Visualizzazione post con etichetta Fabio Rossetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fabio Rossetti. Mostra tutti i post

giovedì 6 settembre 2012

Equilibrare il dolore

Oggi ospito un articolo dell'ottimo amico Fabio Rossetti, che non scriveva da qualche tempo. Stavolta ci fa riflettere sul dolore e sulla sensazione che questo genera in ognuno di noi. Mi pare sempre molto utile questo modo di lavorare e di condividere le proprie sensazioni, proprio perché ci inducono a parlarne, a riflettere e discuterne tra noi. Sono sempre benvenuti testi di questo genere. Grazie ancora a Fabio! Buona lettura!

---

 Il dolore è la componente fisica principale sulla quale si giocano molte cose, al quale si possono agganciare la paura, il controllo, la dominazione, il comando, il terrore, la sofferenza interiore. Il dolore è una vibrazione d’energia a livello fisico, che scatena blocco, rabbia, incoscienza, reazione violenta, panico: il dolore nasce da un blocco di energia e da una trasmissione d’energia concentrata e potente, creando uno shock

 La risultante interazione fisico, astrale, mentale, crea delle corrispondenze di reazioni che sono naturali,  meccaniche. L’importante è che occorre gestire il dolore, fino ad arrivare al risultato che esso non deve influenzarci, pur essendone coscienti e sentendolo, poiché comunque serve per una serie di cose, in un modo trasformatorio che conduce all’equilibrio, all’armonia. Questo non vuol dire cercarlo come un flagellante, poiché il praticante intelligente sa che è un aspetto che fa parte del percorso, quindi uno strumento, un passaggio temporaneo, un mezzo e non sicuramente il fine e il centro della pratica. 

 Chi si addestra progressivamente lavora per raggiungere precisi obiettivi: 
  1. il primo consiste nel non avere paura e timore del dolore, cioè non entrare in vibrazione emotiva bloccante, che fa perdere la presenza e la concentrazione;
  2. il secondo consiste nell'accettare il dolore quando arriva e non reagire d’impulso emotivo, quindi studiarlo ed assorbirlo per poi scaricarlo;ù
  3. il terzo consiste nel sopportarlo, quindi la soglia aumenta, non quella del sentire il dolore, quanto quella che fa mantenere la presenza e quindi la centratura. 

 Subire un colpo porta dolore, ma è sempre energia che arriva e imparare a gestirla, ad equilibrarla con coscienza, dona delle possibilità. Chi desidera essere un Guerriero, fa sì che si metta nella condizione tranquilla di accettare, comprendere e mantenersi presente e centrato sempre. Il suo centro è l’armonia. Quindi è chiaro che con la pratica la resistenza al dolore aumenta, seppure lo si sente bene: inoltre la spiccata sensibilità acquisita lo fa sentire in tutta la sua interezza, ma con la preparazione avente come base la determinazione e la tranquillità, creano una gestione dell’energia che consente di resistere mentre si agisce.

 Spesso si vedono molte persone che alla minima percezione di dolore per un colpo fanno una scena degna di un film di alto calibro, da chi, essendo egoico, si fa rodere perché è stato toccato a chi fa lo stuntman rimbalzando come una palla. Consiglio vivamente di cambiare atteggiamento, poiché la pratica marziale è ben altro e non insegna quelle scene patetiche e ridicole. Ripeto di nuovo che ciò non vuol dire essere al contrario, cioè quelli che invece pare debbano sentire dolore e incentrare la pratica su questo. L’intelligenza del praticante e di chi insegna è nell'equilibrio che conduce all’armonia. 

 Il corpo, che ha una sua intelligenza, reagisce subito al dolore e con la pratica lo si educa a reagire con coscienza; infatti per ciò che riguarda il ripristinare l’equilibrio scosso dal dolore, ogni nostra cellula corporea, che è dotata di intelligenza, fa una cosa semplice ed efficace: impara. 

 Questo poiché il lavoro cosciente sul corpo fisico fa passare a livello istintivo delle cose che poi automaticamente si attivano. L’aspirante Guerriero imparerà, cercandoli, i modi e le terapie anche per guarire e per intervenire rapidamente. Dove non riesce va da un guaritore. 

 Shiro Saigo in un suo passo sulle arti marziali recita la condizione del Guerriero: 
Il vero Bushi mantiene il suo state mentale davanti a qualsiasi avvenimento, non prova timore e turbamento davanti all’attacco di una lama scintillante e, per quanta grande possa essere la sua sofferenza, non trema per l’acqua e per il fuoco, si mantiene impassibile davanti alle difficoltà e ai peggiori affronti e non s’inorgoglisce per la più brillante delle sue azioni. La ragione del suo potere risiede nel fatto che egli ha saputo capire la vera natura dell’ Arte Marziale
  Il dolore non deve mai essere una catena, un peso, una limitazione, altrimenti non sarà mai possibile esprimersi al 100%. Per combattere liberamente dentro di noi, in noi non ci deve essere l’esitazione, ma la determinazione. 

 Chi ha incarnato il detto che si può morire da un momento all'altro, è in uno stato di profonda consapevolezza della vita e della morte, quindi niente lo influenza, niente crea interferenze. Essere disposti a morire, a pagare il prezzo più alto, libera spontaneamente da esitazioni e da blocchi, compreso il dolore e la paura del dolore. 

 Può essere fatto in modo cosciente e incosciente: è preferibile sempre la coscienza, ma quando la motivazione dipende da una azione necessaria per rendere un servizio fondamentale e necessario per il bene degli altri, allora il Guerriero diventa azione pura e libera

 Fabio Rossetti

venerdì 24 febbraio 2012

Riflessioni sulla pratica


Ospito col solito piacere questo contributo dell'amico Fabio Rossetti, che, come sempre, ci invita a riflettere sulla pratica della nostra amata disciplina, sull'essenza del nostro lavoro e, soprattutto, sulla chiave per la comprensione della stessa. A voi i commenti. Buona lettura!

---

Spesso mi chiedo quali siano le chiavi per l’Arte Marziale, le quali sono spesso sfuggenti e nascoste. Ma questo è apparenza, poiché esse sono visibili e presenti, il che fa sorgere la continua ricerca interna di semplificare, di sintetizzare unendo ogni aspetto. Tutto resta in forse, poiché ogni punto d’arrivo è un altro punto di partenza, quindi la sua bellezza non finisce veramente mai. La semplicità trina è data dalle parole corpo, anima e spirito, tradotte in qualunque lingua. 

Occorre che sorga una comprensione consapevole e presente, che piano piano si espande e cresce, dando allo stesso tempo conoscenza sintetica fatta di generale e particolare, intuitiva e chiara. Come essere il centro unitivo e quindi realizzare?
L’essere umano ha una struttura geometrica e forze energetiche.

Allora, prendendo il combattimento come riferimento, occorrerà fare qualcosa di cosciente.
Il metodo è sintetico, cioè espresso dalla parola “olistico” cioè fare un lavoro d’insieme e se necessario sfumato, quindi sintetico in ogni sua parte.
Nell’arte marziale ogni cosa è interconnessa ed interdipendente con le altre, ritrovandola per corrispondenza seppur in ambiti apparentemente differenti.
Abbiamo detto della tripartizione corpo anima spirito.
Nell’arte marziale tripartiamo in lavoro sul corpo, tecniche, strategia tattica.
Ogni cosa va vissuta a “sfera”, allargando il significato verso l’infinito, cercando ogni connessione.

In principio si parte dal corpo essendo lo strumento dell’azione, consideratolo come energia più densa ed in realtà essendo in unità con quelli più “sottili”. Quindi averne una visione energetica e non esclusivamente materialistica. Nella sua energia passano altre energie e il lavoro sul corpo è di portarlo in armonia, rendendolo capace di unire le energie: così come riceve emana, così come emana riceve. 

Nel combattimento serve per squilibrare l’energia di un altro essere mentre si mantiene la propria armonia, per neutralizzarlo, usando il corpo per far sì che l’energia dell’altro non comprometta la nostra mentre noi compromettiamo la sua. Arrivando energia noi la possiamo neutralizzare, far cadere nel vuoto, assorbirla, riutilizzarla, allo stesso tempo: il vuoto squilibra se ci si cade, equilibra se ci si muove. Emanando energia la trasmettiamo facendola esplodere nell’altro: il pieno squilibra se ci riempie, equilibra se lo usiamo. 

Il lavoro sul corpo quindi è renderlo idoneo armonicamente per la veicolazione dell’energia in uno stato presente di meditazione in movimento ( che in realtà è la sua natura) : il lavoro ha in sé la base guaritrice, poiché ad energia armonica corrisponde uno stato di salute ottimale.

Ciò si fa in modo semplice, usando esercizi che sono forme contenenti quel modo.
Lo stato da raggiungere è espresso dall’arte ( o modo o metodo) , la quale si dota degli strumenti ( tecniche, esercizi), per essere quello stato. Essa evolve e si sintetizza, cioè cerca di creare strumenti dotati di semplicità, efficacia, universalità, equilibrio simmetrico, adattabilità. Per questo gli strumenti occorre comprenderli coscientemente e non farli meccanicamente. La presenza è fondamentale. Vivere per essere quello che si fa, per ritornare ad essere quello che veramente si è e che si è dimenticato.

Il lavoro sul corpo consta di :
esercizi di rilassamento profondo
esercizi di meditazione
esercizi di respirazione
esercizi di mobilità
esercizi di stabilità
esercizi di equilibrio
esercizi sui sensi fisici
esercizi sulle varie energie e l’armonia unitiva tra loro: di gravità, lineare, circolare, spirale, esplosiva, espansiva, contraente.

