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domenica 7 ottobre 2012

Che cos'è il Taoismo?

Parecchi amici mi hanno chiesto di scrivere due righe sul Taoismo, almeno per capire quali siano i canoni base e cosa sia, almeno ad un primo livello conoscitivo. Tanto per capire subito di che si parla, il Taoismo è una forma tradizionale di pensiero e di religione, basata su alcuni concetti centrali, culti e pratiche, ma mai oggetto di sistematizzazione nel suo complesso. 

È una religione sincretica, ma al tempo stesso indipendente, nel senso che, mentre integra molti elementi di altre tradizioni, vive come distinzione dalle stesse. Queste caratteristiche di base hanno diverse formulazioni di nozioni dottrinali e una grande varietà di pratiche che vanno dalla coltivazione di sé ai rituali comuni. 

Il testo fondamentale è il Daodejing (forse traducibile come Scrittura della Via e della sua Virtù), un breve lavoro costituito da aforismi attribuiti a Laozi ("Vecchio Maestro"). Anche se alcuni studiosi hanno suggerito che altre fonti potrebbero essere datate precedentemente, tutti i movimenti e lignaggi all'interno del Taoismo considerano questo come la Scrittura fondante di tutta la tradizione, anche se possono venerare i loro testi e i loro propri fondatori. 

Un altro lavoro precoce, Zhuangzi (Libro del Maestro Zhuang Zhou), ha fornito al Taoismo una parte dottrinale, le nozioni ed il vocabolario tecnico. Nonostante le differenze di enfasi, i due testi presentano la stessa visione del Dao e la sua relazione con il mondo. Dao ha due significati principali: metodo o modo. I testi taoisti dei primordi utilizzano questa parola per indicare l'Assoluto. 

Per il Daodejing, il Tao non ha un nome ed è al di là di qualsiasi descrizione o definizione, la parola stessa dao è usata solo perché uno è costretto per riferirsi all'idea principale. Il Dao è inconoscibile, non ha forma ed è costante (cioè non subisce modifiche), è invisibile ed impercettibile. I due principi di non-essere (wu) ed essere (si) sono contenuti al suo interno. 

Eppure il Dao, nonostante il suo essere indistinto e vago (huanghu), contiene un'essenza (jing), che è il seme del mondo della molteplicità. Sotto questo secondo aspetto, che può essere distinto da quello precedente solo dal punto di vista del dominio della relatività, il Dao è il principio del mondo e la sua "madre". La persona che torna al Dao viene richiamato nel Daodejing il shengren, termine che in un contesto taoista può essere tradotto come santo per distinguerlo dal confuciano saggio. 

Come il più realizzato essere umano raggiunge la liberazione durante la vita, il santo taoista ha trasceso i limiti della individualità e della forma, continua a rimanere nel mondo della molteplicità fino a quando non ha completamente adempiuto la sua funzione in esso, ma da un punto assoluto di vista, che è quello in cui vive costantemente, la sua identità è già nulla, perché si identifica con il principio assoluto. 

Nel mondo egli pratica l'insegnamento senza parole e rende possibile il funzionamento delle diecimila cose, ma non dà loro avvio. In misura significativa la storia del Taoismo può essere vista come una affermazione continua dei principi enunciati nei testi fondatori. In una certa misura altrettanto significativa il suo sviluppo è stato segnato dall'adattamento a varie circostanze storiche, la risposta ai bisogni e alle esigenze dei diversi gruppi sociali e l'integrazione di nozioni, credenze, culti e pratiche derivate da altre correnti di pensiero e di religione. 

All'inizio di questo processo c'è la deificazione di Laozi, rappresentato non solo come il saggio che espone le dottrine metafisiche del Daodejing, ma anche come un messia che incarna il Tao e riappare in tempi diversi sia come consigliere saggio di politica governanti, sia come l'ispiratore dei capi religiosi. 

Una delle correnti più importanti del Taoismo è quella detta "Via dei Maestri Celesti" (Tianshi dao), il lignaggio sacerdotale principale, che continua ad esistere e proliferare. La diaspora delle comunità dei Maestri Celesti dopo la fine degli Han (inizi del III secolo) ha comportato l'espansione della nuova religione in altre parti della Cina.

sabato 4 agosto 2012

Solo il Tao (道) aiuta l'uomo a comprendere il vuoto

Riflettevo poco fa sullo spazio, elemento fondamentale per la pratica del Wing Chun. Non so se tutti siano in grado di comprendere una qualsiasi forma senza la componente dello spazio vuoto ad essa correlato. Purtroppo noi ignoriamo lo spazio perché è uniforme, come l'acqua per i pesci e l'aria per gli uccelli. Pare impossibile dare descrizioni comprensibili di elementi e dimensioni che sono costanti in tutte le esperienze, come coscienza, tempo, moto o elettricità. Eppure quest'ultima, per esempio, per noi è molto importante, ha proprietà misurabili e controllabili.

Io sento intuitivamente lo 'spazio' ed il 'vuoto' (空 - Kōng) e li reputo molto importanti per noi. Pensate al bambino che stuzzica il proprio cervello immaginando lo spazio che si espande sempre più senza limiti. Questo spazio non è "il nulla" come molti lo indicano, poiché io non posso sfuggire dal senso che lo spazio e la mia consapevolezza dell'universo siano la stessa cosa. Richiamo alla mente le parole del patriarca Ch'an, Hui-Neng, che scriveva ben undici secoli dopo Lao-Tzu:
La capacità della mente è ampia e vasta, come l'ampio cielo. Non startene a sedere con la mente fissa sulla vacuità. Se lo fai tu cadrai in un neutro genere di vuoto. La vacuità include il sole, la luna, le stelle e i pianeti, la grande terra, montagne e fiumi, tutti gli alberi e le erbe, uomini cattivi e uomini buoni, cose cattive e cose buone, paradiso e inferno; sono tutti nel mezzo della vacuità. Anche la vacuità della natura umana è come questo. (Tan-ching 24, trad. Yampolsky (1), p. 146)
Percepire lo spazio e l'assenza di spazio è fondamentale per la nostra pratica ed è per questo che vi invito a rifletterci. Solo la comprensione della dualità del Tao (道), lo Yin e lo Yang, può permettere ai praticanti di Wing Chun di occupare lo spazio o creare il vuoto. Solo in questo modo possiamo far appello alle nostre capacità di pressare, tirare, afferrare, colpire, assorbire, etc. Senza il concetto di spazio e vuoto, la nostra pratica è morta. Rifletteteci. 

giovedì 5 aprile 2012

Ng Haang (五行) come base del mio Wing Chun Kyun

Ho notato che spesso le forme del Wing Chun Kyun vengono associate alle esecuzioni formali di altri stili. Una delle peculiarità del mio sistema di combattimento sta nel fatto che non si allenano le forme per riprodurre i medesimi fedeli movimenti, ma per addestrarsi di volta in volta a trasferire energia in diversi modi, spazi e tempi. Questo tipo di studio è collegato alla teoria taoista dei cinque elementi (Ng Haang - 五行) grazie alla quale è possibile focalizzare il proprio studio su determinate qualità e capacità.

Per esempio, la prima forma del sistema Ip Man - Leung Ting può essere allenata secondo l'elemento Acqua o il Fuoco, così come quello Terra. In ogni tipo di lavoro si dedicherà maggiore attenzione ad una o ad un'altra qualità necessaria al completamento del proprio percorso di crescita, addestrando mente e corpo ad essere sempre fluidi, mutevoli e flessibili. Tutto ha origine dalla divisione del Tao nei due opposti Yin e Yang. L'Uomo, nel contesto taoista, è il Tre, dopo l'Uno (il Tao) e il Due (Yin/Yang): dopo il divino e gli opposti c'è il mondo della mutevolezza. 

L'Uomo, come tutte le altre creature, vive dell'interscambio dell'energia secondo i cinque elementi, attraverso un continuo fluire di passività e attività, di positività e negatività. I cinque elementi canonici sono: acqua, legno, fuoco, terra e metallo; il metallo è contemporaneamente anche aria (difatti l'organo Yin che gli è associato nella MTC sono i polmoni), ma la distinzione è solo formale. 

Secondo la teoria della mia Scuola, questi elementi possono mettersi in relazione in quattro modi (chiamati cicli). Seguendo il percorso esterno del pentagono, in senso orario avremo il ciclo di costruzione o di generazione: il legno, bruciando, alimenta il fuoco; il fuoco, attraverso la cenere, alimenta la terra; la terra, dalle sue viscere fa nascere il metallo e, contemporaneamente, con le sue irregolarità, muove l'aria; l'aria, portando le nubi, alimenta l'acqua; l'acqua, annaffiandolo, alimenta il legno...ed il cerchio si chiude. 

Seguendo lo stesso percorso a ritroso (in senso antiorario) avremo il ciclo di sfruttamento, perché ogni elemento utilizza il precedente per alimentarsi. 

Seguendo il percorso interno (a stella, in senso orario) detto anche ciclo di distruzione o di controllo (dipende dalle quantità in gioco): il legno, con le radici o come aratro, controlla la terra; la terra, assorbendola ed arginandola, controlla l'acqua; l'acqua, soffocandolo e raffreddandolo, controlla il fuoco; il fuoco, nella forgia, controlla il metallo e nell'aria controlla il vento (correnti convettive); il metallo, come sega, ascia o cesoie, controlla il legno...e il ciclo si chiude.

Seguendo a ritroso il ciclo di controllo avremo il ciclo di rivolta: troppo legno impedisce a poco metallo di muoversi, lo blocca, lo fa arrugginire; troppo metallo soffoca un piccolo fuoco e troppo vento lo spegne; troppo fuoco asciuga poca acqua; troppa acqua dilava la terra superficiale; troppa terra seppellisce il legno piccolo...e il ciclo si chiude di nuovo. Solo l'equilibrio di questi cinque elementi può quindi portare ad una situazione perfetta.

Nel Wing Chun Kyun che insegno queste modalità possono essere addestrate ed utilizzate per costruire un sistema di combattimento adatto in tutte le occasioni, proprio perché non fisso e statico, ma mutevole e flessibile. A seconda dell'elemento studiato ed interiorizzato si avrà un tipo di movimento più o meno fluido, più o meno duro, più o meno d'impatto, etc. L'importante è non considerare mai qualcosa meglio di altro, così come non ci sono forme migliori di altre o tecniche migliori di altre.

