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domenica 25 novembre 2012

L’espressione dell’energia

Ospito con il consueto piacere l'ultimo articolo dell'amico Fabio Rossetti, che ringrazio, come sempre, per gli spunti che ci regala per riflettere. Buona lettura!

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L’arte marziale nelle sue forme insegna a veicolare energia, vale a dire muoverla nel senso yin e yang (ricevere, far circolare, trasmettere). La parola “energia” riguarda, nella dicitura specifica cinese, le manifestazioni dello jing, del qi e dello shen e dei loro poteri, cioè le caratteristiche energetiche di questi “campi”: il Li, forza, il Qi, energia, lo Yi, intenzione. “Energia”, quindi, in vari sensi e sfumature; si usa la parola “manifestazioni”,” espressioni”, poiché i cinesi parlano di un’unica energia che si manifesta in vari modi in base a precise caratteristiche e funzioni che assume. 

 Per essere efficaci in combattimento occorre praticare per essere in grado di esprimere forza, energia ed intenzione nello stesso tempo. Per esempio: sul piano prettamente fisico, quindi del Li, chi sa trasmettere energia non pensa alla durezza della superficie da colpire, quanto a trasferire energia cinetica all’interno, che, propagandosi, genera una vibrazione distruttiva. L’acqua che forma il nostro corpo espande e trasmette questa vibrazione, come un'onda. 

 L’energia quando penetra è micidiale, da ciò scaturisce il principio del non farsi colpire, diventando dei bersagli difficili da centrare oppure, se colpiti, si impara a scaricarla velocemente a terra o nell’aria attraverso varie modalità, oppure si deflette, disperdendola. L’effetto squilibrante (distruttivo) si realizza quando si raggiunge con la pratica una capacità di trasferire energia cinetica in maniera sufficiente. 

Una persona che pratica arti marziali deve avere comunque una struttura solida, insieme alla sua fluidità, che gli viene dallo scorrere dell’energia nei vari sensi sopra riportati, dalle sue abilità tecniche in chiave operativa, dalla sua comprensione sintetica, pratica ed intuitiva dei principi marziali: l’unione dello yin con lo yang come nel simbolo del Tao

Molte risposte a ciò si trovano nei principi, basta studiarli per bene e praticarli. Ad esempio quando spesso, sia sportivamente che per strada, due si “gonfiano come zampogne”, in realtà non si fanno danni rilevanti, tranne qualche raro caso fortuito, proprio perché si è incapaci di trasmettere energia nel vero senso della parola. Nei movimenti si disperde e si blocca energia a quantità abnormi, arrivando i colpi ad energie minime, anche perché inconsciamente i colpi sono frenati. 

Allora botte per svariato tempo, tagli, sbucciature, un dente scheggiato, qualche doloretto, ma quando uno solo dei colpi sferrati assume per un attimo la caratteristica reale di un vero colpo, sia come forza, sia come energia, sia come intenzione, l’effetto è devastante, ovunque si sia colpiti. Nel combattimento non interessa rompere o dimostrare, quanto evitare oppure neutralizzare, in tutti i suoi significati. Quindi ci serve equilibrio nelle forme e nei metodi di pratica, studiati e raffinati in modo tale che con un esercizio si praticano contemporaneamente vari aspetti, in modo chiaramente progressivo, facendo sì che la pratica abbia un senso. 

 Fabio Rossetti

domenica 29 luglio 2012

La forza sta nell'intenzione

Nei grandi libri classici del Tai Ji  si può leggere che pervalere in uno scontro “è solo questione di uso dell’intenzione e non della forza (muscolare)”. Allo stesso modo, quando pratichiamo Wing Chun chiedo sempre ai miei Allievi di non utilizzate la forza muscolare, ma di attivare principalmente i tendini (i quali, a loro volta, attiveranno i muscoli, ovviamente).

Non dobbiamo mai creare blocchi all’apparato muscolo-scheletrico o circolatorio con il risultato di limitare o inibire movimenti. Per farlo, è necessario lasciare che tutto il corpo si rilassi e si distenda, solo allora saremo in grado di muoverci con leggerezza e agilità, cambiare e trasformare con naturale circolarità. 