Ogni esercizio è fatto da un punto di vista tecnico in modo vario, ma l’essenza è quella di essere presenti e vigili, unendo l’attività e la ricettività con la pratica esperienziale diretta. In ognuno si lavora su tante cose contemporaneamente e simmetricamente: coscienza dello spazio tempo, percezione, ascolto, osservazione, immaginazione creativa, concentrazione mentale, equilibrio emotivo, fluidità, scioglimento delle rigidità, unione del duro ed il mollo, coordinazione, movimenti uniti e separati, lo sviluppo e la creazione della forza, la plasmabilità, la solidità, l’adattamento, ed altro ancora che si vive con la pratica.

Ricordo che l’esperienza diretta è meglio di miliardi di parole, poiché la sintesi vera è quella che siamo perché abbiamo cercato almeno di fare qualcosa. Inoltre lo sforzo da me compiuto per scrivere tutto ciò, non mi soddisfa, essendo le parole duali in sé, avendo sempre il senso e la realizzazione di non riuscire a trasmettere in senso unitivo quello che vorrei fare con queste parole, ritrovandomi nell’impossibilità oltre un certo livello di comunicare. Mi scuso se non comunico bene.

Il lavoro sul corpo è la base senza la quale ogni cosa non ha effetto: le tecniche non vivono e la strategia tattica è inutile. 

Quindi impegnarsi a fondo con dedizione, amore e determinazione è come coltivare un bel campo che comunque prima o poi darà i suoi frutti: per questo auguro a tutti un ottimo lavoro ed una bella raccolta di frutti per festeggiare tutti insieme!

Fabio Rossetti

martedì 3 gennaio 2012

Aspetti sociali e culturali dell’Arte Marziale

Invito tutti gli amici del blog a leggere l'interessante articolo che segue, perché affronta il tema degli aspetti culturali e sociali della pratica marziale. L'autore è il solito amico Fabio Rossetti, che, come sempre, ringrazio di cuore.
---

 L’insegnamento di un’Arte Marziale comporta una serie di aspetti molto importanti, inerenti allo sviluppo della persona umana come modo di porsi nei confronti della vita e quindi, di riflesso diretto, nella vita sociale in tutti i suoi aspetti. Essendo un percorso di evoluzione e miglioramento, basato su principi che convogliano tutti nella pacifica convivenza, l’Arte Marziale è uno strumento prezioso da un punto di vista formativo e da un punto vista di crescita. 

I praticanti sviluppano il senso di convivenza, tramite la presenza alle lezioni, ove si incontrano altre persone con le quali progressivamente si instaura un rapporto collaborativo e cooperativo; si accettano le differenze e si comprende come il rispetto nei confronti dell’altro sia un elemento importante sia per sé sia per gli altri. Si impara a percepirsi in modo differente, ad osservarsi e quindi si innesca un processo di auto educazione, basato su una progressiva comprensione di ciò che si sta facendo. 

 Il percorso comprende una scoperta di sé sotto l’aspetto fisico e gli aspetti della personalità nonché del carattere, in una modalità che consente di sviluppare un modo di essere positivo e propositivo, che nasce da un aspetto permeante dell’Arte Marziale che è la ricerca dell’equilibrio e dell’armonia. 

 Il luogo degli incontri diventa un magnete, dove le persone sanno per esperienza diretta che ci vanno per imparare, per stare insieme agli altri per fare qualcosa insieme, dove uniscono un aspetto di diletto e divertimento ad un aspetto esplorativo di sé e costruttivo. I principi del rispetto di sé e della vita, le modalità basate sull’educazione che porta ad essere gentili e determinati, le conoscenze che si acquisiscono tramite i vari argomenti di cui l’arte marziale è composta, stimolano le persone a crescere e a migliorarsi da un punto di vista sociale, personale, culturale. 

 L’Arte Marziale non insegna la violenza, non insegna la paura, non insegna a prevaricare, anzi, il perfetto contrario. Funziona sia come valvola di sfogo in maniera controllata con un contemporaneo lavoro di comprensione e di ricostruzione di valori e principi utili ed indispensabili per vivere bene ed in armonia col mondo nel quale siamo. 

 Nozioni di tipo giuridico sono inserite poiché necessarie, soprattutto laddove si praticano corsi di difesa personale, come ulteriore elemento per gli scopi già detti. La scuola marziale diventa quindi un piccolo luogo dove per spontaneo effetto consequenziale, ciò che si diventa in quel piccolo mondo lo si trasmette all’esterno, con risultati significativi ed importanti. Quello che si diventa nella scuola lo si è nella vita quotidiana, con un modo costante, continuo e progressivo. 

Quindi buon lavoro a tutti per nuovo anno. 

Fabio Rossetti

venerdì 16 dicembre 2011

L’Impatto e l’Apprendimento

Vi invito a leggere e commentare l'articolo di questo mese dell'Amico Fabio Rossetti, che ringrazio anche per la costanza con cui collabora alla realizzazione di questo blog. Ci sono dei contenuti su cui molti non saranno totalmente d'accordo, ma questo ci permetterà di poterne discutere e confrontarci, in modo costruttivo. Grazie ancora Fabio!

---


Nella pratica un elemento importante è la capacità di imparare dall’impatto che si subisce ogni volta che si è sia soggetti attivi oppure passivi dell’azione che si svolge. 

Ciò vuol dire che l’apprendimento della capacità di veicolare energia (intesa come parola che racchiude in sé le altre: liberare, scaricare, scrollare, concentrare, disperdere, lanciare, direzionare, muovere, assorbire, far circolare, espandere, esplodere, fluire, stabilizzare, equilibrare, armonizzare, ed altre che esprimono l’energia secondo il simbolo del Tao, dell’unione di attività e ricettività nelle sue forme e manifestazioni) passa nel giusto ed equilibrato modo di apprendere in base a ciò che si fa. Nella pratica , per fare un esempio, quando si subisce il colpo si impara così: essendo rilassati e centrati, con presenza si ascolta, si osserva e si percepisce, quindi spontaneamente si vivono e si registrano in modo cosciente le energie che passano: un vero e proprio apprendimento in silenzio, dove si lavora sul corpo fisico, sul controllo emotivo scaturito dall’impatto e quindi le reazioni di vario genere, sul mentale come mantenimento della concentrazione: un lavoro quindi, sempre equilibrato che se messo a frutto diventa una qualità naturale. Praticando si impara. Allo stesso modo anche quando si colpisce si fa lo stesso lavoro e per quello è importante essere disciplinati, cooperare, collaborare, che sono elementi indispensabili che formano il modus operandi del ricercatore. Dare qui una descrizione dettagliata non è possibile, ci sarebbero troppi elementi da descrivere e si rischia, per il limite delle parole, di creare una visione frammentata e mentale che non aderisce e devia dal giusto percorso, nonché la trattazione sarebbe molto lunga poiché ricca di sfumature: l’esperienza diretta nella pratica svela e mostra in modo unitario ed unitivo, soprattutto senza parole ma in chiave intuitiva. L’impatto c’è comunque per una frazione di secondo, quindi i vari impatti, che siano contemporanei oppure uno per volta, sono momenti localizzati in aree del corpo, dove cercando di essere centrati e coscienti si vivono.

Praticando in questo modo si comincia ad imparare in modo olistico e progressivo, unendo il generale al particolare: usare gli occhi significa osservare e la differenza che c’è fra la vista periferica e quella focus è nel semplice spostare l’attenzione, che però non sia sbilanciata troppo verso l’una o l’altra: osservare è una cosa, spostare l’attenzione un po’ da una parte non significa perderla dall’altra. 

L’impatto abitua alle sollecitazioni, che hanno dei benefici enormi ma occorre precisare: bisogna tenere presente che il corpo, ricevendo quantità di energia enormi in poco tempo, come quando si subisce un colpo vero , subisce dei danni; alcune parti del corpo subiscono danni anche con poca energia ricevuta, quindi nella pratica si può arrivare a scaricare potenza anche con molta intensità, ma sempre sotto la soglia dei danni e con la conoscenza del dove, del come e del chi colpire : l’adattamento è la regola. 

Quando l’energia in vario modo va a segno pienamente e nel combattimento va a segno per neutralizzare, chi è colpito non ha possibilità di reazione: la capacità di veicolare energia è la regola. Ciò si sviluppa e si evolve con la pratica costante, con presenza ed attenzione, in modo progressivo, poiché per fare ciò vanno attivati gli strumenti naturali dell’essere umano e quindi poi si potranno utilizzare al massimo delle loro capacità. L’impatto come forma di conoscenza vera è nel ricercare, nel farlo senza alcun aspetto egoico né emotivo. Il lavoro su di sé è la regola, sia come calma e pace emotiva, sia come concentrazione e controllo mentale: essere centrati. Chi conosce in modo sufficiente l’energia, pratica con un modo che comunque è sicuro, poiché lavora con coscienza e conoscenza, con responsabilità e con attenzione, conoscendo pro e contra. Il rischio fa parte della natura dell’esistenza, ma non occorre cercarlo, quanto sapere che esiste, cercando di renderlo al minimo. 

Se ci si addestra nell’impatto occorre sapere che per sfondare un occhio è sufficiente poca energia, che i tessuti sono meno resistenti e che non bisogna colpire come un fabbro fa col pezzo di ferro il compagno di allenamento. Un colpo sul torace può essere fatto con una maggiore liberazione di energia rispetto alla gola, poiché il praticante deve avere una conoscenza del corpo come è fatto e come funziona, tenendo presente quanto scritto sopra. Il corpo può essere distrutto e si possono creare dei danni che arrivano fino a morire. La calma, lo studio e la progressività sono la regola. 

