, forse, tra le altre cose, ha indotto Ueshiba ad un orientamento sempre più pacifista e non violento.

Usare solo la forza dell'avversario per sconfiggerlo significava anche impartire un insegnamento morale di non volontà di sopraffazione, ma può darsi anche che fosse semplicemente troppo vecchio per fare il duro, chissà... Da un certo punto in poi, solo pochi allievi dell'Ō Sensei hanno potuto ricevere l'intero curriculum, cioè la capacità di usare la pura e semplice energia dell'avversario. "Usa la forza del tuo avversario" avrebbe detto SiJo Leung Ting o anche, non casualmente, Jigorō Kanō, seguendo il principio di Yawara.

L'intero curriculum comprendeva tutta l'Arte di Ō Sensei, anche la padronanza del colpo, cosa recepita diversamente nei vari lineage dell'Aikidō moderno, che faceva già parte del Daitō-Ryū No Jutsu. Chiedo scusa in questo frangente se non ho la correttezza espositiva che l'argomento merita, ma un contributo di gente in gamba che voglia condividere esperienze al riguardo è sempre bene accetto su questo Blog e dunque...fatevi avanti!

Certamente il Wing Chun, come l'Aikidō, non è uno stile tecnico, almeno non nel senso che si dà spesso a tale parola. Dato che si scava nella teoria del movimento e nella qualità, piuttosto che nella sua apparenza esterna, queste qualità possono essere utilizzate nella lotta come nello striking, a patto naturalmente di averle capite. Vale secondo me l'assunto che uno stile morbido o duro/morbido, che si basi anche su assunti come "Non c'è avversario" o "Chi cede s'impone" - cosa che richiede pure un lavoro sulla propria psiche assetata di vittorie - se non capito, funziona poco o nulla, mentre uno stile aggressivo e basato sulla volontà di imporsi, magari piu muscolare (in assenza di un termine migliore passatemi questo), fa di base una figura comunque migliore, se non altro di più facile riscontro.

Per qualcuno può dare più soddisfazione sfondare una porta che girare una maniglia e in qualche modo l'aver sudato è la prova di aver fatto bene, dimenticando che anche tentare di girare la maniglia, nel caso di cui stiamo parlando, richiede comunque ore e ore di sudore e di sforzi per vincere noi stessi e la nostra tendenza a voler forzare le cose. Questo è un concetto assolutamente non in linea con la pratica corretta di certi insegnamenti tra i quali appunto "Non c'è combattimento, non c'è avversario, non c'è ego". La ricerca di una perfezione della comprensione del corpo e della mente in un certo senso può essere un limite dunque, ma, a ben vedere, lo è anche una ricerca basata sul puro risultato empirico, per certi versi.

Ora, ci sono molti motivi per cui ritengo che l'uso dell'energia o, meglio, del motore nell'Aikidō e nel Wing Chun sia lo stesso. Naturalmente baso questa affermazione sulla mia esperienza personale. Tuttavia, se andiamo indietro al Daitō-Ryū, vediamo che tutt'oggi ci sono molte peculiarità che in ben poche scuole di Aikidō sono trasmesse.
Senza raccontare l'intero episodio, ho avuto modo di fare un allenamento con Sung Gyun Cho, amico e insegnante di Aiki (di quasi tutto quello che scrivo per quanto riguarda Aiki e storia delle discipline giapponesi, filmati evidenti a parte, la vera fonte è lui) in quel di Roma, relativamente poco tempo fa. Mi ha fatto vedere l'uso del corpo cui è pervenuto, che è un concetto molto simile a quello della Biu Ji (標指), se non altro per come concepito nella nostra Scuola. Di più è solo un fatto moderno che l'Aikidō sia un'Arte di mero controllo, benché anche la capacità di controllare sia molto importante, dal momento che il colpire ne fa parte integrante, come molte foto del Fondatore e dei suoi primi allievi dimostrano.

I concetti di seichushin - 中心線 - e quello di linea mediana centrale si compenetrano: la forza che viene dal centro del corpo, dal suo asse verticale. Così la forza proveniente dal gomito (肘部力量) - Hiriki no Yosei - di cui parla Gozo Shioda (塩田 剛三) in relazione all'Aikidō ante guerra, più martial oriented; Shioda, del resto, si vede nei video su YouTube sparare le dita (sì, perché la forza deve arrivare sino alla punta delle dita!), facendo del braccio una lama, utilizzabile anche per colpire con i classici movimenti a taglio dell'Aikidō) a mo' di pallottola nella gola dell'avversario, cosa che appartiene alle applicazioni dei concetti di Biu Ji e il gomito è basso.