Per trasferire la nostra energia dobbiamo far riferimento alla rete dei meridiani e canali dell’agopuntura distribuiti nel corpo umano come i corsi d’acqua sulla terra. Se le vie di scorrimento non sono bloccate, l’acqua può circolare liberamente; se i meridiani non hanno impedimenti il Qi può circolare. Se voi muovete il corpo usando la forza muscolare, sovraccaricate i meridiani, il Qi e il sangue non potranno circolare liberamente e i movimenti non potranno essere agili e sciolti. Basterà essere toccati perché tutto il corpo venga scosso.

Quando usate l’intenzione al posto della forza, l’energia viene diretta e trasferita in modo anche abbastanza semplice, a ben vedere. Con il continuo e quotidiano fluire e scorrere del Qi e del sangue in tutto il corpo, senza mai farli ristagnare ristagnare, dopo una lunga pratica, si ottiene la capacità di trasferire questa benedetta energia che tanto cerchiamo. 

Anche nei testi classici si legge che “solo attraverso l’estrema morbidezza si può realizzare l’estrema durezza”. Un esperto di Wing Chun, infatti, ha le braccia che sembrano come seta avvolta intorno al ferro, estremamente pesanti. Non è un caso, ma il frutto di un duro lavoro su di sé, sulla percezione e sulla capacità di direzionare l'intenzione.

venerdì 16 luglio 2010

肘低力 - Jarn Dai Lak

Una delle basi teoriche del Wing Chun Kuen è la conoscenza del motto "Prendi la forza dalla punta del gomito" (肘低力 - Jarn Dai Lak). Attraverso un duro lavoro sulla potenza sprigonata dalla catena cinetica posteriore, possiamo arrivare a comprender bene il motto, affinché ci renda chiaro come sprogionare energia dalle nostre braccia. Gli ideogrammi che lo compongono sono tre, vediamoli.

肘 [zhǒu], lo abbiamo visto, è il gomito.

低 [dī] significa 'basso' o 'la parte più bassa'. Deriva da 亻(o 人) [rén], la 'persona', e da 氐 [dǐ], le 'fondamenta', la 'base'. 低 [dī], 'basso', è etimologicamente collegato con 氐 [dǐ] e con 底 [dǐ] 'sottostante', 'sotto'. In cantonese è /Dai/.

力 [lì] è la forza, la potenza fisica. In cantonse lo troviamo come /Lik/, /Lak/ o /Li/.

Il nostro lavoro di base, quindi, sta nell'attivare i nostri gomiti verso l'avversario, per mantenere poi stabilmente la nostra tensione verso le stesso, in tutte le fasi del combattimento. Studiamo proprio per questo il Poon Sau come esercizio di base per attivare l'esplosività delle braccia.

Spesso il motto è sottovalutato, ma costituisce la base teorica del "ponte corto", della presa di coscienza dell'origine della nostra forza, durante lo scontro, che può variare da punto a punto (da ponte corto a ponte lungo e viceversa), permettendoci di cambiare articolazione per avere un risultato migliore in termini di resa...

domenica 24 gennaio 2010

Una piccola idea, che ne contiene tante altre

Alcuni dei miei ToDai sono soliti chiedermi il motivo per il quale si studi a lungo la Siu Nim Tau. Effettivamente la prima forma del curriculum del Wing Chun di SiJo Leung Ting si porta avanti per molto tempo, sicuramente per un anno. In questo lasso di tempo si dovrebbero acquisire tutte le informazioni ed i concetti che stanno dietro la 'Piccola Idea'.


L'averla allenata male per anni, senza comprenderne i significati profondi che le stanno dietro, può aver portato alcuni a fraintenderne l'utilizzo. Sicuramente alcune grandi associazioni italiane hanno prolungato il tempo di studio per commercializzare meglio il loro prodotto, ma è molto importante non saltare delle tappe obbligatorie per comprendere appieno i principi del Wing Chun.

Anzitutto la Siu Nim Tau Sviluppa la pazienza. In un mondo che va sempre più di fretta, impone all'Allievo di eseguire alcuni movimenti in modo molto lento. Contemporaneamente, viene introdotto il concetto di vuoto, che è il primo elemento di sviluppo interno. Senza l'idea del vuoto e del pieno, il Wing Chun non potrebbe essere appreso in modo serio.