La tendenza del praticante sia verso la coscienza e faccia germogliare il seme della guarigione: veicolare significa soprattutto un impiego benefico dell’energia; il laboratorio sperimentale è se stessi; quanto di più bello e sacro c’è, di operare per aiutare qualcuno che ci chiede aiuto? Il Guerriero unisce l’aspetto marziale all’aspetto gioviale, intesi come modi di impiego dell’energia . Il primo è usato solo per necessità nel combattimento, che verte su un aspetto distruttivo e squilibrante verso chi si ha di fronte per neutralizzarlo; il secondo è la regola costante di ogni giorno. 

Il combattimento è considerato una extrema ratio, per quello l’energia marziale è usata in un certo modo: se non si realizza il principio del non esserci, se non si riesce a non combattere e quindi si entra nel combattimento inteso come incontro e scontro, dove uno neutralizza l’altro arrivando anche ad uccidere, allora l’energia marziale diventa distruttiva senza il suo fine: ricreare. 

Da ciò si parla del combattere solo per sopravvivere e per difendersi unendolo all’altruismo e al servizio per proteggere la vita soprattutto quando il forte, vigliaccamente, se la prende col più debole. 

Fabio Rossetti

giovedì 24 novembre 2011

I motti della gestione del corpo

Ospito col solito piacere l'articolo che segue dell'amico Fabio Rossetti. Ringrazio lui, come tutti gli altri che hanno accettato l'invito alla condivisione, perché è anche grazie a queste riflessioni che si cresce insieme. Buona lettura!

---

I motti sono uno dei cardini base al fine di veicolare energia facendola fluire; sono la base fisica da unire successivamente ad altri cardini fondamentali per combattere realmente. I motti, senza aver appreso lo stato del rilassamento, sono completamente inutili nonché dannosi per il fisico, per il semplice fatto che i muscoli sono troppo rigidi. Lo stato di rilassamento fisico consente l’equilibrio di contrazione ed espansione e quindi un armonico fluire energetico: questo è chiaro che si fa solo con la pratica. L’altro punto è mantenere quello stato non solo non dislocando il corpo e quindi rimanendo in posizioni sdraiate, sedute e così via, ma espanderlo e quindi esserlo progressivamente negli esercizi di dislocazione, cioè camminando, e quindi nel combattimento. Con i motti si crea una base perfetta di lavoro. Ricordiamoci sempre che essere rilassati, camminare, prendere coscienza delle varie forze, da l’opportunità di assumere posizioni corrette e fluide per svolgere una pratica costruttiva. Questo lavoro, basato in maniera apparente solo sulla sfera fisica, svolge un effetto più sfumato sul fisico, ma contemporaneamente lavora sull’aspetto emotivo e mentale, nonché sulla sfera intuitiva. Tornando ai motti, essi sono dei potenziatori, stabilizzatori ed armonizzatori, poiché esaltano il fluire energetico. Il lavoro sui di essi sia improntato sempre con progressività, costanza, cercando un ritmo personale, essere ricettivi ed attivi in modo equilibrato, essere quello che si fa per incarnarlo progressivamente, andare oltre ed esulare dal facile ed il difficile.
I motti sono universali, nel senso che non appartengono a nessuno in particolare: essi sono principi alla base di tutti gli stili e forme marziali, poiché l’arte marziale è Una e cerca di rendere i suoi principi reali con l’evoluzione che passa per le varie scuole e comunque l’essere umano.
I motti svelano il modo per sviluppare all’interno energia sul piano fisico, poi questa si imparerà ad usarla nel combattimento. Essi uniscono internamente il corpo, così come il simbolo del Tao suggerisce, inoltre hanno effetti benefici, se fatti nello stato di rilassamento, così come si vede nelle tecniche del Qi Qong inerenti al mantenimento dello stato di salute e all’autoguarigione. I motti li uniremo integrandoli con la respirazione, che sia rilassata, naturale, dolce e ritmica, seppur facendo tecniche respiratorie tipiche e tradizionali. Nel combattimento i motti esaltano e danno efficacia ai movimenti fluido-geometrico-tattici nello spazio, le cosiddette tecniche, che servono per veicolare energia Yin-Yang e nel modo Yin-Yang in maniera ottimale per la massima efficienza ed efficacia. Serviranno quindi non solo per conferire velocità e potenza, ma anche resistenza ai colpi ed ottimizzazione delle proprie energie. Ricordiamoci che essi lavorano unendo il cielo e la terra e che si uniscono insieme a tutto quello che si fa. Nonché sono preparatori per i lavori successivi, essendo una base imprescindibile per l’operatività reale.

Fabio Rossetti

martedì 25 ottobre 2011

Ricercare l’Essenza Marziale

Accolgo con piacere l'invito dell'amico Fabio Rossetti a pubblicare queste riflessioni, che tutti i praticanti di Arti Marziali dovrebbero fare. Vi auguro buona lettura, salutando Fabio e ringraziandolo per i materiali che condivide con tutti noi!

---

Chi cammina nella via marziale, ricercando a sfera incontrerà quella zona storica, che sarà importante per comprendere i punti essenziali ed unitari di tutte le forme dell’Arte Marziale. Superando l’aspetto settario, divisorio e superficiale della ricerca, aprendo quindi le porte verso la reale comprensione di quello che fa, ponendosi come un vaso vuoto, disposto a contenere tutto e poi filtrarlo, lasciando le sostanze identiche che conterrà, si renderà conto di aspetti unitari, in realtà sempre presenti ed evidenti. La ricerca veramente scevra da ogni forma di pregiudizio, egoismo, elitarietà, porta veramente l’occhio a contemplare vasti spazi ed orizzonti, di crescita. Occorre porsi nello stato di rilassamento, dove vi è ricettività e fluidità. Andiamo sul pratico per comprendere queste parole.
Chi comincia la via marziale, comincia sperimentando: da uno a mille stili differenti. Potrà trovare quello che si confà di più in quel momento a sé stesso, potrà cambiarlo o continuare a praticarlo, dipendendo il tutto da variabili di vario genere, poiché la realtà è mutevole. Molti prediligono uno stile e ne praticano altri, molti ne praticano dieci nella vita, molti ne praticano uno e altri casi. L’importante è una domanda che la persona deve farsi è : che cosa cerco e perché? Sembra scontata la domanda, ma la risposta non c’è mai nella maggior parte dei casi; e la risposta non è sempre la stessa, quando c’é. Inoltre non è detto che la risposta sia giusta, sbagliata o che ce ne sia una assoluta.

La pratica tende ad aprire le porte ad ognuno e spesso si incorre in quello squilibrio che rallenta fino a bloccare la ricerca marziale: iniziando e praticando ci si fa un’idea, che però diventa troppo rigida col tempo ed altri fattori, escludendo la capacità che ogni persona ha: di andare oltre. Si crede che si fa la cosa migliore, spesso se ne è convinti; si misura tutto in base al proprio ed unico metro, molto imperfetto; ci si abbandona alla stupidità attratti dall’aspetto di potere che si può esprimere nel combattimento, quando di persone capaci nel combattimento reale ce ne sono davvero poche; ci si abbandona alla filosofia così raffinata insieme alle altre conoscenze che si apprendono sulla medicina, il corpo, il massaggio e le varie materie che nell’arte marziale si praticano e studiano contemporaneamente, se si studiano; si diventa depositari di conoscenze assolute e che gli altri non hanno, favorendo la divisione, la competizione egoica e la tradizione di cucina dove un segreto è che la pasta si fa con l’acqua calda; ci si sente mezzi superman ed hulk, invulnerabili e potenti, senza paura e furbi come volpi, poi la realtà sbraga tutto in un attimo; continuando nel raccontare vari e tanti episodi si rischia di scrivere un libro esilarante ed assurdo, quanto mai divertente e ricco di aneddoti, il che va bene, poiché chi persegue una via marziale ama la vita e ridere.

Vi è una fase che può durare anche tutta la vita , la fase dove si impara ad essere ricettivi ed aperti alle varie visioni, il che non osta affatto riguardo alle convinzioni personali che però devono essere il risultato di esperienze veramente vissute. Di norma chi non è ricettivo si preclude molto, ed il rischio si corre sempre. E’ normale che nello studio pratico si fa riferimento alle conoscenze che si hanno e allo stile o agli stili praticati, ma se non porge l’ascolto non si ascolterà mai. E’ normale comparare, ma non per avere solo ed esclusivamente conferme di ciò che si sa, quanto anche di ampliare i propri orizzonti: la bellezza del ricercare è imparare cose nuove, disimpararne altre, in un gioco ritmico, che tende verso una sintesi chiara di conoscenza. Poiché molti aspetti sono frammentati e sparsi qua e là, occorre saperli unire, imparando con lo studio e la pratica. Si cerca di norma una fonte da dove si può attingere tutto, ma non è così, e quindi occorre cercare altre fonti ed unirle.
Chi almeno desidera imparare, è aperto e disposto a ricevere, mantenendo la sua linea, evitando rigidità e pregiudizi. Il ricercatore ama cercare per scoprire, come un esploratore che scopre il mondo: l’errore è quello di fare le cose per soddisfare l’ego e i suoi derivati: complimenti, denaro, reverenza, potere, sesso, dominazione, manipolazione, autocompiacimento etc…. I cosiddetti marzialisti, troppo spesso sono i più deficienti esseri che si incontrano, sfigati e paurosi. Il che non è un dramma, poiché ognuno a modo suo lo è, ma per diventare diversi, non per restarci. La stranezza è che si dice di allineare il cuore e la mente: molti lo dicono ma come strumento per il proprio ego. Chiedetegli il significato mentre lo chiedete anche a voi.
Ogni stile ha in sé l’unità marziale che per sua natura si può esprimere in mille forme: l’Arte Marziale è una, si esprime in vari modi. Esiste un modo di esprimerla più vicino all’essenza? Ma per fare ciò, occorre conoscere l’essenza. Sapere cos’è l’Arte Marziale dona la possibilità di esprimerla e nel corso dell’essere umano, l’evoluzione degli stili è servita proprio alla tendenza verso la perfezione: una forma che potesse realmente, nella realtà mutevole, contenere ed esprimere l’essenza marziale. Da lì è nato il detto che combattere è adattarsi, le parole portanti come equilibrio, armonia ed altre.
Bene, se siamo confusi ancora di più va tutto bene, non potrebbe essere altrimenti.
Ricominciamo.
In ogni stile si fa la stessa cosa:
In ogni stile si combatte allo stesso modo.
In ogni stile si studia l’energia.
In ogni stile si imparano le tecniche
In ogni stile si imparano i principi
In ogni stile si pratica
In ogni stile si cerca di esprimere un quid in un certo modo
In ogni stile si tende ad esprimerlo sempre meglio
In ogni stile si percorre la via
In ogni stile c’è tutto ma di quel tutto una parte si sviluppa e altre no
In ogni stile non c’è un perfetto equilibrio, manca qualcosa
In ogni stile si cerca di perfezionare
In ogni stile vi sono esseri umani che praticano insieme
In ogni stile la via è la stessa