Ad ogni elemento io associo un modo di lavorare con l'energia, a sua volta collegato ad una o più forme, anche se, lo dico da subito, ogni forma può essere allenata secondo l'uno o l'altro elemento, dopo aver compreso e padroneggiato tutto il sistema. Solitamente il ciclo di apprendimento del sistema deve iniziare con la capacità di generare energia o, meglio, di capire come trasmetterla, visto che già c'è dentro ognuno di noi.

Continua...

venerdì 27 gennaio 2012

Dare sempre una seconda possibilità

I riti di passaggio, di crescita, di cambiamento sono sempre esistiti in tutte le culture antiche di questo pianeta. Il loro intento era quello di aiutare gli individui, attraverso specifici rituali, a lasciarsi alle spalle stadi superati e vecchi della loro vita, entrando nel nuovo percorso, nella nuova fase di crescita. Nel Taoismo questo concetto è ancora più marcato e, se vogliamo continuare a camminare su questa Via, è necessario farla propria nella vita di tutti i giorni.

Nella vita di oggi, questi riti di passaggio non sono più usati consapevolmente. Pensiamo al gesto del saluto, semplice quanto denso di significato, che va via via scomparendo. Durante la pratica del Wing Chun Kyun, tramite l’incontro e la connessione, la gli Allievi trascendono i propri limiti abituali, entrando in aree di sé a volte poco o per niente conosciute. Questi incontri collettivi producono già dei cambiamenti. Tuttavia, essi non affrontano le tematiche dei condizionamenti personali, ricevuti fin dalla più tenera infanzia, che ci legano e ci trattengono individualmente al passato e al conosciuto. A causa di questi condizionamenti, non ci è possibile affrontare la vita in modo fresco e nuovo. Già da giovani, tendiamo a vedere la vita attraverso occhi vecchi. 

I condizionamenti possono prendere forme molto diverse. Possono essere dovuti all’invasione fisica, come le bòtte o il rifiuto di contatto. Oppure emotivamente, attraverso il sabotare o il negare il sentire del bambino o, ancora, a livello mentale, non dando al bambino la possibilità di scoprire chi è veramente e cosa realmente gli piace. Non solo ci impongono regole su come essere, ma si frappongono anche alla nostra ricerca di chi siamo realmente.

Siamo condizionati da famiglia, scuola, religioni e ambiente. Molto di tutto ciò non accade a livello consapevole. La gente che ci condiziona per lo più sta semplicemente passando a noi ciò che è stato fatto a loro. Sovente sono i genitori a passare inconsapevolmente o meno ai figli tutta la pressione che loro hanno ricevuto dal loro ambiente circostante riguardo al loro status, al lavoro, al denaro. Il risultato del loro condizionamento è che non sempre i figli riescono a trovare la propria direzione, loro Via.

Il Taoismo ci insegna che abbiamo tutti diritto ad una seconda chance. In realtà, sei tu che la dai a te stesso. Si tratta della scelta di non sprecare tempo nella nostalgia o nelle vecchie ferite, non rimanendo vincolati al passato, in un modo o nell’altro, andando verso la comprensione sincera e devota del "Qui ed Ora", tanto cara ai Latini quanto ai Buddisti. Questa espressione non è esclusivamente riferita ad un atteggiamento interiore specifico del momento della meditazione, ma vuole anche esprimere la realizzazione di una predisposizione e di un atteggiamento dell'animo in perfetta armonica integrazione ed interazione non solo della persona verso se stessa e la propria vita interiore, ma anche nei confronti della realtà esterna e circostante in cui l'Uomo vive e si trova immerso.

Significa vivere ciascuna azione e ciascuna situazione con la massima pienezza ed intensità, unitamente alla massima consapevolezza delle proprie sensazioni interiori. Infatti il Buddismo insegna a realizzare sempre, in ogni circostanza di tempo e di luogo, la piena consapevolezza di ogni più piccola percezione dei sensi, degli stati d'animo e di ogni situazione si stia vivendo, unitamente ad ogni azione che si stia compiendo: in questo consiste il "qui ed ora" che emerge dall'insegnamento del Buddha.

Proprio per questo, ognuno di noi merita ed ha sempre diritto ad una seconda chance. Una volta che hai compreso questo in modo profondo, puoi cominciare a riconoscere che la vita ti dà continuamente miriadi di nuove chance, che la convinzione che dobbiamo fare tutto giusto e perfetto al primo tentativo, che i vecchi condizionamenti ti hanno fatto credere, è un concetto obsoleto. Imparerai che la vita è un esperimento. Che ti invita a giocare, scoprire, continuando ad andare avanti. Charavedi, dice Buddha: continua ad andare avanti.

Perché scrivo tutto questo? Semplicemente perché ho deciso di accogliere nuovamente nella mia Famiglia di Wing Chun Kyun un vecchio amico, Walter Longo,  che si era allontanato silenziosamente, senza sbattere la porta, alla ricerca di se stesso e di qualcosa di più gratificante, rispetto a ciò che aveva già trovato nel mio Kwoon. Oggi, però, mi chiede di rientrare in Famiglia, perché non ha trovato altrove ciò che già gli era stato offerto: Amicizia, Lealtà, Serenità.

Siccome pratichiamo un'Arte Marziale, è bene anche sottolineare il fatto che il nostro amico Walter torna ad allenare ciò che più gli piace, dopo aver nuovamente sperimentato altre Vie, altri Percorsi, validi e degni di rispetto, ma che, alla fine, non lo hanno appagato fino in fondo come il nostro. Ognuno deve andare alla ricerca della propria strada, perché l'insoddisfazione prende spesso il sopravvento quando perdiamo la consapevolezza di noi stessi e le esperienze come quella di Walter fanno bene alla salute dello Spirito, perché lo rafforzano, grazie agli errori.

Pubblico di seguito la lettera di Walter, indirizzata a me ed a tutta la nostra Famiglia. Spero che tutti i miei Allievi accettino le sue sincere scuse, perché la seconda possibilità va concessa a tutti, se vogliamo davvero camminare nell'ottica Tradizionale. Sta di fatto che per un periodo che andremo a valutare in seguito, la mia fiducia e quella di tutti i Fratelli andrà riconquistata a poco a poco, come Walter sa bene, non attraverso le parole, ma con la dedizione, la fedeltà e la lealtà che contraddistinguono la mia Scuola. Bentornato a casa!

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Il perché delle scelte...

Ciao Ragazzi, mi permetto di rubarvi solo qualche attimo della vostra convulsa giornata per farvi riflettere del perché di una scelta. In particolare parlo del perché della mia scelta di tornare ad allenarmi con il mio Si-hing Riccardo Di Vito* e con Voi.

sabato 26 novembre 2011

Qi Gong Taoista: Corpo, Respiro e Mente

Ospito con vero piacere questo articolo dell'amico Roberto Capponi, il quale ha accolto il mio invito a pubblicare qui alcuni appunti di viaggio riguardanti la Medicina Tradizionale Cinese - di cui è Operatore esperto e preparato -, con tutti i suoi risvolti, primo tra gli altri il Qi Gong. Grazie, caro Roberto, di aver accolto il mio invito. Auguro a tutti buona lettura!

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Il Qi Gong è un antichissimo complesso di tecniche e metodi votati alla longevità, alla terapia, allo sviluppo delle proprie potenzialità al massimo livello, alla meditazione. Tramite pratiche respiratorie, posturali, di intenzione e focalizzazione, con sistemi statici o dinamici, morbidi e lenti, così come anche rapidi ed esplosivi, il Qi Gong è in grado di intervenire fortemente sui flussi energetici dell’organismo, secondo la teoria della Medicina Cinese: ha quindi la potenzialità di trasformare il praticante e portarlo “all’elevazione”. Il Qi Gong ha origine nella notte dei tempi: le pratiche energetiche, sciamaniche, di coltivazione psico – fisica, monastiche e laiche sono le matrici della codifica di questo sistema di lavoro su se stessi.Il Qi Gong può essere “catalogato” secondo diversi criteri:
  • - Filosofia a cui la pratica si ispira => Taoismo, Buddhismo, Confucianesimo

  • Obiettivo della pratica => Terapia, Marzialità, Meditazione

  • Tipologia di Lavoro => Esterno, Interno
In questa piccolissima trattazione ci occuperemo del Qi Gong Taoista: esso mira a rendere il praticante in Salute (Corpo), Forte e Vitale (Energia) e Consapevole (Spirito). In linea generale, il Qi Gong Taoista mira a rendere la persona longeva, forte, in salute, in accordo con i flussi e le leggi naturali, tanto da rendere il praticante spontaneo “come un bambino” (simbolo dell’energia vitale al massimo livello e di uno spirito non imprigionato da convenzioni). Le tecniche di imitazione degli animali, alchemiche, erboristiche, sessuali, alimentari, marziali e di fusione con il macrocosmo esterno, completano il quadro.

Le pratiche alchemiche Taoiste si basano sulla coltivazione dell’Energia Essenziale (Jing), costituente il Corpo ed i Tessuti, derivante dal patrimonio ereditato dagli avi e dai genitori e coltivato con l’alimentazione e lo stile di vita. La coltivazione e l’accumulo del Jing porta alla longevità, alla salute, alla preservazione delle proprie risorse psico – fisiche (per esempio, l’invecchiamento precoce è sintomo di Deficit del Jing…), al rinforzo corporeo, ecc. Altresì il Jing rappresenta la coscienza di sé, la percezione di sé, la struttura di base di sé ed il proprio telaio, fisico e caratteriale.

Dopo aver coltivato il Jing, esso si trasforma in Qi (Energia Funzionale): il Qi rappresenta non solo la funzionalità fisica dell’organismo, ma anche la capacità di interagire con il mondo esterno, di vivere interscambiando energia (basti pensare al respiro), di mettersi in relazione. Inoltre il Qi (Energia) determina l’azione nella vita che deriva dalla propria struttura primordiale (Jing), in funzione di un Destino da voler portare a compimento nel proprio percorso.