Alcuni Insegnanti mi hanno fatto comprendere che la prima forma sia utile anche per allenare la propriocezione e la coordinazione di base delle braccia (e del corpo). La Siu Nim Tau contiene anche quasi tutti gli elementi sull’utilizzo delle braccia, anche se alcuni sono solo accennati.

I modi per allenarla, come ho detto più volte, sono tre: piano, come movimenti di risveglio (in maniera simile ad alcune forme di Tai Chi), elastica, per lo sviluppo dell'energia e della flessibilità, e 'marziale', per allenare le tecniche da utilizzare nel combattimento con velocità e potenza. Una volta imparati i movimenti e le sequenze, possiamo dare all'esecuzione la necessaria dinamicità, aggiungendo a poco a poco l’energia del corpo al movimento.


La 'Piccola Idea' permette di studiare alcuni principi basilari del Wing Chun, tra questi il radicamento, che è necessario per poter iniziare a lavorare in coppia, per esempio. La teoria dei cancelli, con le diverse linee (centrale, verticali, orizzontali, etc.), viene sempre affrontata durante lo studio della Siu Nim Tau.

Tra le tecniche, si studiano i cosiddetti tre veleni,  (Fook Sau, Tan Sau e Bong Sau), con le loro meccaniche di movimento. Una delle basi che vengono poste sin dalla Siu Nim Tau è lo sviluppo e l'utilizzo della forza elastica, una delle componenti più affascinanti del sistema. Allo stesso tempo si analizzano sia la forza che viene dalla punta del gomito, sia il cosiddetto 'gomito immobile'.

In una fase di studio approfondito viene posta l'enfasi sull'angolo di taglio di tutte le tecniche, con uno studio dettagliato delle direzioni della forza. Proprio in questo momento viene analizzato il principio “Una mano si prende cura di due” e si accenna la fase di coordinazione tra le braccia e le gambe.

Una cosa che spesso passa sotto silenzio è questa: la Siu Nim Tau di SiJo Leung Ting è costruita e contiene ciò che si trova nello studio dei coltelli a farfalla (nella forma Bart Cham Dao). Possiamo pensare a questa similitudine: il gomito è l'impugnatura del coltello, l'avambraccio corrisponde alla lama e la mano è la punta. Quando si lavora con un'arma corta non muoviamo quasi mai l'impugnatura, ma usiamo la lama e la punta per intercettare, deviare, tagliare o colpire.

Tutto questo per dire che il gomito è la barriera solida, parzialmente immobile, mentre l'avambraccio è la barriera mobile, elastica, che assorbe e 'rimbalza'. Ecco perché nella mia Scuola insisto molto sull'utilizzo del gomito in tutte le tecniche. La forza viene dal gomito, questo è basilare quanto filosofico. Possiamo pensare ad un tergicristallo: fermo alla base (il gomito), si muove solo l'asticella (l'avambraccio e la mano). Questo ci permette di avere il controllo, con un buon uso dei dorsali e della catena cinetica posteriore, muovendoci il meno possibile.