Cos’è l’Arte Marziale?
A che serve?
Perché si percorre?
Esiste una forma migliore delle altre?
Che peso ha l’essere umano nella pratica marziale?
Cos’è uno stile?
Perché ce ne sono tanti?
Quali sono, se ci sono, le differenze?
Quali sono, se ci sono, le uguaglianze?
Chi è il Guerriero?
Cosa cerco e perché la cerco?
Principi, tecniche, tattica, strategie, il resto del linguaggio tecnico, che significano e cosa sono?

Chi si fa domande come queste ed altre ancora è bello che cominci a cercare, con un modo di essere libero e ricettivo. Porsi con il piacere, la curiosità, la gioia, l’amore e l’attenzione di un bambino, seguendo se stessi forse è un’ottima strada da seguire. Se nel cercare si cammina bene, allora si evitano gli eccessi, ma se si eccede basta ritornare al centro, di se stessi e ricominciare con costanza, pazienza e tanta motivazione.

Fabio Rossetti



martedì 27 settembre 2011

Il rilassamento

Pubblico con piacere questo articolo dell'amico Fabio Rossetti, scusandomi con lo stesso per il tremendo ritardo, dovuto a diverse ragioni, che non sto qui a spiegare. Ringrazio il buon Fabio per averci dato nuovamente modo di interrogarci in senso ampio e generale sul rilassamento. Auguro buona lettura a tutti!

---


Il rilassamento è una delle parole più diffuse ed usate in molti ambiti, ma occorre, per fare un buon lavoro, sapere esattamente oppure avere un’idea chiara, anche se non definibile a parole, di cosa è realmente, chiaramente attraverso le tecniche di rilassamento.
Ciò si può ottenere attraverso la pratica costante e cosciente il più possibile, poiché vivendo con attenzione le esperienze, naturalmente sorge la comprensione e la consapevolezza di ciò che si sta facendo, e le parole diventano un qualcosa di vivo e chiaro.
Il rilassamento è uno stato interiore che si riflette all’esterno, dove c’è equilibrio dinamico e dal quale si comincia a camminare lungo la strada dell’armonia. Per giungere allo stato di rilassamento come si fa? La premessa è che questo stato interno è una naturale prerogativa dell’essere umano, il quale tende naturalmente a ripristinare ogni qualvolta vi è un qualcosa che lo turba. Poiché viviamo in un contesto nel quale né sappiamo cos’è, con: l’aggiunta di molti fattori esterni che squilibrano questo equilibrio interno in modo continuo, con l’inesperienza e il non sapere esattamente cosa fare per riequilibrarlo, con inoltre una serie di abitudini e condizionamenti che sono radicati in noi e che svolgono un lavoro di squilibrio, in realtà il rilassamento è una nostra spontaneità che, pur sapendo cos’è, né conosciamo e né sappiamo ricrearla volontariamente. Ogni essere umano ha ovviamente dei modi spontanei e quasi sempre meccanici di riconduzione al rilassamento, quindi la condizione non è completamente passiva, e ciò si vede attraverso le infinite e varie modalità soggettive con le quali ogni persona si rilassa: dalla lettura alle passeggiate, dallo studiare al ballare, dal guardare le stelle ad altre modalità ed espedienti. I mezzi sono più o meno efficaci e ciò dipende sia dal mezzo in sé e sia dalle caratteristiche peculiari di ogni persona. Tutti sanno esattamente cos’è questo stato equilibrato, ma quasi tutti per via meccanica ed istintiva. Per conoscere se stessi e quindi le naturali peculiarità di cui ogni essere umano è dotato occorre fare un lavoro cosciente attraverso l’attenzione su di sé.
A questo proposito l’essere umano ha tramandato una serie di esercizi, di tecniche che servono proprio a questo: rilassarsi e,mentre lo si fa, essere presenti a sé stessi. Esercizi e tecniche sono tantissimi ed eseguite in modo differente, ma la base è la stessa per tutte: giungere al rilassamento con la pratica e nel frattempo conoscersi, per rendere nel quotidiano ciò che è spontaneo in modo cosciente.
Gli esercizi e le tecniche sono schemi di lavoro dai quali poi ci si libera progressivamente nel momento in cui, con l’esperienza vissuta coscientemente, questo stato ritorna naturale, come in realtà é. Essi sono comunque strumenti sempre utilizzabili nonché tramandabili e sono veramente tesori. La loro semplicità è la loro efficacia, ma ovviamente laddove l’essere umano comunque crea blocchi continui, non c’è speranza. L’esercizio va vissuto perché si vuole vivere e sperimentare, essendo motivati, dove ciò manca in realtà non è eseguito e quindi l’efficacia insita in lui viene preclusa dalla stessa persona che sembra eseguirlo: fare e non fare finta di fare. Se voglio testare una lama affilata non basta prendere la spada e fare finta di tagliare qualcosa, occorre tagliare qualcosa. Se taglia, bene, altrimenti occorre perfezionarla. Gli esercizi vanno eseguiti con costanza e progressivamente, poiché lo strumento , per essere utilizzato al meglio occorre conoscerlo con l’esperienza pratica, e quindi occorre essere pazienti e motivati. Ricordo che ogni esercizio porta con sé tradizioni antiche quanto l’uomo e aggiornate ai tempi che si vivono, quindi se è utile ed efficace persiste nel tempo altrimenti viene abbandonato o quanto meno migliorato fino ad avere un risultato soddisfacente. Occorre ricordarsi che non sappiamo quanti e quali persone hanno portato nel tempo questi tesori reali, forse non lo sapremo mai, ma occorre averne rispetto e considerare che sono il frutto ed il lavoro di ogni essere che vi ha contribuito rendendogli il merito di quanto fatto e ricordando che essi hanno imparato così come ora noi stiamo facendo, soprattutto gli uni dagli altri. Senza fratellanza niente può essere trasmesso e ciò significa agire insieme collaborando e cooperando ognuno secondo le capacità che sinceramente mette a servizio di tutti. L’egoismo ha le gambe più corte delle bugie e non ci serve. 
 