Questa volontà, questa spinta verso il proprio Destino è lo Shen, lo Spirito e l’aspetto psico – emotivo – caratteriale, che rendono unica ed irripetibile ogni persona. Lo Shen determina i movimenti dell’Energia (Qi) che, a sua volta, attiva i processi corporei del Jing. Ciò produce autocoscienza, auto percezione, chiarezza di vedute, spirito indomito, libero, presente e lucido, salute e longevità, riequilibrio psico – fisico. Tutto ciò determinerà l’evoluzione spirituale e, di conseguenza, energetica e fisica del praticante, che gioverà della libertà di essere, agire e crescere e vivere.



giovedì 29 luglio 2010

L'impossibilità della classificazione


Da molto tempo lavoro ad un glossario dei termini tecnici del Wing Chun Kuen. Nonostante mi impegni in modo serio, ancora non sono riuscito a completarlo, perché qualcosa sfugge sempre. Il motivo è semplice: il pensiero cinese rifugge la classificazione. Quest'ultimo è un concetto del tutto occidentale, che non ci permette di accogliere in pieno la cultura d'Oriente, basata sulla teoria della combinazione.

Questo significa che per avvicinarsi alla cultura del Wing Chun Kuen non possiamo assolutamente fermarci ad un'interpretazione letterale di ciò che troviamo scritto. Oltretutto, dobbiamo abbandonare la nostra manìa di teorizzare ovvero di cercare delle regole scientifiche, matematiche, immutabili.

La flessibilità, l'assenza di una forma e l'estrema mutevolezza sono le caratteristiche di base del pensiero cinese. Credo che sia un assunto imprescindibile per poter praticare un'Arte Marziale nata nell'intreccio e dall'interazione dei due poli Yin e Yang, che si alimentano reciprocamente senza posa.

Proprio da questa mancanza di classificazione deriva la vera qualità del praticante di Arti Marziali Tradizionali Cinesi: la maestrìa della coppia Xu/Shi, vuoto/pieno, sia in senso fisico che psicologico. Attraverso questa dota, acquisita con l'esperienza, il Maestro di Arti Marziali dovrebbe saper utilizzare tanto il disordine quanto l'ordine, la staticità come il moto perpetuo, la difesa come l'offesa e così via. Nello scontro la coppia vuoto/pieno occupa il posto di Yin/Yang.

Come i più attenti lettori avranno capito, questo è il succo della mentalità taoista, la quale si riverbera in tutta la disciplina che pratichiamo. Non è un caso che parliamo sempre delle capacità dell'acqua come del nostro obiettivo da raggiungere. Come il flusso d'acqua si adatta ad ogni piega del terreno per garantirsi un suo corso continuo, così noi dobbiamo imparare a vincere senza combattere, imitando il comportamento dell'elemento principale della nostra esistenza. La metafora della flessibilità deve dominare il nostro cammino.

Un proverbio cinese recita: predisporre regole per ogni circostanza impigrisce la volontà.

lunedì 8 marzo 2010

La respirazione inversa - 逆呼吸

Oggi vorrei spiegare brevemente cosa sia e a cosa serva la respirazione inversa, una della quattro cui ho fatto riferimento qui, nonché una di quelle fondamentali nella nostra pratica quotidiana della Siu Nim Tau, come ci ricorda SiJo Leung Ting nei suoi testi e nei suoi tutorial. Si chiama 逆呼吸, Nì Hū Xī (mandarino) o Yik/Ngaak.Fu Kap/Ngap (cantonese) e fa riferimento alla respirazione inversa.

逆 [nì] è l'ideogramma utilizzato per rendere l'idea del contrario, dell'essere contrario rispetto a qualcosa. Come verbo è utilizzato per indicare l'andare contro, il disobbedire. Come aggettivo è proprio contro, contrario o inverso. Originariamente 屰 era semplicemente 大 (dà), una persona a testa in giù, che simboleggiava la nozione stessa di 'contrario'. Dopo 辶(辵 chuò), l'ideogramma del verbo 'andare', è stato aggiunto per rendere il senso di andare contro. In Cantonese lo troviamo trascritto come Ngaak o come Yik.

呼 [hū], lo ricordo per i più disattenti (l'avevo descritto qui) significa espirare, infatti è composto da 口 (kǒu) 'la bocca' e da 乎 [hū], che esprime il senso di emettere. In Cantonese è /Fu/. Nella congiunzione 呼吸 [hū xī) è propriamente il respiro, come nel caso che affrontiamo oggi. Infatti 吸 [xī] significa inalare (in Cantonese si trova come /Kap/ o /Ngap/). In alcuni casi è assorbire. 


Invertire la respirazione sigjnifica proprio sovvertire la respirazione naturale. Per provare la respirazione inversa, inspirate profondamente, con l'addome contratto e riempiendo la parte superiore dei polmoni. Quando espirate, spingete l'addome fuori e rilasciate il respiro all'interno del corpo. 

A causa della diminuzione della pressione nei polmoni (aumento del volume) il diaframma si sposta verso il basso, quindi, di conseguenza, gli organi nell'addome contratto saranno stimolati. Ognuno di noi ha utilizzato questo tipo di respirazione, in maniera consapevole o meno: si tratta del nostro modo di respirare, quando qualcosa di pesante ci spinge, noi istintivamente utilizziamo la respirazione inversa. Il respiro si sposta in verticale, su e giù all'interno del corpo, come una pompa.

È interessante notare che durante la respirazione inversa il respiro si muove anche in senso orizzontale, perché l'aria si sposta avanti e indietro dentro il ventre durante l'espirazione. Una tecnica comune taoista è di immaginare una perla che si sposti avanti e indietro, forse questo può aiutarvi a visualizzare il concetto.


Questo modo di respirare è una tecnica utile cui far ricorso prima della pratica della meditazione. Mi pare importante sottolineare che questo non dovrà mai diventare il nostro modo naturale di respirare. La pratica eccessiva della  respirazione inversa può portare a problemi medici, che vogliamo ovviamente evitare.

Io non consiglierei a nessuno con una pressione sanguigna molto alta e non curata di praticare la respirazione inversa. Io non sono un medico, ma mi è stato insegnato che esercitare troppa pressione sul basso addome può causare problemi di varia natura, così come l'eccessiva pressione sullo stomaco potrebbe contribuire ad ingenerare problemi di reflusso acido. 

Moderare la quantità di forza utilizzata, sollevando il tratto pelvico può essere utilizzato per prevenire un affaticamento dei muscoli respiratori: è importante che le tecniche avanzate di respirazione siano apprese e praticate sotto la supervisione di un insegnante esperto, ovviamente.

Per quel che ci riguarda più da vicino, la respirazione inversa durante la Siu Nim Tau ci porta ad allenare sia quella che viene comunemente chiamata "camicia di ferro", sia il movimento interno, che, dopo una pratica costante, ci aiuterà a sviluppare la forza che viene dal bacino.

mercoledì 3 marzo 2010

La respirazione, il nostro pane quotidiano

Penso che sia ormai risaputo che una dieta sana ed un esercizio fisico regolare siano necessari se non indispensabili per avere un corpo sano e forte. Senza esercizio, la condizione generale del corpo è sofferente, tendenzialmente predisposta a riportare danni dalla mancanza di movimento. Senza una dieta sana, ci mancano le calorie e inutrienti di cui abbiamo bisogno per la salute fisica e mentale. 

Tuttavia, la componente più importante per la nostra sopravvivenza e per una crescita complessiva dell'organismo è l'aria. Lavoriamo tanto per ottenere dei soldi per acquistare cibo, per vivere, ed abbiamo imparato il valore che questo ha per noi, avendo sperimentato l'assenza. Come sempre, solo perdendo qualcosa riusciamo a capire il valore che aveva per noi.

L'aria è libera (per ora), quindi è facile dimenticarne la sua importanza, ma possiamo vivere molto più a lungo senza cibo o acqua che senz'aria. L'aria è la base della nostra sopravvivenza. La respirazione (con la digestione, il sonno, il sangue e il flusso linfatico) è una parte fondamentale dei cicli vitali del corpo, ma è spesso sottovalutato e raramente allenata.

Gli esercizi di respirazione taoista sono pratiche di respirazione progettate per attivare il diaframma, espandere i polmoni e allenare l'innata risposta flessibile del corpo. Ci sono quattro tipi principali di respirazione (调 息 Diào xī) utilizzati nella nostra pratica taoista. Ne parleremo tra poco.

Anzitutto, 调 [diào] significa cambiare oltre a spostare. In Cantonese viene letto e scritto /Diuh/ o /Tiuh/. 息 [xī] è proprio il respirare e, non a caso, ha un ideogramma composto da 自 [zì] 'il naso' e da  心 [xīn] 'il cuore'. In cantonese è letto e scritto /Sik/. Diu Sik, quindi, la capacità di cambiare il modo di respirare. Pensiamo al controllo ritmico del respiro, il Pprânâyâma, lo stadio di apprendimento dello Yoga. Insieme al Pratyahara - o Devanāgarī -, la capacità di privarsi delle sensazioni sensoriali, attraverso un'estraniamento della mente, sono due degli stati principali dello Yoga.  Per quanto ci riguarda, l'interesse deve essere portato primariamente sul Diu Sik, perché dobbiamo imparare a controllare la respirazione, sia per un beneficio fisico, che per l'eventualità di uno scontro fisico.

I quattro tipi di respirazione taoista che dobbiamo imparare a conoscere sono quella naturale, la respirazione inversa, quella ubicata nel Dan-Tian e la respirazione embrionale. Queste pratiche di respirazione possono essere usate come una pratica di meditazione spirituale, oppure per implementare la nostra capacità nell'Arte Marziale, permettendoci di raggiungere un livello più profondo di salute mentale e fisica. Oggi voglio parlare della respirazione naturale 顺 呼吸 (Shùn hū xī). Partiamo dagli ideogrammi, come sempre.