mercoledì 27 maggio 2009

Liberati della forza del tuo avversario I

Se la nostra forza è una sorta di materia che dall'interno viene proiettata all'esterno, la forza dell'avversario tende a compiere l'inverso, a entrare in noi, nella nostra colonna vertebrale, nel nostro centro. Dunque, queste due forze vanno in direzioni opposte, la mia da dentro a fuori, l'altra da fuori a dentro.
Per liberare intendiamo "evitare che questa sia dentro l'organismo"; sarà quindi necessario impedire l'ingresso della forza dell'avversario senza smettere di proiettare la propria (per non violare il primo principio della forza). Tuttavia, se le due forze si incontrassero in modo frontale difficilmente potremmo applicare il primo principio: è come se una persona volesse uscire da una stanza e l'altra volesse entrare; se entrambe cercassero di farlo contemporaneamente e in modo frontale probabilmente nessuno dei due riuscirebbe nel suo intento, continuerebbero solo a spingersi, utilizzando la forza grezza - che noi vogliamo quantomeno raffinare -. Quindi è necessario che la forza dell'avversario non entri senza che ciò sia conseguenza di uno scontro frontale tra le forze.
Le possibilità quindi sono due:
1. La forza dell'avversario non entra, ma non incontra la mia forza (creo il vuoto);
2. La forza dell'avversario non entra, incontra la mia forza, proiettata all'esterno con un angolo diverso da quello dell'attacco.
L'esistenza stessa del terzo principio ("se la forza dell'avversario è maggiore, cedi") lascia presupporre che l'incontro possa benissimo avere luogo, dunque sono entrambe possibili. La prima ipotesi si verificherà quando il mio corpo non sarà allineato rispetto alla forza dell'avversario (vedi il footwork), mentre la seconda quando si riuscirà a deflettere la forza dell'avversario proiettando la propria con un angolo diverso, senza che le due si scontrino frontalmente (vedi il cuneo o la piramide e le tecniche yang).
"Liberati della forza del tuo avversario" per me significa non rimanere schiacciato, non andare ad applicare la forza contro la forza, ma usare la propria dove non c'è quella dell'avversario, cercando, ovviamente, di trovare un varco. Liberarsi della propria forza però, come abbiamo già detto giorni fa, non significa essere "mosci" o cedevoli in ogni caso. La liberazione deve avvenire attraverso principi e concetti precisi. Un conto è liberarsene non curandosi troppo di che fine fa questa forza, un altro è liberarsene mantenendo un controllo e riuscendo ad utilizzarla a nostro vantaggio.
Per alcuni il principio di cui stiamo parlando significa "portar fuori" l'energia dell'avversario, mentre per altri vuol dire "non essere davanti all'avversario". Molti descrivono il Chi Sao come una tecnica attraverso la quale il più abile dei due crea il vuoto sulla spinta dell'avversario, una sorta di "smaterializzazione" prima dell'attacco... Angoli ben disposti e pressioni ben ripartite conducono "fuori" la forza dell'avversario. Il problema è che il nostro livello di conoscenza e di applicazione spesso non è adeguato e crea appigli cui l'avversario tende ad attaccarsi, lasciando il modo di trovare un varco nella nostra sfera.
In alcuni lineage si ritiene che per liberarsi della forza avversaria sia necessaria una rotazione completa del busto - vecchi ricordi... -, cosa che permetterebbe l'uscita della forza avversaria dalla linea verticale (e, di conseguenza, dalla linea centrale). Ebbene, alla luce della mia esperienza, non posso che "mettere da parte" - uso un'eufemismo - questa teoria, che tanti danni ha provocato nella stabilità dei praticanti, che eseguivano la rotazione di 90° senza alcun radicamento al suolo. Ruotare il busto su una sola gamba, se non in casi eccezionali e con i dovuti accorgimenti, equivale a lasciarsi scaraventare da chiunque conosca un minimo di concetti di pliometria!