Lo strumento quindi c’è, occorre imparare ad usarlo e poi utilizzare al massimo quello per cui è stato creato: raggiunto lo scopo si mette da parte senza gettarlo. Per tagliare il pane usiamo il coltello. Nella vita ognuno di noi ha imparato ad usarlo con la pratica e poi ha cominciato a tagliare fette più precise e non si è più tagliato. Tagliata la fetta, il coltello si posa senza buttarlo. Se serve a qualcuno viene prestato per la stessa cosa.
Allo stesso modo facendo l’esercizio si impara a farlo meglio e questo dipende unicamente da chi lo fa. Ognuno poi valuterà l’efficacia o meno, ma prima di farlo serve praticare qualitativamente e poi quantitativamente.
Una tecnica di rilassamento è fatta per riportare anche il corpo fisico a quello stato naturale dove ogni parte funziona nel miglior modo possibile: il corpo ha precise strutture e funzioni che consentono di essere in salute: rilassarsi significa mantenere questo stato naturale fisico dove esprimiamo il massimo della vitalità e che consente di riportare sempre lo stato naturale in caso di turbamento. Per fare ciò ogni aspetto duale del corpo, inteso come espansione e contrazione deve mantenersi equilibrato e quando vi sono eccessi di uno o l’altro, occorre ricondurre il tutto ad equilibrio tra i due.
Ad esempio: i muscoli per natura hanno una modo di espandersi e contrarsi che serve per svolgere una serie di compiti che per natura assolvono. Nel dormire essi si rilassano fino a rilasciarsi completamente e si espandono al massimo, poiché le attività sono minime e quindi non è loro richiesto di impiegarsi. Se si cammina si contraggono e si espandono ritmicamente, se si solleva qualcosa la contrazione persiste poiché è necessaria per svolgere quella azione. Questa tendenza naturale che ogni momento facciamo si basa quindi sull’alternarsi della dualità espansione e contrazione. Gli eccessi persistenti sono nocivi : l’uno conduce all’atrofia e l’altro all’irrigidimento completo. I muscoli quindi lavorano in un modo dove vi é una naturale contrazione ed attività, che se si mantiene, consente di esprimere il massimo delle loro potenzialità poiché essi sono, tra le altre cose, “veicolatori” di energia cinetica e stabilizzatori dell’equilibrio. La forza di un essere umano dipende soprattutto dalla sua capacità di veicolare energia cinetica e mantenere costantemente questo equilibrio. Le persone che non si muovono mai perdono di vitalità poiché il corpo è fatto per muoversi e ha bisogno di riposo, non il contrario. Ma occorre muoversi senza irrigidire altrimenti si blocca. Questo principio vale per tutte le componenti del corpo fisico.
Bene, cosa c’entra il rilassamento? Noi abbiamo una non conoscenza del corpo ed un eccesso di attività o di passività, e di norma i muscoli sono rigidi, soprattutto quelli profondi: viene dalla non educazione coscienziale del corpo e da fattori psicoemotivi che nessuno di norma insegna ad equilibrare.
L’esercizio di rilassamento pone l’essere umano che lo esegue in una posizione dove non si disloca nello spazio e con gli occhi chiusi. Lo stato interno cambia, poiché il soggetto esclude la vista, principale senso di riferimento per l’esterno, e si concentra su di sé. Non muovendosi diventa “passivo”, cioè respira e basta. Facendo ciò si espande la ricettività nei confronti della totalità del corpo, cosa che di norma nessuno fa, e gli altri sensi si espandono. A questo punto i sensi vanno direzionati dentro di sé: ci si ascolta, ci si osserva, ci si percepisce. La ricettività si espande e si lavora per lasciarsi andare, a se stessi. L’attenzione, l’essere vigili, si concentra sul respiro che si lascia andare e progressivamente prende il suo ritmo naturale. Più si è ricettivi più recepiamo i messaggi del corpo ( le sensazioni), che in realtà manda sempre, e la differenza è che il nostro spettro di percezione si espande. Impariamo a ricevere segnali che continuamente ci arrivano ma sui quali non siamo attenti. Fatto con attenzione diventerà, la ricettività, di nuovo uno stato naturale. Ogni persona si accorge delle sensazioni calde e fredde, di pressione, percepisce zone doloranti o che sono piacevolmente rilassate, comincia a sentire la collocazione delle proprie parti del corpo, sente il respiro, le vibrazioni del battito del cuore, parti del corpo che pulsano e altro ancora. Più si è attenti più si è ricettivi e più si è coscienti del corpo, dentro e fuori. Ciò è conoscenza del corpo che è coscienza del corpo. Nell’esercizio l’attenzione verrà spostata dai piedi alla testa o viceversa, possono essere dati comandi mentali, possono essere fatte visualizzazioni ed altro ancora. Con il respiro calmo e tranquillo ed il corpo rilassato, si crea armonia fisica e quello che si vive si cerca poi di renderlo di nuovo naturale nel quotidiano, poiché è lo stato naturale dell’essere umano.
L’attenzione tramite la concentrazione, il respirare fluidamente e col proprio ritmo, il rilassare il corpo senza contrarlo, effettuano già un lavoro sul successivo rilassamento emotivo e mentale.
Le successive visualizzazioni e comandi mentali continuano a creare equilibrio e si genera armonia, nonché l’energia comincia a scorrere sempre più libera attivando naturali proprietà guaritrici e rigeneratrici insite in noi. L’essere si armonizza sul piano mentale, emotivo e fisico, che sono interdipendenti ed interconnessi, e quindi ogni cosa su uno influenza e ha effetti comunque sugli altri. Dal centro di noi si espande uno stato di serenità e di pace, uno stato di calma e tranquillità interiore, sinonimo di cuore. Quello stato, detto anche di centratura, è il centro della sfera che siamo ed è, espanso, la sfera stessa. Quello stato serve per combattere ed è il punto da dove ci si può spostare e fare ogni cosa. Corrisponde allo Essere di Cuore, che il Guerriero incarna, poiché è finalmente tornato ad esserlo dopo la sua ricerca facendo un cammino coscienziale. Di questo ne parla bene e chiaramente Morihei Ueshiba, fondatore dell’Aikido, così come altri Maestri che hanno scritto qualcosa in merito.
L’esercizio lavora in un modo che comprende tutti piani dell’essere umano, un modo completo e che è la base per i successivi, sia tecnicamente e soprattutto coscienzialmente. 
 
Col rilassamento renderemo stabile la centratura e più sarà così tutti i giorni, soprattutto nel ricercarla nel quotidiano, più impareremo e raffineremo il nostro percorso con la forma che si confà al nostro essere, quella dell’Arte Marziale nella sua forma chiamata Wing Chun, Weng Chun o come volete chiamarla.
Viviamo con coscienza quello che facciamo, ognuno sperimenti ciò che si fa, quello è importante. Il resto sono conseguenze spontanee del cammino verso la libertà interiore. Il nostro lavoro é di liberarsi; con la pratica ognuno si metterà nelle condizioni per vivere ciò, se lo desidera ed è motivato.

Fabio Rossetti

giovedì 30 giugno 2011

Riferimenti e accorgimenti sul Wing Chun

Ancora un articolo dell'Amico Fabio Rossetti, che vi invito a leggere e, perché no, a commentare. Lo ringrazio per le citazioni, ma io sono solo un appassionato di Wing Chun, che ha voglia di continuare a condividere con altri Fratelli la pratica di questa Arte Marziale Tradizionale completa e avvincente. Grazie ancora, Fabio! Buona lettura a tutti!

---

Scrivo per coloro che hanno voglia di imparare, che si sono avvicinati al Wing Chun, che lo hanno praticato, che non lo conoscono ma ne sono curiosi, come contributo personale per far sì che riusciate a trovare chi ve lo possa insegnare in un modo chiaro, serio ed onesto, vedendovi come essere umani , senza nascondervi nulla, ma facendovi fare un percorso progressivo e bello. 

Molti sono, purtroppo, avvertimenti di tutto quello che negli anni è emerso. Nel blog ci sono altri articoli simili, che condivido, e che insieme a questo vi fanno sapere che ci sono coloro che desiderano fare un percorso marziale tradizionale e che purtroppo hanno scoperto e svelato, quello che segue.  Siate tranquilli, un articolo del genere aprirà varie dighe, commenti, che verranno fatti pro e contro, così come è toccato a Riccardo e chi come lui dimostra Amore e Servizio in quello che fa.

Come lui, e ne sono felice, mi disinteresso completamente ai commenti: poiché non ci sono nomi, riferimenti personali e quant’altro, poiché non posso fare nulla per cambiare la situazione, ma nel mio piccolo e nella mia singolarità, voglio fare qualcosa di buono per chi come me cammina o vorrebbe farlo nella Via Marziale, rispettando i suoi principi, le sue idee e la sua libertà, poiché c’è una minima percentuale che pratica realmente e spero che le indicazioni date, insieme a quelle che trovate in altri articoli del blog, siano utili per trovarla o quanto meno per evitare inutili perdite di tempo, poiché vi invito a non demordere ma a ricercare e , soprattutto, a non spegnere una passione che è a tutti noi connaturata e che troppo spesso si spegne per fattori esterni. 

Nel corso degli anni di pratica, tramite l’interscambio costruttivo con praticanti provenienti da diversi lineage del Wing Chun, da diversi stili di arti marziali, da diverse discipline come lo Shiatsu, lo Yoga, la Danza, da diverse regioni dell’Italia, risulta che la situazione generale e preponderante è questa: 