顺 [shùn] significa insieme o "nella stessa direzione". Nella sua struttura è formato dagli ideogrami 川 [chuān], 'il fiume', e da 页 [yè) 'la testa', utilizzato per la sua pronuncia fonetica. In Cantonese è scritto e letto /Seun/. 呼 [hū] significa espirare, infatti è composto da 口 (kǒu) 'la bocca' e da 乎 [hū], che esprime il senso di emettere. In Cantonese è /Fu/. Nella congiunzione 呼吸 [hū xī) è propriamente il respiro, come nel caso che ci interessa oggi. Infatti 吸 [xī] significa inalare (in Cantonese si trova come /Kap/ o /Ngap/). In alcuni casi è assorbire. Espirare e respirare insieme, ecco il senso di Shùn hū xī, della respirazione naturale, se vogliamo 'normale'.

La respirazione naturale descrive il tipo di respirazione che si usa di solito per tutta la giornata. In questo tipo di respirazione, quando si inala, il diaframma si contrae e si muove verso il basso, spingendo la pancia  ed il petto fuori. Nella espirazione, il diaframma si distende verso l'alto e l'addome si muove, ritirando la pancia ed il petto.

Diversamente dalla respirazione normale, che abbiamo tutti nel DNA, per intenderci, allenare la respirazione naturale taoista ci impone di inspirare ed espirare lentamente (慢 màn], profondamente (深 shēn), con attenzione (细 xì) e uniformemente (jūn 均), senza privilegiare una fase a scapito dell'altra nell'atto di respirare. Questo permette al corpo di prendere  una maggiore quantità di ossigeno e di rilasciare più anidride carbonica del normale. Questo tipo di lavoro porta molti benefici per la salute: un abbassamento della pressione sanguigna, il rallentamento del battito cardiaco ed una più veloce eliminazione delle tossine.

giovedì 19 novembre 2009

Cenni sulle origini marziali

Vi invito a leggere l'articolo che segue, scritto dalla cara Nunzia, che saluto con affetto.
 
Esiste un gran numero di leggende sull’origine delle arti marziali cinesi. Quello che si sa di sicuro è che le prime rappresentazioni artistiche di uomini (probabilmente soldati) in posa marziale risalgono al periodo preistorico (oltre 4000 anni fa). Le arti marziali cinesi rimasero essenzialmente composte da una serie di danze di guerra e da esercizi fisici di preparazione militare fino al periodo denominato “primavere ed autunni” (770 – 476 a.C.) dove nacquero e si svilupparono le grandi correnti filosofiche cinesi come il Taoismo ed il Confucianesimo. In questo periodo le tecniche marziali iniziarono a fondersi con la filosofia e la religione fino a diventare un argomento di studio persino nei monasteri. In genere, quando si parla di Kung-Fu si può più semplicemente prendere come punto di riferimento lo stile Shaolin originario, cioè quello fondato da Bodhidharma nel 500 d.C. circa nell’omonimo monastero.
Le varie persecuzioni religiose che avvennero sotto le dinastie imperiali segnarono il declino di molti templi (fra cui il famoso tempio di Shaolin) e la nascita di “scuole” di arti marziali molto simili a sette segrete ed esoteriche. Questo portò ad un frammentarsi delle tecniche e delle conoscenze dando vita a migliaia di stili molto differenti fra loro, senza contare gli innumerevoli stili detti “del contadino” praticati dagli abitanti delle campagne e che si tramandavano di generazione in generazione.
La principale suddivisione tra gli stili è tra interni ed esterni. Esiste anche un’altra importante categorizzazione, nata dalle esigenze di adattamento alle condizioni geografiche in cui le arti marziali venivano praticate, quella tra stili del nord e stili del sud. Nel nord della Cina venivano praticati stili con posizioni ampie, con un gran numero di tecniche di gamba e di salti acrobatici. Nel sud invece gli stili si sono caratterizzati per un minore utilizzo delle gambe e per posizioni più corte, questo probabilmente a causa del fatto che in queste regioni vi erano molte risaie, in cui era difficile poter utilizzare gli arti inferiori per combattere.

lunedì 31 agosto 2009

Taoismo e Wing Chun

Il Wing Chun è un’applicazione diretta e molto evidente dei concetti sviluppati da alcune delle più importanti correnti di pensiero dell’antica cultura cinese. Questo gli dà delle caratteristiche singolari nel panorama delle arti marziali e penso sia utile parlarne.

Se vogliamo andare alla ricerca delle radici culturali dalle quali nacque il Kung Fu e, nello specifico, il Wing Chun, penso che il primo testo cui fare riferimento sia certamente costituito dall’I Ching, “Il libro dei mutamenti”, che include alcune tra le più antiche tracce scritte lasciateci dalla cultura cinese.

L’altro importante riferimento è sicuramente il primo taoismo, corrente di pensiero sviluppatasi intorno al IV secolo avanti Cristo nel “periodo degli Stati combattenti”, che fu detto anche “il periodo delle Cento Scuole”. Quindici secoli più tardi - circa novecento anni fa - il neo confucianesimo, sistema che unì Buddhismo e Taoismo al Confucianesimo, portò avanti in vari modi il concetto di “principio supremo” o Tai Ji, che ci dovrebbe essere familiare…

Vorrei illustrare sia pure in modo incompleto ed affrettato le relazioni del Wing Chun con il primo Taoismo. Farò per questo riferimento ad alcuni passi del “Libro della Via e della Virtù”, testo fondamentale del Taoismo attribuito a Lao Tzu. Probabilmente corro il rischio di banalizzare una materia non semplice, ma proverò a non scrivere ovvietà.

In ordine logico, il primo principio da ricordare tra quelli espressi da Lao Tzu è il riconoscere i cambiamenti ciclici e continui che avvengono nel mondo naturale, principio già enfatizzato dall’I Ching. Dice Lao Tzu: “L’Essere ed il non essere si generano l’uno con l’altro; il lungo ed il corto si formano l’uno dall’altro; l’alto e il basso si invertono l’un l’altro. Ciò che è piegato diventa intero, ciò che è tortuoso diventa diritto, ciò che è vuoto diventa pieno”.

Nel pensiero taoista a questo principio si unisce la considerazione per cui le nostre relazioni con noi stessi e con il mondo che ci circonda hanno un ruolo essenziale. Quello che noi compiamo, quello che riusciamo a essere, dipende sostanzialmente da queste relazioni. La questione fondamentale riguarda perciò il modo con cui i nostri cambiamenti debbono rispondere ai cambiamenti delle cose e delle persone con cui interagiamo. Se il mondo intorno a noi cambia ciclicamente, quale deve essere il comportamento del saggio?

Secondo il pensiero taoista dobbiamo lasciare compiere i mutamenti che non dipendono da noi, assecondandoli e cercando di trarne vantaggio al momento opportuno. “Se si forzano le cose, si va contro il loro sviluppo naturale e le si perde”. Questo è il cosiddetto principio del Wu Wei, letteralmente tradotto come “non agire”. In breve, secondo Lao Tzu, “il saggio compie senza ‘azione’ (senza opporsi ai cambiamenti)”.

Il “non agire” non va inteso, quindi, nel senso di una completa passività, ma nel non opporsi, nel non fare resistenza. Come è stato detto da un famoso traduttore dei testi classici cinesi (Man Jan Cheng, letto nella traduzione di Tam Gibbs, da cui sono prese le citazioni dal testo di Lao Tzu riportate) “il Wu Wei è l’arte di padroneggiare le circostanze senza opporre loro resistenza; è il principio di schivare una forza che si abbatte su di voi in modo che non possa colpirvi”.

Il consiglio di Lao Tzu è quello di cambiare in modo complementare ai cambiamenti di ciò con cui siamo in relazione, in una mutua alternanza: essere deboli contro la forza, essere forti contro la debolezza. Diminuire quando ciò con cui interagiamo si ingrandisce; ingrandirsi quando esso diminuisce. Dice Lao Tzu: “Se si vuole estendere, bisogna innanzitutto restringere. Se si vuole rafforzare, bisogna innanzitutto indebolire. Se si vuole prendere possesso, bisogna innanzitutto offrire”. Questo è quello che si chiama una visione sottile: il molle ed il debole vincono il duro ed il forte.

Nella guerra, cercare di opporsi al nemico quando è forte sarebbe dannoso e non utile. Per avere il sopravvento, bisogna cogliere le occasioni in cui egli è debole. Il principio del “non fare resistenza” ci richiede di essere flessibili per assecondare i mutamenti altrui, siano essi di espansione o di recessione, adattandoci ad essi. Lao Tzu riconosce che in natura la flessibilità è segno di vitalità: “Quando nasce l’uomo è tenero e debole; quando muore, è duro e rigido. I diecimila esseri, piante ed alberi, durante la vita sono teneri e cedevoli; quando muoiono sono secchi ed appassiti. Perché ciò che è duro e rigido è servo della morte; ciò che è tenero e debole è servo della vita. Se un albero è troppo rigido, si spezza. Ciò che è duro e rigido, è posto in basso; ciò che è tenero e debole è posto in alto”.

Per il Taoismo il simbolo più efficace del “non agire” e della flessibilità è rappresentato dall’acqua, che è con evidenza priva di rigidità e disposta ad adattarsi ad ogni situazione nella quale può trovarsi ma è pure capace di penetrare dovunque. Quante volte vi sarà stato detto, durante gli allenamenti, che bisogna essere come l’acqua? Ecco, il senso sta tutto nella visione taoista. Come dice Lao Tzu, “la bontà suprema è come l’acqua. La bontà dell’acqua consiste nel fatto che essa reca profitto ai diecimila esseri senza lottare. Essa resta nel posto più basso, che ogni uomo detesta”.

“Niente al mondo è più molle e debole dell’acqua, ma nel combattere ciò che duro e forte, niente può superarla – continua Lao Tzu -. Così io so che il non agire (il non essere rigidi) ha il sopravvento. Il segreto del successo sta anche nell’essere tempestivi nelle proprie reazioni al cambiamento al fine di ‘intervenire sul piccolo’”.

Quando siamo soliti praticare il Chi Sau in maniera molto morbida e rilassata, diciamo che ci serve per “sentire” o per “percepire” la minima forza dell’avversario e per assecondarla. Il principio taoista esposto da Lao Tzu penso che vada a pennello: “Percepire ciò che è debole vuol dire avere la visione. Ciò che non è apparso si previene facilmente. Ciò che è minuto si disperde facilmente. Agisci prima che qualcosa sia; crea l’ordine prima che ci sia il disordine”.