Torniamo a noi. Nel momento in cui intendete liberarvi delle altre forze esterne, ricordatevi di non avvicinare troppo i gomiti al corpo, perché rischiate di rimanere schiacciati. Questo è un altro brutto ricordo che in molti si portano dietro, ma è anche un altro dei bagagli - o zavorra? - da buttare in mare. Significa che le braccia non devono cedere all'indietro? Ovviamente no, ma è importante che l'angolo del gomito, tra avanbraccio e bicipite (per intendersi), non superi la soglia minima dei 90°, dopo la quale solo gomitate o shock di altro tipo possono salvare la pelle.
Partiamo dal presupposto che per apprendere la meccanica dello scaricamento del peso o, meglio, per liberarsi della forza dell'avversario dobbiamo dapprima capire cosa significhi effettivamente liberarsi della propria forza e da tutte quelle reazioni istintive che portano contrazioni muscolari in una situazione dove avvengono delle sollecitazioni sulle nostre braccia o sul nostro corpo in generale. Solo dopo aver compreso il primo concetto legato alla forza possiamo capire il secondo.
Liberarsi della forza dell'avversario è un modo effettivo di concepire come sfruttare (liberandosene) le linee di forza che il nostro avversario imprime (attaccandoci) a nostro completo vantaggio. Attraverso una struttura costruita in maniera corretta, le nostre braccia riusciranno a percepire tutti i flussi e linee di forza dell'avversario, scaricando tutta l'energia avversaria verso il terreno, attraverso tutto il corpo, per poter poi contrattaccare in maniera dinamica, nel momento in cui la sua forza, da noi scaricata, è pari a zero (ribaltando quindi la situazione a nostro completo favore ed applicando il quarto principio della forza). Se posso permettermi di consigliare una cosa pratica, vi suggerisco di scaricare inizialmente la forza avversaria in diagonale rispetto al corpo: se l'attacco è verso il braccio destro, scaricate il peso (e la forza) sul tallone sinistro e viceversa per un attacco a sinistra. Tramite questo esercizio di base, potrete allenarvi a scaricare le forze in entrata. L'esercizio può esser fatto anche con spinte direttamente sul corpo o sulle braccia.
Questo principio, ci svela un'altra particolarità del sistema, quella di non opporre mai resistenza (composta da forza grezza) all'avversario. Liberarsi della forza del proprio avversario significa appropriarsi della sua stessa forza per poterla poi sfruttare a nostro vantaggio nel combattimento. La forza del nostro avversario non deve rappresentare un ostacolo per la nostra azione. Anche solo con la Siu Nim Tao siamo in grado di sviluppare i principi che ci consentono di convogliare nel nostro corpo la forza dell'avversario, di accumularla e di trasformarla in energia esplosiva nel momento in cui entriamo in azione per attaccare.
L'applicazione del principio che stiamo trattando è un importante elemento di distinzione tra i vari lineage, essendo strettamente correlato al modo con cui si assorbe l'energia avversaria. Ricevuta l'energia dell'avversario, un pugno o altro, noi utilizziamo i nostri principi e le varie strategie (Kiu Sao) per prendere il primo contatto (pugni, etc.), creando il nostro ponte (Kiu) e cercando di affossare il suo (Cham Kiu). Da qui si aprono vari scenari. Alcune volte è sufficiente scaricare il peso su un piede, altre applicare una piccola rotazione del busto, altre ancora un passo. Allontanati, in qualche modo, dal punto di pressione - "sgonfiati" -, con il baricentro abbassato ed arretrato, possiamo decidere cosa fare. Ma per oggi mi fermo qui, perché stiamo trattando il secondo principio. Per liberarsi della forza avversaria, non dobbiamo smettere di avere pressione verso chi ci attacca (punti di contatto, linee di forza, etc.), come ci spiegano tanti istruttori di altri lineage, ponendo solo "forza in avanti" - non si sa dove -. Semmai dobbiamo rimanere appiccicati al punto di contatto e dobbiamo fare in modo di non far entrare la spinta o l'attacco dell'avversario nella nostra struttura, altrimenti rischiamo di perdere l'equilibrio e, di conseguenza, di non riuscire a togliere di mezzo la sua forza. La stabilità è fondamentale, non dimentichiamocelo!