  1. il Wing Chun è stato insegnato contro tutti i suoi principi originari, vitali ed evolutivi, scaturendo che: la fiducia è più rara del trovare acqua nel deserto; va meritata e va costantemente nutrita e coltivata; attenti ai falsi, ce ne sono a bizzeffe; 
  2. facendo una comparazione tra i principi trasmessi (quindi conosceteli) noterete quanto ci sia una completa frattura soprattutto nel modo di insegnare, divulgare e tramandare, fino alla loro completa sovversione ed uso egoistico, manipolatorio ed economico; quindi studiate e leggete qualcosa, non andate a fare solo movimenti, informatevi e chiedete;
  3. chi insegna è giusto che guadagni, ma la linea tra guadagno e speculazione è oramai invisibile, sia perché c’è parecchio lavoro in nero, sia perché le tariffe sono in molti casi esagerate; la preclusione avviene per coloro che nell’odierna situazione italiana guadagnano poco, e sono molte le persone così, ritornando quindi al fatto che solo chi è ricco può accedere, in particolare le “lezioni private”; non temete, se vedete le tariffe di altre attività, tipo personal trainer, massaggi, vari tipi di ballo e danze, e via dicendo, non è che la situazione sia differente; ciò non esclude chi fa tariffe oneste e guadagna per vivere bene e dignitosamente;
  4. il Wing Chun insegnato non ha niente di reale, applicabile ed efficace, seppur abilmente mascherato a tal guisa, rendendolo completamente inutile; per esempio imparare i movimenti delle forme è inutile se non viene insegnato in maniera adeguata il Chi Kung (quindi sapere che cosa è questo nome) e le modalità che conducono ad una pacifica convivenza basate su un idea di armonia, bellezza ed amore; in breve, se fate uno sport da combattimento è uguale, forse più efficace in un contesto reale;
  5. moltissimi Sifu ed istruttori sono impreparati per tale compito;
  6. informandovi , probabilmente troverete una confusione ed un caos su tutto, ma per fortuna i principi e i movimenti sono quelli, seppur fatti ed interpretati in maniera differente; cercate il filo sottile che li unisce;
  7. il mondo del Wing Chun, basato su invidie, egoismo, egocentrismi, rigidità, settarismo, economia aziendale, non ha un briciolo di unità, ma rispecchia in pieno la separazione; basta vedere come non ci sia mai stato un incontro nazionale tra i vari lineage e scuole; vediamo se la conferenza proposta da Riccardo andrà in porto;
  8. gli studenti sono stati e sono carne da guadagno, i quali vengono generalmente raggirati e rovinati, mentre sono indottrinati e dogmatizzati con delle idee a metà tra il comico ed il tragico, diventando peggio di chi li ha istruiti. Chiaramente se gli allievi sono degli imbecilli, violenti, e usano quello che imparano per offendere e usarlo per i propri scopi egoistici a discapito altrui, è doveroso sbatterli fuori; ognuno si prenda le sue responsabilità;
  9. l’appellativo di Sifu e istruttore sono diventati nomi senza valore, svuotati del significato vero e originario essendo stato riempito da interessi economici ed egoistici: troppi hanno il complesso di inferiorità verso i superiori ma dentro si sentono prime donne e si definiscono professionisti (espressione di uso comune e prassi normale, poco felice ed assolutamente di stampo economico che tutti usano per darsi un tono e che fanno ridere), nonché i superiori tendono a schiacciare , manipolare, dominare;
  10. ci sono state e ci sono troppe persone che si avvicinano alle arti marziali, quella che pratichiamo compresa, che scappano a gambe levate, e non è bello vedere tutto questo;
  11. molti detti tradizionali sono stati presi e riadattati per fini egoistici, citando l’esempio del “quando l’allievo è pronto il Maestro arriva”; e Maestri, Sifu, sarebbero quelli che hanno reso un'Arte Marziale così come oggi? Sono Capi d’Azienda, ma non Sifu. Se in Italia ci sono Sifu, è tutto da dimostrare, nella speranza che ci siano. Inoltre le abilità che essi hanno vengono da maggiore esperienza e pratica, nonché dal tenere sempre gli allievi ad un livello “controllato”, cioè nascondere le conoscenze, e questa si chiama paura nonché mantenere un interesse su dipendenza. Ciò non va confuso con una progressività del percorso. Una Scuola tende a far si che i suoi membri siano in costante crescita, non come nella maggior parte dei casi italiani ove nessuno cresce in tale senso, dando le caramelline dicendo che sei diventato bravo quando non è così oppure dicendoti sempre che sei uno scandalo; incoraggiare e dare una valutazione reale ad una persona è cosa rara;
  12. è giusto che le persone che hanno voglia seriamente di imparare il Wing Chun, ne abbiano una idea chiara, e la Tradizione Marziale si è sempre basata su interscambio e confronto costruttivo, base dell’evoluzione oltre che la preparazione e l’intuizione di coloro che nel tempo l’hanno trasmessa giungendo fino a noi. Comparatevi e comparate con praticanti di altri stili planetari;
  13. l’Arte Marziale ha tra i vari compiti, quello di proteggere, difendere e promuovere la vita in tutti i suoi aspetti, i deboli dai forti, essendo uno dei suoi simboli, la Spada, uno strumento di giustizia e di armonia solare, nonché, in particolare in Cina, il simbolo del Tao;
  14. il Wing Chun per essere tale necessita che tutte le sue parti siano un’Unità, quindi insegnato in senso olistico e non parziale;
  15. il mondo del Wing Chun per essere tale necessita che tutte le sue Scuole siano Unite nelle loro differenze, proprio per la sua natura evolutiva ed esprimente la Vita con le sue bellezze diverse;
  16. coloro che nel Wing Chun sono anziani, sia come Sifu sia come istruttori, necessitano di realizzare i due punti precedenti;
  17. la storia sulle origini del Wing Chun è un minestrone di informazioni mescolate a mo' di frullato; nel blog, Pasquale Mazzotta ed il suo lavoro sulla storia dello stile, mi suscita un senso di stima ed ammirazione;
  18. se non c’è Amore in quello che fate, se non tendete all’Unità, che Arte Marziale è quella che fate? Un Maestro serve, non se stesso, ma la Vita e gli esseri umani. Se non c’è unità nell’applicare i principi nei movimenti e nel quotidiano, il Wing Chun è completamente inutile e dannoso;
  19. questo passo che segue mi rende felice così come mi sorprende di come in un’Arte raffinata come il Wing Chun, non sia presente il contenuto, scritto da un Maestro vero, appartenente all’Aikido: Morihei Ueshiba.
Non esiste nemico nell'Aikido. Vi sbagliate se pensate che il Budo significhi avere avversari e nemici ed essere forti e farli cadere. Non ci sono né avversari né nemici per il vero Budo... Il Budo è essere una cosa sola con l'universo... Colui che ha penetrato il segreto dell'Aikido ha l'universo in se stesso, e può dire "Io sono l'universo"... Io non sono mai stato sconfitto, per quanto velocemente il nemico potesse attaccare. Questo non perché la mia tecnica è più veloce, non è un fatto di rapidità: il combattimento è finito prima di cominciare. Quando un nemico cerca di combattere con me, egli deve rompere l'armonia dell'universo, perciò nel momento in cui gli sorge l'idea di lottare, egli è già battuto: non c'è una misura del tempo veloce o lento. Aikido è non resistenza, esso è sempre vincente. Se il cuore è aperto e puro, non c'è spazio per il danno; e al livello più profondo, amore e volontà sono una cosa sola".

"Indipendentemente da quanto velocemente un avversario mi attacca o da quanto lentamente io rispondo, non posso essere sconfitto. Non è che le mie tecniche siano più veloci di quelle degli avversari. Questo non ha niente a che vedere con la velocità o con la lentezza. Io sono vittorioso già dall’inizio. Appena il pensiero di un attacco attraversa la mente del mio avversario, sconvolge l’armonia dell’universo ed egli è istantaneamente sconfitto, indipendentemente dalla velocità con cui mi attacca. La vittoria o la sconfitta non sono una questione di tempo e di spazio. L’aikido è il principio della non-resistenza. Poiché è non-resistenza esso è vittorioso fin dall’inizio. Quelli che hanno cattive intenzioni o desiderio di supremazia si trovano istantaneamente sconfitti. Il vero budo è invincibile, dal momento che non combatte". 

Nel vero budo non ci sono nemici. Il vero budo è una funzione dell’amore. Non è fatto per uccidere o per combattere, ma per nutrire tutte le cose e portarle al loro frutto.
L’amore protegge e nutre la vita”.
Morihei Ueshiba

Fabio Rossetti

venerdì 24 giugno 2011

Lo scorrere dell’Energia

Il nostro Fabio Rossetti continua a collaborare alla realizzazione di questo progetto editoriale. Lo ringrazio, a nome di tutta la mia Famiglia, perché è una delle poche persone che conosco a portare avanti una teoria olistica dell'Energia, che passa dalle Arti Marziali, ma non ha confini di sorta.  Io ho solo fatto un lavoro di limatura, come sempre. Buona lettura a tutti!

---

In accordo con la tripartizione dei 丹田 - Dan Tien (o Dāntián, in mandarino) - e delle loro caratteristiche, col termine Energia mi riferisco sia al 力 - Li -, sia al 气 - Qi -, sia allo 意 - Yi -. Quindi l’Energia che si presenta nelle sue espressioni che vanno dal denso al sottile, per usare termini comprensibili.

L’energia è un quid presente che noi percepiamo in vari modi in base alle sue manifestazioni, ricordando a noi stessi che siamo energia. Nella pratica marziale, l’energia è un altro passo da fare poiché, così come il rilassamento, occorre esserne coscienti. Già nella fase dedicata al rilassamento, la presa di coscienza dell’energia viene fatta. 

Occorre ora sviluppare, nel senso di liberare, un altro aspetto naturale bloccato e poco conosciuto, che riguarda il suo scorrere. L’energia si equilibra attraverso il movimento fatto in un certo modo, al fine di creare sempre un’armonia basata sugli opposti Yin e Yang. Essi sono complementari e per giungere all’armonia si equilibrano per poi unirsi e dare vita al Tao in modo cosciente. 

Nella Medicina Tradizionale Cinese l’equilibrio dinamico e l’armonia sono i fattori per far stare bene e vivere bene. Consultare un libro di Medicina Tradizionale Cinese aiuta molto per comprendere una serie di aspetti marziali molto importanti e fondamentali.

Nel rilassamento si percepisce e si pratica un modo di porsi e muoversi che non è né mollo né rigido, una via di mezzo, cosa che si sperimenta sia da fermi che nel dislocarsi nello spazio. Ciò consente di accedere ad un radicamento dinamico, ovvero un modo di muoversi corporeo unitivo, tramite l’equilibrio, della stabilità e della mobilità: anche qui la dialettica degli opposti complementari dà vita a qualcosa che comprende le proprietà di entrambe, ma non è né l’uno né l’altro, ma la loro unione. Facendo ciò si vive e si sperimenta l’adattamento: combattere è adattarsi intuitivamente nella realtà mutevole attraverso gli strumenti a noi propri .

Prendendo coscienza dell’unione Yin-Yang, sviluppandola sempre di più, si passa al come utilizzare l’energia. Quando ci siamo rilassati e abbiamo coscienza dell’energia unitiva, per usarla occorrono degli esercizi che sappiamo essere strumenti che liberano ciò che naturalmente fa parte di noi. Il lavoro consiste nell’inviare energia coscientemente da qualche parte e in un certo modo: la tradizione cinese si esprime dicendo che il Qi segue lo Yi e muove il Li. Ciò lo facciamo sempre, senza accorgercene.

Allora, i motti della gestione del corpo servono per creare una serie di direzioni energetiche che ampliano ed espandono la coscienza del corpo e delle sue funzioni, rendendoci coscienti di poter direzionare in varie direzioni e punti spaziali le nostri parti corporee. Facendo così si passa ad un livello superiore di lavoro, dove si rifà, ad un diverso livello, il rilassamento: ci si potenzia. Esercizi aggiunti servono per sbizzarrirsi e fare pratica della proprietà naturale di noi di mandare la testa da una parte, il braccio dall’altra torcendolo, allargando le gambe etc… Si possono fare innumerevoli movimenti allo stesso tempo, in direzioni innumerevoli, modulando la velocità, il tempo, cambiando in continuazione e soprattutto vivendo l’unità nella molteplicità nella realtà mutevole.