Per riconoscere al loro nascere i cambiamenti del mondo che ci circonda è necessario “unirci” ad esso e mantenere un continuo ed attento contatto. Occorre cioè ascoltare con continuità ed essere capaci di interpretare. Lao Tzu dice: “Veglia sull’inizio come sulla fine; allora nessun affare rovinerà”.

Nulla di tutto quello che è stato indicato potrebbe essere applicato con successo se non si riuscisse a trovare la propria unità di mente e di corpo ed a sentirsi senza paura parte del mondo che ci circonda, dimenticando se stessi e liberandosi da ogni rigidità e tensione. Questi, che sono anche i principi della meditazione taoista, sono enunciati così da Lao Tzu: “Aggrappandoti all’unità con la tua anima spirituale e la tua anima corporale puoi impedire che si separino? Ripulendo il tuo specchio oscuro (cioè la tua mente), puoi renderlo senza macchia?

Raggiungi il vuoto estremo e conserva una rigorosa tranquillità. Così, mentre i diecimila esseri tutti insieme si dibattono attivamente, io contemplo il loro ritorno nel nulla. Tornare alla radice si chiama la tranquillità; ciò vuol dire deporre il proprio compito (i propri interessi immediati)”.

Credo che di citazioni di Lao Tzu ne abbiate abbastanza (mi fermo qui), trascurando tra l’altro la sua attenzione alle energie interne ed al modello dell’infante (vedete i punti 10 e 55 del testo). Va comunque segnalato che alcune parti del testo di Lao Tzu possono essere difficilmente accettate, poiché sono in contrasto con principi morali e civili che sono i fondamenti della nostra società, ma anche il Wing Chun è una scelta di vita.

Una straordinaria somiglianza tra i principi del primo taoismo e quelli del Wing Chun si vede quando si chiede di raggiungere l’unità di corpo e di mente, liberandosi da rigidità e tensioni fisiche e mentali e concentrando l’attenzione su ciò che si sta facendo, imparando a cambiare in modo flessibile e cedevole, ascoltando per conoscere se stessi e gli altri, accompagnando in modo complementare i cambiamenti dell’avversario e cogliendo le opportunità che egli offre, cedendo quando egli avanza ed avanzando quando egli indietreggia, reagendo con tempestività quando i suoi cambiamenti stanno per manifestarsi. Mi pare che siano principi ben noti a chi pratica questa arte marziale e che permettono, come dice Lao Tzu, che il debole vinca il forte.

Una seconda considerazione è che dopo tanti secoli l’utilità di questi principi in vari settori dell’attività umana - dalla condotta di operazioni militari alla politica ed al governo delle aziende - è sempre più riconosciuta dagli esperti di queste discipline. La loro validità appare evidente anche in molte occasioni - non tutte quelle possibili – della vita quotidiana. In generale, applicando i principi del taoismo adottati dal Wing Chun e concentrando l’attenzione sulle nostre relazioni con il mondo che ci circonda, senza resistere ai cambiamenti che non riusciamo a controllare, possiamo impiegare al meglio le nostre capacità ed al contempo proteggerci da molti stress ritrovando calma e tranquillità, con benefici effetti anche sulla nostra salute.

Un importante esempio è costituito dalle nostre interazioni con altre persone. Ascoltare i nostri interlocutori con attenzione per conoscere le loro motivazioni, invece che resistere “chiudendoci” o allontanarci, ci mette già in una situazione di potenziale vantaggio. Se riconosciamo degli interessi comuni, possiamo coltivarli al meglio delle nostre possibilità. Se viviamo una situazione conflittuale, la calma con la quale possiamo gestirla seguendo gli impulsi delle nostre controparti invece di resistervi, ci permette di trarre vantaggio dei loro punti di debolezza. In ogni caso possiamo avere relazioni interpersonali più efficaci di quanto potremmo fare altrimenti.

In breve, il Wing Chun può essere anche una scuola di vita che ci insegna a difenderci dalle nostre reazioni emotive ed a cambiare utilmente i nostri comportamenti abituali. Certamente non è necessario leggere Lao Tzu per praticare correttamente il Wing Chun. Una delle caratteristiche di questa arte marziale è tuttavia l’essere una sorta di finestra dalla quale ci si può affacciare su una cultura che ci viene da lontano, nel tempo e nello spazio geografico, ma che ha un significato universale ed è di grande modernità per molti aspetti della nostra vita. Questa è un opportunità che è a vostra disposizione. Oltre al testo di Lao Tzu, possono essere utilmente letti Chuang Tzu, che è anche molto piacevole dal punto di vista letterario, e l’Arte della Guerra di Sun Tzu, per entrare appieno nell’alveo del fiume in cui scorre il nostro Wing Chun.

sabato 29 agosto 2009

Il Tao come stile di vita VI

Avendo ricevuto parecchie richieste di chiarimenti circa il Taoismo, mi pare giusto dedicare un post ad un riassunto generale di quanto detto finora, con qualche nota sui due libri più importanti.

Il Taoismo deve la sua grande fama ad uno dei maggiori filosofi cinesi, Lao Tze (letteralmente “Antico Maestro”), il quale visse tra il VI e il V secolo avanti Cristo. Lao Tze è l’autore del Lao Ci, successivamente chiamato Tao Te Ching (“Il libro della via e della virtù”), dove raccolse le sue più importanti riflessioni. Insieme alle opere di Chuang Tzu e Lieh Tzu, fra tutti i classici del Taoismo, il Tao Te Ching rappresenta il testo più importante.

La “dottrina” taoista, se così possiamo chiamarla, nacque sulla base di presupposti magico-religiosi: comprende alcune regole di comportamento (alimentari, igieniche, respiratorie, sessuali, etc.) di derivazione sciamanica, certamente provenienti da una cultura precedente, probabilmente molto più antica dalla stessa di Huang Ti. Attorno a questi presupposti magico-religiosi si è sviluppata la filosofia taoista, alla base della quale vi è un ideale di vita incentrato sull’autonomia dell’individuo, sulla libertà, sulla gioia e sul rapporto con la natura.

Il Taoismo filosofico attribuisce i mali del mondo ai condizionamenti culturali che hanno allontanato l’Uomo dalla sua vera essenza, quella più legata alla natura, indebolendo il suo “spirito vitale”. Gli intralci creati dalla cultura devono quindi essere eliminati. Per far questo l’individuo deve ritornare ad uno stile di vita “primordiale”, “naturale”, più sano, più puro e più armonico rispetto ai ritmi che scandiscono il divenire naturale all’interno dell’universo.

Una delle caratteristiche fondamentali della natura è l'alternanza tra Wei e Wu Wei, tra Azione e Non-azione. Dal concetto di Wu Wei deriva quello del “Grande Termine” nel quale l’indifferenza alle cose del mondo, il silenzio e la quiete regnano sovrani. Sulla base della dicotomia Wei-Wu Wei, il Taoismo tenta di dare una descrizione e una spiegazione delle meccaniche che stanno alla base del divenire universale, dell’esistente e dei suoi mutamenti. Alla base di queste meccaniche vi è il Tao, all’interno del quale vive il Te (la virtù, il potere), una forza inattiva e priva di scopo che si identifica con il Tao stesso.

Il Tao è strettamente connesso con i concetti di Yin e Yang, (già presenti, anche in maniera intuitiva, nel libro dell’I Ching) e, come abbiamo visto (I, II, III, IV, V), potrebbe essere tradotto come “Via”, “Cammino” o anche come “Corso naturale delle cose (o degli eventi)”. Sono tutte parole e frasi riferite al principio del divenire, che sta alla base di ogni evento universale, un vero e proprio flusso vitale, il quale, scorrendo, produce e trasforma la realtà di ogni essere animato e inanimato.

La funzione fondamentale del Tao è dovuta all’azione combinata delle due forze che stanno alla base del divenire delle cose: lo Yang (il moto, il maschile, l’attivo, il bianco) e lo Yin (la quiete, il femminile, il passivo, il nero).

Per quanto riguarda l’I Ching, può essere letteralmente tradotto come “Il Libro classico sul mutamento”. Il testo è scritto secondo la tradizione cinese di quattromila anni fa ed è il più antico libro sapienziale mai scritto. I segni lineari alternativamente interi e spezzati disegnano i mutamenti attivi tra cielo e terra, spiegano le stagioni e i fatti umani in linguaggio simbolico e compilano un’esatta aritmetica del divenire.

L’I Ching è codificato sotto precise regole matematiche, come nella fedele tradizione taoista. Esso è il manifestarsi della Via stessa, dell’evolversi continuo del mutamento. Il testo, spesso di carattere oscuro, diviene chiaro seguendo le precise indicazione taoiste e interpretando l’alternarsi continuo delle linee, così che l’I Ching, pur non prevedendo il futuro, dà modo di capire come una qualunque situazione possa evolversi e, allo stesso tempo, dà indicazioni per far sì che tali situazioni divengano, nel mutamento, favorevoli per noi. Quindi l’I Ching non è un oroscopo sulla fortuna, come ho letto altrove, ma un consiglio su ciò che sarebbe opportuno fare in una determinata situazione.

La consulenza dell’I Ching può avere una durata variabile, dal momento che gli stessi segni e simboli con cui esso risponde possono avere infinite spiegazioni riconducibili, dopo acuta analisi, alla risposta vera e propria. La scienza filosofica e matematica che questo testo racchiude in sé è stata tramandata da generazioni di padre in figlio e da maestro a discepolo. È stata usata per più di quattromila anni nella cultura cinese, mentre in quella occidentale la consapevolezza della saggezza dell’I Ching inizia ad entrare in scena con lo studio che il matematico Willhelm Leibnitz (1646- 1716) portò avanti sul testo. Ritenne di aver individuato un “nuovo” sistema di numerazione basato su principi diversi da quelli fino ad allora utilizzati: il sistema binario, che ora è la base sulla quale è possibile l’utilizzo dei computer e delle tecnologie affini.

Il pensiero taoista prende le mosse dall’I Ching, fondendosi con esso fin dall’antichità. Per questo, per intuire, interpretare e capire l’ I Ching è necessario conoscere la tradizione taoista, così sottile ed enigmatica, antica e moderna, idealistica e pratica.