lunedì 25 maggio 2009

Liberati della tua forza II

Sicuramente l'uso del termine "liberati" presuppone l'esistenza di un vincolo, di un impedimento, di una costrizione. Forse questo vincolo è rappresentato dalla forza - se vogliamo "rozza", "rigida" e "statica" -, che impedisce il fluire dell'energia, consentendo all'avversario di "aggrapparsi" ad essa, trovando un valido appiglio nel combattimento. Probabilmente, il fatto di vivere in questo tipo di società implica anche tutta una serie di acquisizioni negative, come, per esempio, l'utilizzo della forza per la risoluzione delle contraddizioni. Liberarsi della propria forza è anche un passaggio filosofico che implica il dimenticare se stessi ovvero estraniarsi dall'azione in sé. Sicuramente avrete notato come i migliori Maestri utilizzino meno forza rispetto agli allievi, proprio perché sono arrivati a questa consapevolezza: solo la presenza di energia genera la reazione fluida e flessibile, mentre la forza, al contrario, genera staticità e discontinuità.

Per controllare l'attacco dell'avversario non dobbiamo opporre resistenza muscolare e di potenza, ma essere morbidi e sinuosi, come il serpente. Dobbiamo imparare a muoverci caso per caso, secondo la sensibilità che acquisiamo con l'allenamento, da una parte, e con la consapevolezza che la nostra forza è solo un impedimento.

La metafora dell'acqua è fondamentale per capire il concetto espresso. Una volta divenuti acqua, ogni piccola insenatura verrà riempita dalla nostra energia, non rimarrà spazio per il vuoto e, nel caso si incontri una buona struttura dell'avversario, si creerà un equilibrio stabile, ci ritroveremo a inondare i suoi difetti o ad essere ben incollati alla sua stabilità, cercando di toglierla. Non a caso "se la strada non è libera incollati al tuo avversario", recita un altro motto legato alla strategia del combattimento.

Liberarsi della propria forza significa anche far scomparire la contrazione muscolare dovuta al nervosismo, alla rabbia, allo stress della vita quotidiana. Ecco che un principio della forza può avere una lettura filosofica ed esistenziale, che ci aiuta ad abbandonare lo stato mentale di disequilbrio per proiettarci in uno stato di assorbimento, di ricezione e di percezione delle forze esterne, alle quali saremo in grado di rispondere. Un corpo rilassato segue una mente rilassata. Un corpo libero segue una mente libera.

L'ergia che si crea nella stabilità non è rigida, perché il corpo non è mai fermo. Il movimento è la chiave per la stabilità, anche se è un movimento interno. Ma ricordiamo pure che non si può essere stabili nel movimento se non se trova e non si sa essere stabili nella fase statica. Questo è un punto dirimente rispetto ad altri lineage. Se non testiamo la nostra capacità da fermi, non potremo passare ad analizzarla in movimento. Non passando per questo step, rischiamo di creare movimenti senza stabilità, ricercando solo la velocità di spostamento - esterno -, non dando spazio alla ricerca della stabilità posturale - interno -.

Nel fare Chi Sao, per esempio, bisogna mantenere sempre l'equilibrio generale, dato dalla distribuzione del peso, dall'angolazione, dalla posizione degli arti, dalle pressioni, etc. L'equilibrio generale deve mantenersi per tutta la durata dei movimenti. Però, fateci caso, il Chi Sao viene utilizzato nel momento in cui l'allievo ha preso coscienza della stabilità, perché senza questa, non sarebbe possibile durare un secondo di fronte ad un'altra persona. Ecco perché ne facciamo il cardine dello studio dei primi anni di apprendimento!

Andiamo ad analizzare lo scaricamento a terra della forza.

Partiamo dal presupposto che un corpo scarica naturalmente la forza a terra, sia che si muova sia che stia fermo, perchè è la struttura del corpo che porta le forze a scaricarsi - vedi i discorsi intorno alla colonna vertebrale fatti in altri articoli -. Nel momento in cui si rivolge la propria forza all'avversario (ad esempio "assorbendo" con un braccio e colpendo con l'altro) si scarica forza a terra, perché il movimento rotatorio può avvenire solo se c'è una buona stabilità. Lo scaricare a terra ha proprio il senso del radicamento, di cui abbiamo già parlato. Il radicamento è la sensazione di essere in equilibrio che si prova quando si assorbe la forza avversaria o quando si crea stabilità in assenza di forze (visibili).

Nel momento in cui impariamo a scaricare a terra l'energia entrante, grazie all'utilizzo delle corrette angolazioni, al cambio di peso su una gamba o sull'altra, al sistema osseo, articolare e tendineo-muscolare, ecco che possiamo accedere agli esercizi in movimento dedicati al combattimento. Non sto qui a spiegare come ci si libera della propria forza attraverso l'uso delle componenti appena descritte, ma vorrei solo richiamare alla mente il fatto che ogni esercizio posturale serve proprio a questo, ad imparare a liberarsi delle tensioni muscolari e della propria forza in generale, donando a terra ciò che non occorre. Vedremo successivamente come donare al cielo ciò che riprendiamo da terra.