Un esempio tipico è la pratica delle “forme”. Ciò consente anche di percepire le varie dispersioni energetiche ed essere coscienti di dover imparare di nuovo a fare un movimento senza sprecare energia, nonché svela tutte le raffinazioni varie riguardo alle rigidità corporee, al fatto che il corpo va per conto suo, all’equilibrio emotivo e al pensiero indisciplinato, per citare alcune situazioni tipiche. E’ tutto normale e fa parte del percorso, naturalmente. Questo è un praticare attento, progressivo, paziente ed impegnativo, nel quale solo chi è veramente motivato può riuscire.

Espandere non significa disperdere e concentrare non significa bloccare. Con i motti praticati nella varie posizioni si vive l’adattamento, per poi passare a muoversi camminando e quindi facendo dislocazioni nello spazio a piacere in completa libertà. Quindi internamente mantengo quelle espansioni in più donatemi dalla conoscenza e dalla coscienza dei motti, che, notiamo, caricano il corpo come una molla, poiché lavorano sulle spirali naturali: quel modo di porsi interno con il corpo espande l’energia verso l’esterno e verso l’interno. 

Successivamente cominciamo a puntare qualcosa e a direzionare tutto il corpo verso quella cosa, a camminare lungo una direzione e poi verso un punto preciso: sviluppiamo e liberiamo con coscienza la naturale capacità di concentrare ed espandere l’energia. Notiamo che la vista in questo partecipa come tutti i sensi.

Unendo il lavoro dei motti e del puntare, in breve abbiamo iniziato a conoscere la naturale capacità di direzionare l’energia (di tutti i corpi) verso un punto, mantenendo il corpo connesso: con una metafora abbiamo il cerchio ed il triangolo che si cominciamo ad unire (se lo diciamo in tre dimensioni, la sfera ed il cono).

Andando avanti conosceremo meglio l’energia lineare (concentrare, triangolo), quella circolare (espandere e cerchio), che unite creano l’energia spirale (infinito e Tao): già la conosciamo in realtà perché nel camminare e nel muoverci abbiamo già conosciuto il fatto che nel corpo ci sono sempre delle contro rotazioni, dei doppi vortici, e nel camminare lo abbiamo vissuto in modo cosciente.

A questo punto ci accorgiamo che naturalmente liberiamo energia, prendiamo quella di ritorno e la riveicoliamo, altra la scarichiamo, altra la deflettiamo, possiamo modularne la potenza, possiamo in breve farne quello che vogliamo perché siamo energia. Le tecniche, movimenti naturali adattati tatticamente per il combattimento, fanno sì che l’aspetto di energia è unito a geometrie precise che ottimizzano la funzionalità e l’efficacia dei movimenti. Ricordarsi ovviamente dell’importanza del respiro e del modo di respirare, elemento fondamentale spesso tralasciato.

Usare l’energia ed adattarsi facendola scorrere in un certo modo dato dalla coscienza del pieno e del vuoto, aspetti del Tao, dell’Unità. Questo lavoro è fatto per lo più a livello interno tramite i vari esercizi, e col viverli si passa al quotidiano, sempre con il lavoro attento e cosciente al centro.

Il rilassamento, la respirazione, il “vuoto mentale”, l’energia e il suo scorrere in un certo modo, sono quella che per noi è la base, e che è il filo sottile che unisce tutte le pratiche di movimento, ma proprio per questo è il tassello mancante quasi sempre. Le tecniche senza quest’energia usata in questo modo descritto e praticato, non hanno piena efficacia e sono inutili. Sottolineo che ci sono degli articoli e dei testi che spiegano ed illustrano meglio tutto questo.

Le tecniche sono strumenti finalizzati ad uno scopo, che plasmano l’energia in modo da sortire certi effetti, avendo la capacità di aumentare e diminuire la potenza tramite la capacità di modulazione: diciamo che sono strumenti che raffinano il lavoro. Il Qi Gong riguarda l’aspetto dell’energia, la tattica riguarda l’aspetto delle tecniche introducendo la geometria nelle posizioni e nel dislocarsi. Le tecniche sono la congiunzione dell’energia con la tattica. Un’espressione inerente a ciò è quando sentiamo parlare che le tecniche prendono vita, oppure che esse abbiano un’anima. Ad esempio anche chi fa i massaggi unisce energia e geometria dinamicamente, tramite le tecniche di massaggio e come farle.

Nel combattimento si studia praticando il come applicare tutto ciò nella realtà, poiché pur riuscendo ad adattare la geometria tecnica occorre anche saperla applicare in una situazione reale, quindi strategicamente. Il lavoro del Qi Gong (rilassamento, respirazione, vuoto mentale) è un modo efficace per sbloccarsi in tutti i sensi e se compreso si intuisce di come possa essere un metodo anche veloce e potente nella sua progressività e calma.

Ciò può essere compreso solo da chi pratica, il quale espandendosi coscienzialmente conosce veramente la realtà di queste parole e di tutte quelle che cercano di esprimere un qualcosa che solo se vissuto si può conoscere ed esserne consapevoli.

Fabio Rossetti

domenica 19 giugno 2011

Camminare e Dislocarsi

Pubblico con il consueto piacere questo intervento di Fabio Rossetti, che ci dà sempre spunti di riflessione e proposte per vedere il nostro sistema da un altro punto di vista. Grazie, caro, e buona lettura a tutti voi!

---

Un elemento fondamentale nella pratica è quello di dislocarsi nello spazio, sia non camminando che camminando. Per fare ciò al meglio occorre realizzare dentro la mobilità, che fondendosi insieme con la stabilità crea realmente quel radicamento dinamico, consistente nell’essere centrati e coscienti in modo tale che, mentre ci si muove, in ogni senso, l’energia fluisce di continuo mentre ci adattiamo, essendo in grado quindi di esprimerla come vogliamo. Siamo contemporaneamente stabili ed in grado di muoverci, a prescindere dalle posizioni prese nello spazio tempo. Ricordo ulteriormente che muoversi non è disperdersi ed essere stabili non significa essere rigidi

Mentre camminiamo i movimenti lavorano insieme e noi non perdiamo l’equilibrio. Di norma le persone disperdono molta energia, camminano scorrettamente, irrigidiscono il corpo e non si accorgono degli squilibri. Ciò sfugge a moltissimi ma non a occhi attenti. Questo è palese quando ad esempio ci addestriamo, oppure vedere chi corre in ambienti non lineari, oppure quando facciamo movimenti nuovi rispetto alle abitudini. Basta uscire fuori dallo schema reimpostato anche solo aumentando l’energia dei movimenti, e tutto diventa più chiaro perché si esaspera

Si parte quindi nel lavoro basilare, cioè camminare, il nostro aspetto di movimento naturale. Rilassarsi, essere coscienti del corpo, stare in piedi e camminare.

Il lavoro sul rilassamento, i motti del chi kung, la respirazione: tutto, essendone coscienti, ci apre le porte per la pratica del camminare: ricordo che si combatte adattandosi, il che significa colpire mentre ci dislochiamo continuamente nello spazio per essere bersagli difficili mantenendo il puntamento verso l’asse centrale dell’avversario.

La nostra base si amplia e il camminare è un’applicazione di tutto quello fatto in precedenza; a sua volta sarà la base per gli strumenti successivi, cioè le tecniche, dove il tutto sarà arricchito di geometria e principi tattici di applicazione geometrica, comportamentale etc…

Nel camminare percepiremo l’energia ed il suo scorrere in un modo diverso e vario: energia elastica lineare, energia circolare, spirale. Percepiremo altri messaggi corporei, che il corpo invia quando si disloca, poiché le sue attività aumentano di intensità. 

Notiamo come si prende coscienza dell’energia, del come espanderla e concentrarla, del come si genera internamente e arriva anche dall’esterno, di come vi è simultaneità nello scambio interno esterno senza ostacoli, di come tutto si armonizza : tutto tende all’equilibrio e il corpo è lo strumento di azione che noi abbiamo sul piano fisico, il quale è fatto per tendere e mantenere l’equilibrio. Nel combattimento ci si adatta e si impara ad adattarsi, per non perderlo o comunque porsi nelle condizioni di recuperare immediatamente, qualora se ne abbia la possibilità.

E’ necessario uscire fuori dagli schemi precedenti facendo un percorso di ricerca, ove il vivere quello che si fa tende a svelare ciò che in noi è naturale e nell’Arte Marziale è spiegato con dei codici,quali le forme, gli esercizi tradizionali ed i principi, per fare un esempio.