Ancora due parole sullo Yin e sullo Yang. La filosofia taoista vede l’intero cosmo quale manifestazione del Tao, principio fondamentale che è centro, motore e scopo di ogni elemento, onnipresente ma impercettibile e indefinibile. Il Tao viene raffigurato anche come un cerchio suddiviso in due identiche ma opposte metà sinusoidali, una di colore bianco e una di colore nero con al loro interno un piccolo seme del colore opposto, che rappresentano lo Yin e lo Yang: è la raffigurazione del principio della creazione da cui tutto nasce.

Ogni espressione della natura ed ogni essere vivente sono emanazioni del Tao, che si manifesta attraverso una forza di trasformazione: il Ch’i, soffio vitale, vibrazione vitale dell’universo presente in ogni manifestazione della natura e nell’uomo, espressione dell’attività dinamica di due polarità primordiali opposte ma complementari dette, appunto, Yin e Yang.

La metà di colore nero, con il seme bianco al suo interno, è lo Yin: rappresenta l’aspetto femminile, ricettivo, interno, freddo, oscuro di ogni fenomeno; la metà bianca con il seme nero rappresenta il principio opposto e complementare, lo Yang: questo rappresenta l’aspetto maschile, creativo, esterno, caldo e luminoso. Le due polarità non sono entità materiali, non esistono singolarmente e si completano trasformano vicendevolmente.

Tutte le cose hanno due aspetti Yin e Yang. Ogni aspetto può essere a sua volta diviso in due parti Yin e Yang. Questi si creano vicendevolmente e si controllano vicendevolmente. Lo Yin e lo Yang si trasformano l’uno nell’altro, perché l’uno contiene anche l’altro.

giovedì 27 agosto 2009

Il Tao come stile di vita V

Il sangue, invece, parte dal cuore, carico di sostanze vitali e attraverso arterie, capillari e vene torna al punto di partenza, privo di esse. Durante la fase dell’inspirazione avviene un processo per cui l’aria entra in contatto con il sangue; gli cede ossigeno e lo arricchisce nuovamente di quelle sostanze perse, preparandolo al ciclo successivo. È importantissimo quindi che l’ossigeno si leghi al sangue in maniera adeguata e sufficiente, perché più viene assorbito e tanto più miglioreranno le funzioni dell’intero organismo. Questo si spiega col fatto che l’ossigeno ha il compito di depurare il sangue ed alimentarlo di nuove sostanze. Pertanto, se l’apporto di aria nei polmoni risulta inadeguato, non avviene una completa depurazione e parte delle scorie ritorna in circolo. All’accadere di ciò, l’organismo ne soffre ed accelera il suo processo di invecchiamento: questo si spiega col fatto che poco ossigeno, legandosi con l’emoglobina del sangue, non permette una ottimale rigenerazione delle cellule.

A questo punto, risulta logico che una sana e corretta respirazione agisce in modo estremamente positivo, determinando, oltretutto, un sensibile sviluppo della capacità estensiva, contrattiva ed elastica della muscolatura e degli organi in genere. Il respiro, come spiegato, è un’operazione complessa. Nell’ambito di questa, è opportuno soffermare l’attenzione sul fatto che durante il suo ciclo, oltre le azioni già menzionate, avviene anche il contatto energetico e vitale con la sostanza vibrante dell’universo ovvero con l’essenza della vita stessa.

Le principali tecniche di respirazione tendono infatti ad aumentare e favorire l’assimilazione di ossigeno a livello polmonare e nei tessuti, con un fine quindi altamente positivo. Così, alla normale fase di inspirazione ed espirazione, si aggiunge la fase intermedia, l’intervallo di “ritenzione” del respiro, durante la quale l’ossigeno stesso poteva essere più a fondo assimilato.

Le tecniche che a noi interessano sono due: quella detta semplice e quella a narici alternate, che fu appositamente studiata per poter manipolare singolarmente o insieme le due forza Yin o Yang. Analizziamo la prima. In essa si assume la posizione del loto; la colonna vertebrale deve essere perfettamente dritta, le spalle rivolte all’indietro, il mento ed il corpo rialzati, braccia e mani distese sulle cosce. La prima fase inizia con l’inspirazione, la quale deve essere eseguita con molta calma, rilassamento ed armonia, seguendo il percorso che parte dalle narici e scorre prima verso i polmoni, passando attraverso i bronchi ed il torace; poi giunge in ultimo al diaframma, che con un piccolissimo sforzo dovrà essere abbassato, per consentire l’immagazzinamento di più Ch’i possibile; in questo preciso istante è anche necessario che l’addome sia sospinto all’infuori.

La seconda fase è quella della ritenzione. Restando immobili, si deve mantenere il torace nello stato di maggior dilatazione consentita, senza però forzare eccessivamente: sarebbe molto pericoloso! La suddetta dilatazione si ottiene con una profonda inspirazione. La fase intermedia, serve quindi a dar tempo all’ossigeno di venir assimilato nel miglior modo possibile, a livello degli alveoli polmonari. Bisogna anche fare attenzione che la cassa toracica, nella fase di tensione sia tenuta ferma, senza essere allo stesso tempo troppo rigida o tesa.

In ultimo, si ha il momento di completa espirazione. Essa consiste nell’emettere dalle narici tutta l’aria immagazzinata durante le fasi precedenti. Questo è un momento molto importante: se dovesse incorrere qualche errore proprio adesso, si rischierebbe infatti di gettare al vento tutto il lavoro svolto in precedenza. Dunque, l’aria deve essere espulsa attraverso le narici, impiegando un tempo circa due volte più lungo di quello occorso durante l’inspirazione; bisogna altresì fare attenzione ad espellere l’aria nella maniera più armoniosa e fluida possibile, senza interruzioni, scatti o a velocità incostante. Molto importante è badare a non forzare molto l’emissione. Se non si riesce ad impiegare un ritmo prolungato in questa fase, non si otterranno i migliori risultati, ma ciò nonostante bisognerà che si riesca a mantenere il flusso aereo uguale e costante, come l’alterarsi delle onde del mare, quando è calmo.

Subito dopo aver emesso l’aria, tramite lo svuotamento dei polmoni, occorre, senza lasciar trascorrere pausa alcuna fare un piccolo sforzo: contrarre all’indietro i muscoli addominali e innalzare il diaframma, in modo tale da svuotare completamente i polmoni. Di qui, verrà la successiva fase di inspirazione, in cui immagazzinare altra aria. Durante l’intero ciclo respiratorio – inspirazione, ritenzione ed espirazione – il praticante dovrà concentrarsi non tanto sul respiro, bensì su un punto preciso, il Tan-T’ien, sito, come detto più volte, a circa tre centimetri sotto l’ombelico, a tre dita di profondità, verso l’interno del nostro corpo. Per far intendere che cosa sia il Tan-T’ien è sufficiente affermare che esso rappresenta uno dei sette centri vitali del corpo umano.

A questo punto segue la seconda, fondamentale, tecnica respiratoria. Essa è conosciuta come respirazione a narici alternate, detta Anuloma-Viloma. Attraverso questo tipo di respirazione il praticante può mutare, aumentando o diminuendo, le due energie Yin o Yang dentro di lui. In tal modo potrà quindi adattare il suo corpo, concepito ora come conduttore di energia, alle necessità che gli possono essere richieste dalle circostanze.

Ad ogni narice corrisponde una delle due forze: per l’esattezza dalla narice sinistra si incanala l’energia Yin, mentre dalla narice opposta si incanala l’energia Yang, rispettivamente conosciute coi nomi sanscriti di Ida e Pingala. Vediamo adesso il sistema respiratorio che ne sfrutta l’incanalamento. Dalla consueta posizione, bisogna portare la mano destra a livello delle narici: con il pollice destro si eserciti pressione sulla parete esterna della narice stessa, in modo da occluderla; a questo punto ha inizio il ciclo respiratorio, inspirando dalla narice rimasta libera, vale a dire la sinistra, in tal modo si cominci ad inalare lentamente, seguendo il flusso aereo, prima attraverso il naso, poi tramite la trachea, i bronchi, fino a riempire del tutto i polmoni.

Con il dito anulare della mano destra, a polmoni pieni, si esercita pressione sulla narice sinistra chiudendola; qui subentra la fase di ritenzione del respiro. Una volta terminata, si allontana il pollice dalla narice destra e si espira completamente, attraverso quest’ultima. Conclusa l’espirazione, si inizia istantaneamente la fase ultima inspiratoria, tramite la narice destra, rimasta aperta, la quale verrà poi a trovarsi di nuovo chiusa, al termine del ripetuto atto, dal pollice. E così seguirà la seconda fase di ritenzione del respiro per poi seguire la totale e armoniosa espirazione di tutta l’aria, alzando il dito medio dalla narice sinistra. A questo punto il ciclo è terminato e bisogna soltanto ripeterlo allo stesso modo più volte. Altre modalità respiratorie saranno oggetto di ulteriori approfondimenti.

martedì 25 agosto 2009

Il Tao come stile di vita IV

Ringrazio tutti gli amici che hanno contribuito alla ricerca delle informazioni che sto cercando di trasmettere nella serie di post dedicati al Taoismo ed alle connessioni delle stesso con le Arti Marziali e con il corpo umano. Senza determinati aiuti non avrei potuto scrivere post come quello che segue. Bene o male tutti sappiamo che l’azione del corpo viene decisa e pilotata dal cervello. Per fare un esempio, se decidiamo di chiudere la mano a pugno, il cervello invierà, attraverso il nervo spinale, degli impulsi particolari, che fanno espresso riferimento a quella data azione. Essi giungeranno ai muscoli interessati, percorrendo la via più breve possibile.

Il nervo spinale, che si dirama dal midollo spinale, è collegato al muscolo mediante un meccanismo fisiologico, conosciuto come sinapsi. Gli stimoli chimici e fisici possono così essere trasmessi da una fibra nervosa ad una muscolare. Scendendo ancora in profondità, ogni cellula nervosa elabora particolari sostanze, liberate in seguito all’instaurarsi di un impulso nervoso. Tali sostanze, conosciute come mediatori chimici, agiscono sulla cellula immediatamente successiva, consentendo così in connessione sinaptica il passaggio dell’impulso da una fibra all’altra.