Altro inciso, Shioda parla dell'azione delle ginocchia e del contatto corretto col terreno e mostra come bloccare un avversario sovrapponendo il proprio piede a quello dell'opponente, concentrando la sua pesantezza redistribuendo i pesi nel corpo e non spingendo meramente coi muscoli della gamba: anche questo si vede nei video. Anche Leung Ting lo mostra come applicazione del manichino e del Chi Guek. L'energia è diretta anche dalla vita (in Aikidō si parla, a Iwama, di Kenka Goshi, di variazione d'anca), esattamente come nel Wing Chun e nelle Arti Marziali cinesi che non consistono nel mero movimento delle braccia, ma nella padronanza, tra le altre cose, dei Dan T'ian. Osservate al riguardo il seguente video: http://www.youtube.com/watch?v=KNS9h7WLeXc .

Idem per il concetto di triangolo (leggi anche cuneo, tra le altre applicazioni del concetto), che è esteso anche alle eventuali armi che vengono tenute in mano, cosa che nel Wing Chun vale nel confronto a mani nude come armato (non coincide col tenere sempre le mani a cuneo davanti a sé, naturalmente). Il triangolo è simbolo dell'uomo e focalizza la sua intenzione nello spazio.

Qui di seguito vediamo l'applicazione del concetto di cuneo, utilizzando la pesantezza per creare squilibri posturali nel partner, in un esercizio basato anche sulla comunicazione con il compagno stesso e sull'ascolto del suo feedback, non meramente spingendo, ma estendendo il Qi e, dunque, l'intenzione: http://www.youtube.com/watch?v=0F8-4enGGMo.

Quando l'esercizio è eseguito in libertà da ambo i praticanti, si ha una sorta di Poon Sau in posizione inginocchiata. A proposito, per chi non lo sapesse, il concetto di aderire e rimanere incollati esiste, con maggiore o minore approfondimento, nelle scuole di Aiki (d'altra parte, in Armonia, è naturale stare in contatto con il compagno, attorcigliando i rispettivi Qi o Ki Musubi l'uno con l'altro e anche lo stesso Musashi, temibile spadaccino giapponese, utilizzava esercizi di concordanza del Ki come appoggio nella pratica e nella comprensione dell' arte), come in alcune branche del Karate di Okinawa (Muchimi= aderire) derivanti dalla Gru Bianca.

I concetti di estendere il Ki ed estendere l'intenzione sono identici e non hanno niente a che fare con l'uso della muscolatura cui generalmente siamo abituati: a questo servono i cosiddetti ki testing nell'Aikidō, che non sono semplici trucchi, ma esercizi base, basati sulla fisica e sulla struttura del corpo, per cominciare a sentire un qualcosa che va riversato nella tecnica, non trucchi da baraccone per arruolare gruppi di Credenti, senza alcun rapporto con le "normali" tecniche. Si tratta dei vari esercizi del corpo insollevabile sia in posizione eretta che distesa, del braccio non piegabile, della posizione inamovibile, giusto per citare i più comuni. Date un'occhiata anche a questo video: http://www.youtube.com/watch?v=3B2PMwdD2cc.
Ovviamente la dimostrazione che segue è molto esemplificativa e non rende conto del perché un praticante debba saper fare queste cose. In fondo un attacco non si svolge mica come nel video. Qui è la mistificazione degli esercizi classici, infatti, ma la lezione che ne dobbiamo trarre è che un corpo con rigidità anche piccole è un corpo su cui la forza dell'altro può avere presa: http://www.youtube.com/watch?v=ZzbzPNFKtuQ.

Abbiamo parlato sinora del triangolo in una sola delle sue applicazioni, ma anche quadrato e cerchio (in parte se n'è fatto cenno), tipici simboli dell'Aikidō di Ō Sensei, fanno bella mostra di sé anche nel Wing Chun. Il quadrato, simbolo della stabilità, deve essere presente in ogni posizione ed è quindi fondamentale sia per il controllo della nostra struttura, sia per il controllo della struttura del compagno: è collegato al radicamento ed alla forza di gravità.

In realtà triangolo, quadrato e cerchio sono sempre presenti in contemporanea nell'applicazione delle tecniche e hanno valenza sia in termini fisici che psicologici, perché si tratta di archètipi che hanno trovato luce in varie culture anche lontane fra loro per risvegliare determinate qualità nella persona.

In fondo, l'obbietivo di queste discipline è l'essere umano integrato e consapevole, prima ancora che la creazione di un guerriero. Essere uomo è di per sé essere guerriero.Non facciamoci ingannare dalle forme, ma andiamo oltre per individuare la sostanza, noi stessi.

Pasquale Mazzotta
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