Così facendo si creano degli schemi nuovi in modo tale che essi siano perfettamente funzionali ed efficienti: cancellare a livello istintivo il precedente sostituendolo con il nuovo, prendendo come esempio l’armonia del simbolo del Tao, accettato e riconosciuto nella Tradizione Cinese e le sue Arti. Questo perché per combattere si reagisce e comunque uno combatte come è. Il nostro corpo lo stiamo semplicemente rieducando con coscienza

Notiamo nel camminare le seguenti cose: camminando rilassati, attenti, respiriamo normalmente; portiamo attenzione a come muoviamo energia ed interagiamo con quella esterna al nostro corpo; seguiamo uno schema naturale che lavora su opposti: gamba sinistra-braccio destro e viceversa. Il busto si torce in un verso ed il bacino nel verso opposto. Si creano naturalmente dei movimenti di contro rotazione, in breve energia spirale, dati dai movimenti circolari e lineari interni che si riflettono all’esterno attraverso quello che facciamo sempre. Direzioniamo comunque il corpo per andare in una direzione, l’uso inconscio dell’intenzione, il quale, attraverso dei movimenti istintuali meccanici, si adatta continuamente anche senza che ce ne accorgiamo: rimanere in piedi stando equilibrati, allungare o accorciare il passo, andare più lenti o veloci, bilanciarsi se trasportiamo pesi o se qualche parte del corpo è dolente, e così via. Attraverso l’attenzione cosciente si scopre il corpo ed il suo modo di muoversi, come l’energia si trasmette, si propaga, si direziona, come camminiamo, i modi di camminare se siamo tranquilli, impauriti, sotto adrenalina, e altro che si può vivere con un’attenta e cosciente sperimentazione: coscienza del e nel camminare, utilizzando i propri sensi e l’attenzione, essendo attivi nella ricettività e ricettivi nell’attività.
Da ciò scaturisce che le tecniche sono i nostri movimenti naturali, adattati tatticamente perchè servono ad uno scopo, unendo geometria ed energia in un armonico ed efficiente modo per attuarlo e renderlo pratico. Più un movimento è naturale, più è semplice ed efficace. In realtà la ricerca marziale, descritta nelle varie tradizioni provenienti da ogni angolo del pianeta, si basa sulle stesse identiche cose. Tracciare la storia delle arti marziali è viaggiare in un universo fluido e ricco di contraddizioni, leggende, miti, realtà storiche ed inventate. Se ci si mantiene in superficie arrivano milioni di informazioni e non si raggiunge nulla; l’unico modo è quello di andare a fondo cercando l’unità che le collega. Questa unità è evidente e chiara ma non viene vista.
Un esempio è il camminare, il rilassamento, lo scorrere dell’energia, le forme e altro ancora.
Buona passeggiata…

mercoledì 25 maggio 2011

Taoismo ed Arti Marziali

L'amico Fabio Rossetti ci invita a riflettere sui due pensieri che riporto di seguito. A voi la parola. 

---

La vera natura, l’essenza delle Arti Marziali non ha forma, né tempo, né odore.
E’ simile al vuoto, alla calma, ma non e né vuoto né calma.
E qualcosa di meraviglioso e incommensurabile in cui, una volta temprati, pensieri e desideri spariscono come la nebbia al sole del mattino; sospetto, illusione, angoscia si dissolvono lasciando il posta al vero Ki , che tutto permea. Il segreto nella pratica delle Arti Marziali non risiede nella vittoria e nella sconfitta, dove le tecniche sono messe in gara una contro l’altra, ma nel cercare di rendere cosciente il proprio essere e per giungere a questa occorre praticare il distacco da se stessi, dal desiderio, dal guadagno individuale.

Nell’Ekkyo (libro sulla divinazione) si trova un brano interessante:
“nell’immobilità più completa, nel distacco da se stessi e da tutti i propri pensieri, la propria intuizione lavorerà da sola e si svilupperà intorno a voi ( … ).
Se cioè abbandonerete pensieri e desideri e vi adatterete completamente alla Vita della Natura e dell’Universo, otterrete una facoltà di azione meravigliosa”.

Il vero Bushi mantiene il suo state mentale davanti a qualsiasi avvenimento, non prova timore e turbamento davanti all’attacco di una lama scintillante e, per quanta grande possa essere la sua sofferenza, non trema per l’acqua e per il fuoco, si mantiene impassibile davanti alle difficoltà e ai peggiori affronti e non s’inorgoglisce per la più brillante delle sue azioni. La ragione del suo potere risiede nel fatto che egli ha saputo capire la vera natura dell’ Arte Marziale.

Tutto questa ci riporta a quello che si chiama, generalmente, l’intuizione. E per ottenere tutto questa che noi dobbiamo provare l’uno con l’altro ripetutamente, per diventare più brillanti e migliori insieme. E allora, durante questo lungo periodo, che capiremo e assimileremo naturalmente senza rendercene conto. Nessun maestro che ha avuto la rivelazione della VIA, per quanta saggio fosse, ne ha potuto dare una definizione esatta e esprimerla in qualsiasi forma definita.
Shiro Saigo


Durezza e rigidità sono compagne della morte,
morbidezza e flessibilità compagne della vita.

Nulla al mondo e più morbido e cedevole dell’acqua,
eppure nel distruggere ciò che e duro e forte,
non vi e nulla che riesca a superarla.

La Via del Cielo e di non lottare e nondimeno saper vincere. 
Lao Tze

martedì 3 maggio 2011

L'operatività

Accolgo l'invito alla pubblicazione dell'articolo che segue del buon Fabio Rossetti, che ringrazio per essere uno dei pochi a partecipare alla redazione di questo blog. Buona lettura a tutti!

---

Vi è un aspetto della pratica che è chiamato operatività: essa consiste nella reale applicazione in combattimento di quello che si è imparato, praticando e studiando. La difficoltà è inerente all’adattamento in un piano senza schemi, ove non si è più all’interno di un esercizio propedeutico e funzionale, che, per quanto reale, rientra in uno schema ancora ben definito e preciso.

Negli esercizi sull’operatività si prende coscienza delle applicazioni, in un contesto senza schemi prefissati ove tutto quello che si è appreso viene messo alla prova. Nella realtà occorre aver ben assorbito e fatto proprio il principio dell’adattamento, al fine di essere realmente efficaci, esprimendo i principi tramite le tecniche (movimenti naturali unitivi di energia e geometria tattica).

Inoltre, si comprendono gli aspetti di reattività, e quindi può sembrare abbastanza impegnativo, aprendo dubbi e svelando ciò che va migliorato; ricordando che anche lì vi è il principio olistico, cioè tutto l’essere è impegnato nei sui aspetti fisici, emozionali, mentali ed intuitivi.

Negli esercizi operativi è messa alla prova la sintesi delle conoscenze pratiche acquisite, visto che nulla è predefinito, quindi si entra nell’ambito pieno della mutevolezza e della continua trasformazione. Nell’operatività si partirà con gli aspetti del combattimento al minimo, per poi aumentare l’intensità procedendo di pari passo con la padronanza della sintesi in applicazione dei principi. 

Chiaramente coloro che si addestrano entrano in uno stato interno di realtà, dimenticando chi hanno di fronte, il suo livello, le sue conoscenze, cosa sa fare e non fare: in sintesi, occorre entrare in uno stato per il quale l’altro è uno sconosciuto, poiché il migliore risultato è quello per il quale si pratica il principio del Wu Wei. Questo aspetto è quello più impegnativo da realizzare.

I parametri del combattimento reale sono espressi nei principi e negli esercizi, ma nella realtà, pur mantenendo la sostanza identica, la qualità e la quantità cambiano e sono infinitamente variabili. Le abilità e le capacità tecniche non sono tutto; esse hanno un’importanza ed una funzione chiaramente fondamentale, ma sono sempre una parte del tutto. 

In un combattimento ove le capacità sono nettamente differenti, il margine di sopravvivenza di chi è ad un livello meno espanso è sottile; ma laddove le capacità sono simili di livello, i fattori importanti e determinanti sono altri e rivestono una parte fondamentale. Ma questa non è una regola assoluta, come lo riprova una persona che non ha paura di morire, che significa molto di più di quanto l’espressione letterale dica, poiché le parole sono descrittive, ma non sono la realtà e poiché nel combattimento tutto cambia.

Ciò vuol dire che vi è una serie di aspetti da sviluppare, i quali vanno coscienzialmente compresi e intuiti, con il metodo fornito basato su principi e movimenti (forme di Chi Kung - rilassamento, respirazione, vuoto mentale, meditazione - adattate per il combattimento e le tecniche di cui sono composte). 

Nell’operatività lo stato guerriero e le capacità sue proprie sono realmente praticabili. Nella realtà pura del combattimento nulla è definito, ma soggetto a mutazione e a cambiamenti fluidi, continui e senza previsione. È come entrare in un pieno-vuoto, quindi vivere l’arte marziale unendo gli opposti, fornisce la base essenziale per percorrere la Via.

giovedì 21 aprile 2011

Una proposta

Da questo blog, così come da tutti social network ed i vari forum ai quali ho preso parte, ho sempre tentato di far partire un appello all'unità dei praticanti di Arti Marziali. In particolar modo, ho sempre tentato di incontrare altri praticanti, per condividere il mio percorso marziale con loro, in modo da poter crescere insieme. Pochi hanno risposto ai miei appelli. Stavolta ci prova Fabio Rossetti, un amico che viaggia sulla mia stessa linea di pensiero. A lui la parola, speriamo che stavolta vada meglio...

---

Leggendo i forum marziali, che vertono su centinaia di argomenti, mi fa sorridere quanta poca costruttività ci sia negli scambi tra coloro che scrivono. 

L’Arte Marziale è come una Madre che vede continuamente i suoi figli litigare e sente ognuno sostenere che lui è il figlio prediletto, quando dovrebbero unirsi ed amarsi per percorre bene e seriamente quella Via che percorrono. 

Scrivo in questo blog poiché chi lo ha creato e lo mantiene ha espresso una serie di principi marziali e li porta avanti. Con lui mi sono incontrato di persona e ci siamo guardati faccia a faccia. Da lì è nata una nuova collaborazione, che è uno stimolo bello ed utile non solo per noi, avendo l’idea di espanderlo a chi vuole e segue lo stesso iter.

Faccio una proposta: organizziamo degli incontri con un tema e nella pratica facciamo dei confronti costruttivi. Il primo tema propongo sia il rilassamento con le sue valenze nel combattimento e nella pratica.

Qualora ci sia un qualcosa da pagare, dovrà essere solo per contributo verso una struttura ospite, a meno che non li svolgiamo all’aperto. La gratuità del servizio e degli incontri è la regola da rispettare in questo caso.

Un saluto, 
Fabio Rossetti