Del sistema nervoso ricordiamo i due mediatori più importanti: la noradrenalina, l’acetilcolina ed altri, quali la serotonina, l’acido ammino butirrico, l’acido glutamminico, la dopamina, l’adrenalina, etc. In sintesi, la sinapsi è un collegamento tra fibre nervose e, una volta colmo del mediatore chimico dell’acetilcolina, trasmette l’impulso di cellula in cellula, come ne fosse il ponte di congiunzione. Se ripetiamo molte volte di seguito un dato movimento, accade che quella cavità sinaptica, priva di cellule nervose, secernerà per lungo tempo acetilcolina, che, per le sue caratteristiche fisio-chimiche, renderà quello specifico movimento di volta in volta più lento.

Per velocizzare una tecnica si richiede quindi una profonda conoscenza dei nostri meccanismi interni, onde sopperire agli ostacoli naturali che si presentano di volta in volta. Se l’allenamento alla velocità viene perciò effettuato lasciando correre del tempo tra una tecnica e quella successiva – purché sia sempre la stessa – l’aceticlcolina avrà occasione di essere distrutta da particolari enzimi addetti a tale funzione e il movimento risulterà più rapido.

La ripetizione controllata di una tecnica particolare farà sì che venga sensibilmente accorciato il percorso che l’impulso nervoso dovrà compiere. L’abilità di ognuno deve quindi consistere nel corretto dosaggio dei tempi di intervallo tra le varie ripetizioni meccaniche dei movimenti prestabiliti e preferiti. Ma nella determinazione di un evento drammatico a volte non basta la velocità di reazione esaminata, se questa non sia prima controllata, dominando gli impulsi dell’istinto recondito e primordiale, sito in ognuno. Evidentemente vengono a galla altri fattori, più o meno conosciuti. In questa sede limitiamoci ad esaminare quello più importante.

Ogni uomo probabilmente ha sperimentato la sensazione di tensione che si manifesta all’insorgere di un grave pericolo, che minaccia la nostra incolumità. Secondo i casi, qualcuno avrà agito attivamente, finendo poi per volgere la situazione negativa a suo totale vantaggio, ma qualcun altro avrà “reagito”, restando ghiacciato dalla paura o stabilendo un nuovo record di velocità. Ecco la spiegazione: nei momenti di forte tensione emotiva, inerente il pericolo di vita od anche un pericolo per un nostro caro, la natura ci viene in soccorso con la sua complessa e perfetta organizzazione. Qui, infatti, entra in scena quella famosa sostanza, conosciuta sotto il nome di adrenalina. È un ormone secreto della sostanza midollare delle ghiandole surrenali e agisce sulla circolazione, sulla respirazione, sul metabolismo, fungendo da cardiostimolante, vasocostrittore (in tal caso, costringendosi i vasi sanguigni, la pressione aumenta e al contempo si accelerano notevolmente le principali funzioni dell’organismo) e broncodilatatore, consentendo così una maggiore ventilazione, in vista di un probabile supersforzo da compiere. La scarica di adrenalina produce anche l’effetto di velocizzare al massimo i movimenti e fornisce ai muscoli circa il doppio della normale forza fisica di un solo uomo. Ora diviene molto chiara l’importanza di saper controllare soprattutto l’adrenalina, indirizzando opportunamente a proprio vantaggio le sue potenzialità.

Anche sulla respirazione bisogna soffermarsi per bene. La respirazione è senz’altro la principale funzione degli organismi viventi e, a maggior ragione, dell’uomo, perché senza di essa la vita sarebbe del tutto impossibile. Inoltre, tale funzione, per l’importanza rivestita nel ruolo vitale, segna il destino di ognuno, in quanto, secondo come viene eseguita, possono scaturire i più disparati stati di salute. Tant’è vero che da una corretta respirazione gli immediati vantaggi consistono in una notevole vitalità dell’organismo, sia a livello fisico, sia a livello mentale: da una parte, infatti, si acquista resistenza alle malattie e vigore, dall’altra viene favorito lo sviluppo delle capacità intellettive, il controllo delle facoltà mentali ed uno stato di pacatezza attiva.

Al contrario, una respirazione errata o non controllata inibisce in modo considerevole le difese naturali del nostro corpo e non regola costantemente ed efficacemente la salute psico-fisica: da ciò deriva una precoce vecchiaia e una maggiore esposizione ai rischi di malattie fisiche e mentali, tra cui, in special modo, quelle relative agli stati emotivi, come, ad esempio, la nevrastenia (eccitabilità ed esaurimento del sistema nervoso), senso di angustia, dispepsia (cattiva digestione), cefalgia (mal di testa), etc.

Il respiro, dunque, è vita. In particolare, è molto importante, soprattutto per le due principali funzioni a cui assolve: da una parte permette di avere più ossigeno a disposizione del sangue e del cervello, dall’altra, in modo diretto, consente una migliore potenzialità fisica, sia il necessario controllo del Ch’i, dell’energia vitale, in base alla quale poter controllare anche la mente.

Spiriti e menti evolute, dotati di buona capacità di osservazione dei vari, affascinanti e mutevoli fenomeni della Natura, scoprirono che gli esseri dalla vita più longeva (la tartaruga, l’elefante, etc.) possedevano un ritmo respiratorio, una frequenza di cicli di inspirazione ed espirazione più lenti della norma. In seguito, quasi per imitazione, l’uomo cercò coscientemente di educarsi a questi nuovi ritmi, più lenti e salutari. S’intuiva che al rallentamento del respiro e alla sua funzione vitale, doveva far seguito una riduzione del normale processo metabolico dell’organismo e dei relativi consumi energetici.

Risulta molto interessante notare che in Oriente tutte le discipline esoteriche, di culture e periodi diversi, svilupparono ognuna proprie tecniche respiratorie, ma il risultato di tutti i vari studi e delle molteplici applicazioni si manifestò nel raggiungimento di conclusioni ed effetti simili, se non uguali. Ad esempio, in India la tecnica respiratoria più avanzata rientra nel vasto campo del Pranayama, mentre in Cina, pur se con alcune varianti, fa parte del cosiddetto Ch’i Kunh (o Chi Kung).

Bisogna allora dire che gli organi preposti al processo respiratorio in senso stretto sono i polmoni ed il cuore uniti tra loro, mediante arterie, che si diramano dai bronchi. I polmoni sono rivestiti dal cosiddetto sacco pleurico (composto da due membrane: quella viscerale, aderente alla parete polmonare, e quella parietale, aderente alla parete interna della gabbia toracica), un involucro elastico che consente loro di aderire al petto e di non generare attriti durante il ciclo respiratorio. L’aria, prima di giungere ad essi, inizia il suo percorso entrando dalle narici ed attraversando, nell’ordine, faringe, laringe, trachea e bronchi.

Continua…

domenica 23 agosto 2009

Il Tao come stile di vita III

Nel corso del nostro studio e della nostra ricerca è bene fare un salto anche nella struttura corporea umana, specialmente per spiegare bene ciò che concerne il sistema nervoso, che è in perfetta connessione con la pratica marziale, ma anche con la ricerca del Tao.

Il sistema nervoso è diviso in due parti: il sistema nervoso centrale e quello periferico. Vi è poi il sistema neurovegetativo (Ortosimpatico e Parasimpatico). Il primo comprende il cervello, il midollo spinale e le sue diramazioni. Il secondo è invece costituito dalla massa nervosa che risiede nella zona pelvica, addominale e toracica.

Al sistema cerebro spinale sono affidate le funzioni intellettive e i movimenti del corpo, mentre al sistema simpatico è delegata l’eccitazione delle varie funzioni quali la circolazione, la respirazione, la digestione, etc. A quest’ultimo è attribuita l’immagine di un doppio binario che fiancheggia i lati della spina dorsale, partendo dall’addome fino alla testa e interrotto sistematicamente da gangli nervosi, collegati fra loro. Questi sono poi uniti al sistema cerebro spinale mediante dei nervi, capaci di trasmettere impulsi sensoriali e motori.

Le terminazioni nervose, che partono dai gangli, confluiscono in una zona importantissima, conosciuta sotto il nome di plesso solare, il quale è sito all’altezza della bocca dello stomaco - in corrispondenza dello sterno - e, più in profondità, ai lati della colonna vertebrale. La cultura orientale ha sempre attribuito grande importanza a tale “centro” alla pari del cervello stesso e del basso addome, se non forse di più: sta di fatto che esso viene considerato come la zona in cui il Ch’i viene ad accumularsi. L’uomo deve comunque la propria vitalità al Ch’i, a questa comune essenza e, anche se non pienamente cosciente, deve sapere di poterne sempre disporre. L’energia che è in ogni persona si manifesta in due modi differenti: attraverso la forza fisica o attraverso la forza psichica.

Normalmente l’uomo conosce soltanto una parte di tali forze, le quali si manifestano nella vita quotidiana mediante la possibilità di muoversi (forza fisica) e la volontà di deciderlo (forza psichica). In realtà ne esiste una grande riserva nascosta dentro di noi, che noi ignoriamo. Se potessimo fare un paragone, potremmo immaginarla come la parte immersa di un iceberg che rappresenta i 2/3 del tutto alla quale corrisponde, in superficie, quella emersa che ne rappresenta, invece, 1/3.

L’energia nascosta, la forza interna, è ben nota alla cultura orientale. Accedere ad essa non è cosa facile, perché generalmente si manifesta in modo incontrollato, senza che l’uomo possa avere la capacità o la possibilità di “organizzarla” o di frenarla tanto facilmente. Nella pratica di alcune discipline bisogna, però, imparare ad usare tale forza in qualunque momento sia necessario, mediante l’unificazione dell’energia nostra con quella dell’universo (microcosmo e macrocosmo). In questo modo risulteranno elevate all’ennesima potenza sia la forza fisica, sia quella psichica e si potrà facilmente sopportare uno stress prolungato, a cui nessuno resisterebbe, o altri tipi di stimoli quali il freddo, la sete, il dolore, etc. controllando le funzioni organiche e non organiche.