Questo principio, in sostanza, è fondamentale, poiché solo attraverso lo sviluppo di esso è possibile rendere applicabili i tre principi successivi. Liberarsi della propria forza significa fare in modo che essa non rappresenti un ostacolo tra noi e il nostro avversario. Diventa fondamentale rendere la propria muscolatura flessibile e rilassata, in modo tale da sviluppare un'energia tale da essere paragonabile a quella di un'onda d'acqua. Tutto questo è possibile svilupparlo attraverso lo studio e la pratica della prima forma Siu Nim Tao, per iniziare.

Parte precedente

domenica 24 maggio 2009

Liberati della tua forza I

"Liberati della tua forza" risulta essere una delle armi vincenti per affrontare il Chi Sao ("mani appiccicose", uno degli esercizi propri dello stile), ma non solo. Approfondiamo l'argomento.

Anzitutto, partiamo dalla considerazione che
l'energia non è la forza. L'energia è un concetto interiore che si può esprimere esteriormente anche senza l'utilizzo della forza, anzi, spesso e volentieri è proprio l'assenza di forza a donare l'energia necessaria e sufficiente per affrontare un combattimento. Quando costruiamo un ponte (Kiu) tra noi e l'avversario, creiamo una pressione energetica. Quando la forza prende il sopravvento sulla pressione si dà uno stimolo all'avversario, che avrà maggiori possibilità di liberarsi di noi e della nostra forza. Ecco perché bisogna sempre togliere la forza durante il contatto, ma creare la giusta tensione tendinea e muscolare, che ci permetta di controllare e gestire sia il nostro equilibrio, sia le forze avversarie in entrata.

Ora, in molti si chiedono se il punto di contatto-pressione debba essere quello in cui si concentra l'energia. La risposta ovvia dovrebbe essere "assolutamente sì, in assenza di forza", ma risulterebbe di difficile comprensione. Ecco, allora, che dobbiamo analizzare la questione senza frasi fatte, per permettere la comprensione di questo principio di straordinaria importanza.
Liberarsi della propria forza signica non dare stimoli all'avversario, creare il vuoto. Nel punto di contatto deve concentrarsi l'energia, cioè l'attenzione interna del praticante, non certo la forza. Contrapporre forza a forza equivale ad escludere la possibilità di azione da entrambe le parti. Allora, come si reagisce ad uno stimolo su un punto di contatto? Si elimina la forza, si crea un equilibrio di energia, si risponde con un attacco Yang o con un attacco Yin - avete letto bene, un attacco Yin! - e poi si ritorna in una posizione di equilibrio.

Liberarsi della forza non signifa essere debole o "svuotarsi" (quante volte l'avremo sentita questa parola?!) ad ogni attacco, come viene mal interpretato altrove, ma, più correttamente, impedire alla propria forza muscolare di bloccare la fluidità dell'energia, convigliandola in un solo punto. Ecco, questo mi sembra importante da sottolineare. Ciò significa che la forza va utilizzata nella giusta maniera ovvero attraverso linee di forza poste su angoli specifici, ma all'interno di un lavoro posturale, alla ricerca dell'equilibrio, della stabilità e dell'elasticità del movimento, altrimenti sarebbe inutile praticare la nostra stupenda arte marziale.

Credo che questo principio di cui parliamo sin dai primi giorni nella palestre sia importante per sottolineare il concetto di "fluire", di "fluidità", di "armonia". Ricordiamoci sempre che il nostro obiettivo è quello di diventare "acqua", la sostanza che scorre dolcemente o impetuosamente, con la sua carica esplosiva e devastante, sia nella sua componente, la goccia (che scava la roccia), sia nella sua interezza, che distrugge e travolge.

Non dobbiamo permettere che le nostre reazioni istintive e piene di forza ci facciano bloccare. È p
ur vero che dobbiamo usare i muscoli, ma in modo adeguato, verso delle direzioni e delle linee di forza ben precise, che ci rendano in grado di cambiare le stesse linee, mantenendo la pressione costante, evitando i buchi, tenendo vivi i ponti che abbiamo instaurato ed affondando quelli costruiti dall'avversario. Solo in questo modo possiamo fluire. Ecco perché utilizziamo in maniera preponderante la catena muscolare posteriore dei dorsali, dei tricipiti e degli stabilizzatori della spalla, con particolare attenzione a non utilizzare eccessivamente bicipiti, pettorali e spalle. Ora, però, è anche importante liberarci dalla teoria troppo "muscolare", perché rischia di essere controproducente per il praticante. Non vi fossilizzate mai su un muscolo o su un altro. Abbiate una visione olistica, totale, del corpo.