Al fine del controllo interiore, parecchio servirono le correnti filosofiche, che si ripromettevano di aiutare l’uomo ad affrontare i problemi della vita, a comprendere e ad agire nel modo più valido possibile, di fronte alle avversità. Delle varie correnti, vennero presi in considerazione due concetti abbastanza diffusi ed atti allo scopo: il concetto di Centro ed il principio dell’Energia Interiore.

Osservando con spirito critico il mondo circostante, tenendo sempre presente anche quello interiore, ci si accorge che il caos è dappertutto e si manifesta attraverso la molteplicità, la confusione, la contraddittorietà e la sofferenza. In particolare tutte le angosce dell’animo ci impediscono di guardare le cose nel giusto verso e ciò, nell’uomo, crea instabilità, inganno e deviazione dai fini migliori. Come se non bastasse, l’individuo finisce per travisare il tutto e volgersi anche contro i suoi simili.


L’enorme fenomenologia dei casi dell’esistenza porta l’essere umano ad un disorientamento generale nel mondo delle false apparenze, ciò a causa di insormontabili ostacoli alla realizzazione di ideali di valore assoluto. Nel turbine delle sensazioni e delle esperienze falsate, possiamo e dobbiamo, in compenso, ricercare l’unicità, quale supremo punto di riferimento. L’unicità va intesa come sostanza essenziale o “centro” dell’esistenza: nel Centro il molteplice diviene unico, il disordine ordine, l’incomprensibile comprensibile, la morte vita, etc.

Il punto di incontro di tutte queste caratteristiche opposte è sempre e ovunque individuale e soggettivo, ma è vero Centro solo se comprende ed unifica tutti gli aspetti e le qualità eterogenee del mondo universale. Al contrario è falso se ne coglie soltanto alcuni aspetti. Nella cultura orientale la materializzazione fisica del centro era stata individuata nel basso addome, conosciuto dai cinesi come Tan T’ien (o Dan Dien) e dai giapponesi come Hara, in cui convergono vita e morte, nonché formazione ed evoluzione della personalità.

La dottrina, sviluppatosi su tali teorie, indica all’uomo la Via per comprendere se stesso e a questa via si perviene mediante la meditazione introspettiva, realizzando la prima delle cosiddette tre integrazioni, previste ed affermate da più di una corrente con varie sfumature. Affinché possa conseguirsi l’armonia è però necessario che l’uomo collabori con i suoi simili per il bene collettivo (raggiungimento del Centro della dimensione sociale) e raggiunga, in ultimo, il Centro della dimensione cosmica della “centralizzazione”, mediante la suprema intuizione e coscienza di essere giunto alla meta assoluta.

È in questo che trova luogo l’equilibrio universale. A tal punto è bene chiarire il significato di certa terminologia tecnica. Per “integrazione” si intende la conquista di uno o di tutti e tre gli stadi della saggezza ed è strettamente legata al concetto di Centro. Infatti, si usa la dicitura “integrazione nel Centro individuale - sociale - cosmico”, quando si vuole indicare che l’Iniziato ha raggiunto o carpito l’essenza di questi stati di relativa perfezione. Con l’occasione è meglio specificare l’equivalenza sommaria tra i termini “centralizzazione” e “integrazione”, perché l’uno implica logicamente l’altro. Ad essere meticolosi, “centralizzarsi” significa porre se stessi come punto fermo nel processo di maturazione interiore. I tre gradi (individuale, sociale, cosmico) indicano il livello conseguito nel suddetto processo.


L’esatta fusione dei tre centri rappresenta il fine ultimo dell’uomo: colui che riesce a centralizzarsi nel proprio Tan T’ien, inteso come punto di raccolta e di sfruttamento del Ch’i e, quindi, come potenziale spinta alla saggezza, gode di eterna armonia e beatitudine, non essendo più soggetto a conflitti interiori e tantomeno esteriori. Ciò è possibile, una volta che ci si è liberati dal turbine degli aspetti quotidiani, mediante il controllo nitido e determinato del circostante.

Attraverso la meditazione introspettiva e la conseguente centralizzazione, l’uomo scopre in sé una nuova forma di energia, molto potente e diversa da quella sviluppata dal sistema muscolare. I Cinesi erano convinti che tale forza scaturisse per effetto della suddetta centralizzazione (effetto volontario), oltre che in alcuni casi di grave pericolo per la propria vita (effetto involontario). Credevano anche che, grazie alla forza nascosta, l’uomo potesse adoperarsi con successo nella comprensione e nel controllo della molteplicità dei fenomeni, attraverso un particolare procedimento volto ad “imbrigliarla” e a saperne disporre all’occorrenza.


Una volta compresa la molteplicità caotica, allo stesso modo l’uomo può orientare la sua attenzione sulla vita, che altro non è se non un aspetto della trasformazione, del divenire e, quindi, del molteplice. Durante tale fase di riflessione, il basso addome, il Tan T’ien o l’Hara, muta da centro di comprensione a centro di vita. L’armonia universale è perciò quella che deriva dall’unione dei tre Centri: Individuale, Sociale, Cosmico.

È proprio grazie al controllo e al raggiungimento della triplice centralizzazione che risulta possibile varcare la soglia dell’impossibile, cogliendo l’essenza della forma primordiale, caratterizzata dall’equilibrio conflittuale di tutti gli elementi opposti tra loro. Da questo deriva che più è intensa la centralizzazione nel basso addome, tanto più è vasta l’intensità dell’energia, cui potere attingere. In sintesi vi sono tre gradi per l’uomo, prima che riesca ad afferrare l’Universale: nel primo stadio (ogni stadio inferiore può considerarsi indipendente da quello superiore, perché non lo presuppone; al contrario, ogni stadio superiore implica il già avvenuto raggiungimento di quelli inferiori) si ha la centralizzazione individuale, che viene identificata con la coordinazione tra il corpo e la mente; da ciò deriva grande forza e vitalità. Nel secondo stadio avviene la centralizzazione sociale, in cui alla potenza ed alla vitalità si assommano le energie necessarie per il conseguimento dei fini di interesse collettivo (potere di guidare le masse, carisma). Nel terzo ed ultimo stadio si ha la centralizzazione cosmica, la percezione dell’assoluto e l’onniscienza; a differenza dei due centri precedenti ed inferiori, modificabili dall’uomo per fini positivi o negativi, il terzo centro supremo è esclusivamente giusto, dato il carattere di imparzialità, dovuto al perfetto equilibrio degli elementi opposti, di cui si compone.

Per lo sfruttamento dell’energia coordinata sorsero molte correnti di pensiero; le prime furono originarie del Tibet, della Cina in generale e dell’India. Ognuna aveva caratteristiche proprie ben definite. Un metodo di incanalamento e di controllo dell’energia coordinata era basato su precisi esercizi, per la cui pratica bisognava conoscere tecniche di meditazione, concentrazione e respirazione. In particolare quest’ultima si dimostrava indispensabile per lo sviluppo ed il controllo del Ch’i.

Sulla base dei concetti di Centro e di Energia Iteriore sorse una vera e propria arte, conosciuta sotto il nome di Haragei. L’arte dell’Haragei prometteva in un certo senso ai suoi cultori di aiutare l’uomo nei molteplici problemi esistenziali: detto fine fu dimostrato raggiungibile e tutt’oggi l’Haragei è largamente praticato.

L’effetto principale di una sua corretta applicazione si manifesta nella visione universale e distaccata di ogni fenomeno, di cui si possa avere esperienza mediante i cinque sensi. Però il distacco spesse volte diveniva anche materiale e l’uomo poteva escludere il dolore fisico dal corpo come se da questo potesse sdoppiarsi e guardare freddamente tutto ciò che gli accadeva: questo spiega come fosse possibile per molti Monaci restare impassibili e sereni di fronte alla morte, sopportando il freddo e il fuoco.

L’assimilazione dell’Haragei consentiva e consente, infatti, limpidità interiore, fredda calma, decisionalità, armonia assoluta e distacco totale dal mondo materiale, quando ce ne sia bisogno. Mentre la limpidità interiore, la fredda calma e la decisiomalità sono il frutto della pratica dell’Haragei, la potenza, la precisione e la velocità possono essere invece migliorati con il Kiai. Scomponendo la parola, troviamo che il Ki (o Ch’i) significa “energia intrinseca”, mentre Ai (riunire o condensare) vuol dire armonia: si rammenti che il concetto di armonia implica la concentrazione di tutti gli elementi nella Unicità. Potremmo definire il Kiai come l’energia concentrata o come la potenza armonica della personalità. Il suo agente catalizzatore (che ne accelera, cioè, l’effetto) è la voce umana.

Anche il Kiai affonda le sue radici nel Tibet. Fin dall’antichità il grido dello spirito - così era chiamato – fu tenuto in alta considerazione, raggiungendo in breve tempo un elevato grado di perfezione, al punto tale da divenire la potenziale, unica arma, laddove fosse stato necessario.

Il Kiai è la concentrazione fisica e mentale nella parte del corpo che si vuole utilizzare. Mediante la voce, modulata per altezza, tono e vibrazione è infatti possibile tale concentrazione di energia. La veridicità di quanto detto è comprovata anche dall’uso che se ne fa anche in alcuni sistemi di cura e rianimazione. Esso potrebbe definirsi come l’espressione sonora dell’Haragei.

Esaminiamo come deve essere sviluppato e praticato. Normalmente si assume la posizione del Cavaliere (Ma Bu), si inspira lentamente, in profondità, riempiendo per gradi i polmoni, dopo di che si espira con forza, mediante una potente spinta contrattiva, fornita dal basso ventre. In questo preciso istante si sprigiona un verso molto simile al monosillabo “uhmm”. In tal modo, l’addome passerà dalla posizione di pieno a quella di vuoto, per effetto della violenta contrazione. Questo cambiamento del volume addominale può constatarsi adagiando le dita al di sotto dell’ombelico; l’accorgimento suggerito serve ad aiutare l’autodidatta a comprendere e ripetere correttamente il giusto movimento dell’addome, secondo il seguente ordine cronologico: l’Hara deve essere pieno durante l’inspirazione, mentre deve essere vuoto durante l’espirazione. Il grido che viene emesso è dato quindi dalla violenta contrazione del basso ventre e non dalle corde vocali, come si potrebbe pensare.

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