Approfondiamo un momento la questione legata alla forza, alla pressione e alla sensibilità. Partiamo dal presupposto che, secondo la mia esperienza, solo durante lo studio del
Chi Sao si comprende, si affina e si percepisce realmente ed adeguatamente. Nel Chi Sao possiamo approfondire il significato di forza, pressione, stabilità e sensibilità, morbidezza e flessibilità.

Con il termine forza (Li) io intendo l'utilizzo della muscolatura, che permette di sviluppare l'esplosività verso l'avversario, appena si presenta l'occasione, ovvero la quantità di energia sprigionata con un colpo. Ovviamente la forza è allenabile oltre l'Arte in sé, anche mediante l'utilizzo di pesi, esercizi fisici e mirati alla crescita muscolare. Molti ritengono errato usare il termine "forza", perché pensano che la potenza dei colpi debba essere solo di natura tendinea. Io, invece, penso che la muscolatura debba essere usata nella giusta misura: la forza deve essere il risultato della tensione dinamica della muscolatura che viene liberata quando scompare l'ostacolo, oppure quando prendiamo un angolo favorevole. La tensione è indotta in parte da noi (la pressione), in parte dall'avversario, che con il suo attacco carica le nostre "molle". Solo col movimento del corpo si può formare un attacco completo e non solo di natura muscolare.

Con
pressione, invece, intendo l'energia costante sviluppata verso l'avversario, che permette di rimanere in equilibrio e di sbilanciare chi abbiamo davanti. La pressione non utilizza movimenti muscolari di potenza, ma con il solo fluire dell'energia sprigionata dalla corretta postura e dal giusto utilizzo della colonna vertebrale - nonché dall'allungamento tendineo -, aiutandosi con il corretto uso degli angoli di attacco, permette di mantenere una costante energia, che crea un'aurea intorno al praticante, come se fosse immerso in una sfera. La pressione nasce spesso dal corretto utilizzo del gomito e dell'incastro dell'articolazione scapolo-omerale, ma non solo. Non complico ulteriormente il punto, altrimenti rischiamo di entrare in un campo minato.

Con
sensibilità, infine, intendo la capacità di sviluppare una risposta fluida e flessibile agli impulsi emanati dall'avversario, senza mai lasciar da parte gli altri due concetti di forza e pressione. Probabilmente il concetto di sensibilità è quello più frainteso (o dibattuto, dipende dai punti di vista) dai praticanti di Wing Chun di tutti i lineage. Secondo me non deve esistere una sensibilità consapevole. La nostra azione non deve essere il risultato di un processo logico (input-elaborazione-output), ma il frutto di reazioni spontanee di una struttura muscolo-scheletrica abituata ad operare secondo certi principi. Per non appesantire troppo la questione, diciamo che la sensibilità non deve essere un "programma" (processo logico) che gira nel nostro computer (cervello), bensì il "sistema operativo" (struttura). Ad ogni modo credo che l'idea di sensibilità epidermica sia una conclusione cui si è arrivati per cercar di far capire il concetto ai giovani praticanti Wing Chun, ma che li abbia portati ad un erroe grossolano. In breve, ritengo che la sensibilità "a pelle" sia una sciocchezza: come conferma, vi chiedo di provare a fare Chi Sao con le braccia bagnate dal sudore. Lì scompare ogni capacità semplicemente tattile ed entrano in gioco solo le capacità del vostro sistema. Bisogna capire quello che avviene 'ascoltando' l'aumento o la diminuzione delle tensioni muscolari e, in base ai cambiamenti, avere la capacità di lavorare sugli angoli di attacco, modificando le articolazioni in maniera corretta. Dal duro - non rigido -, spesso, nasce il morbido - non debole -. Da qui, un principio che non tratto qui, ora.

Continua...