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martedì 15 giugno 2010

Prima sezione di Chi Sau della Chum Kiu - Seconda parte

Nel novembre scorso iniziai a parlare della prima sezione di Chi Sau della Chum Kiu. Ricordo che si tratta di una specie di forma che si esegue in coppia, se vogliamo, in cui entrambe le persone allenano determinati stimoli e determinate risposte propriocettive, come avviene in quasi tutte le famiglie di questo sistema.

Ogni pezzetto di sezione si ritrova nei contesti meno collaborativi, quando non riusciamo a sbloccare una situazione. In altri lineage si parla di 'rotture' del Chi Sau e penso che possiamo assolutamente concordare con i fratelli di queste Scuole, perché le sezioni ci aiutano a sbloccare una situazione di stallo, che si crea quando c'è equilibrio di forza e tecnica nel Poon Sau.

Come scrissi mesi fa, "le sezioni sono molto utili perché ci insegnano determinati principi motori, che possono esserci d'aiuto durante la pratica. Certamente vanno allenate duramente e non solo come movimenti prestabiliti. Ne vanno compresi i principi e le idee di fondo. Va studiato tutto il footwork che permette di attaccare e difendersi. Il lavoro è tanto e va fatto tenendo sempre bene a mente i concetti chiave del sistema".

SiJo Leung Ting iniziò a progettare e suddividere le sezioni in temi di lavoro nel 1967 o giù di lì, per avere un programma tecnico completo, che fosse riproducibile in tutte le sue Scuole del mondo. Creò una specie di manuale per gli istruttori, tanto per capirci. 

Ora, la prima sezione è molto probabilmente una delle più complesse, attraverso la quale si apprendono i 21 movimenti fondamentali (Fook, Taan, Bong, Jut, Dai Cheung, Cham, Chung Kuen, Pak, Lap, Gwat, Kam Na, Huen Got, etc.) , per un praticante di Wing Chun Kuen, con i quali si è in grado di allenarsi anche nel Lat Sau, cioè quando si perde il contatto con l'avversario - o quando non lo si trova -.

Nello studio della sezione non dobbiamo mai dimenticare i motti che ci accompagnano nel combattimento: "mai lanciare un pugno singolo nel combattimento" e il solito Bik Bo Tip Da. Nel momento in cui si studia la fase del Lap Kuen - che alcuni chiama(va)no Jat Chi (?!?!) - è importantissimo allenare i passi del nostro sistema, perché le sole difese di braccia funzionano solo nel film su Ip Man, non certo nella realtà... 

Quando si allenano le sezioni è importante comprenderne la natura, cioè su cosa ci si sta focalizzando. Per farlo, dobbiamo analizzarne il senso nella realtà. Spesso, quello che si fa nel Gor Sau (nel Chi Sau libero) non è così attinente con quanto avviene in uno scontro realte. Siamo noi che dobbiamo trovare il senso di quello che facciamo, riportandolo all'uso comune che se ne fa nel Lat Sau, per esempio, quando il contatto non c'è con l'avversario. 

Spesso e volentieri le rotture del Chi Sau si usano nella fase di 'finta' del precombattimento. Difficile spiegarlo qui, ma è una delle cose importanti che tralasciamo nella pratica. Così come tutti gli altri artisti marziali, anche noi 'fintiamo' un attacco per portarne un altro. Si tratta di strategia, nient'altro che di strategia.

Ci tengo a consigliare ai miei ragazzi di controllare sempre il centro, in attacco come in difesa, perché lì sta il 'segreto' del nostro lavoro. Soprattutto, poi, è necessario un corretto posizionamento rispetto all'avversario. Troppo spesso nel Wing Chun si è sentito di parlare di struttura e di postura, rispetto alla completa assenza di analisi della posizione. Io sono assolutamente convinto che senza una buona postura non si vada da alcuna parte, ma altrettanto dicasi per l'assenza di studio delle posizioni rispetto all'attaccante. Attraverso un buon uso dell'anca per un corretto movimento delle gambe possiamo trovare la miglior posizione rispetto all'avversario. Questa cosa, soprattutto nelle sezioni, viene spesso dimenticata. Facciamo attenzione.

domenica 6 settembre 2009

Wing Chun: stile interno, esterno o...?

Vorrei introdurre la diàtriba sul nostro stile, se esso sia "interno" o "esterno", visto che in molti se lo chiedono e me lo chiedono. Per fare una prima divisione netta, tagliata con l'accetta e per questo forse poco utile al caso, possiamo considerare come "esterni" gli stili che basano la loro efficacia sull'uso dell'energia biomeccanica, mentre "interni" sarebbero gli stili che basano tutto sull'energia interna, il Chi in cinese.

A scanso di equivoci, voglio subito fugare un possibile abbaglio. Il Chi - "energia interna" - e il Chi - "appiccicoso" - di Chi Sao hanno due ideogrammi diversi. L'ideogramma che compone il termine "Chi Sao", ovviamente, non è l'ideogramma che sta per "appiccicoso"... Ovvio che poi in ogni tecnica dovrebbe essere presente il Chi inteso come energia interna. Ma, mi raccomando, non confondete i due termini traslitterati Chi.

C'è chi nel tempo ha maturato il proprio stile come interno e chi lo ha maturato come esterno. Alcuni hanno sviluppato la componente esterna, tecnico e biomeccanica. Altri hanno lavorato su quanto è relativo al cosiddetto "soffio vitale" o Chi.

Quando incontrai per la prima volta Sergio Iadarola, notai una nuova forma d'energia, rispetto ai miei studi precedenti. Le braccia vibravano, le gambe pure, nonché la colonna vertebrale. Un vero portento. Io non so dirvi se fosse un'energia interna o se fosse uno sviluppo di tensioni tendinee, ma mi fece una certa impressione...così come me ne fece Massimo Fiorentini, all'epoca suo allievo diretto e caposcuola per l'Italia.

La Siu Nim Tau, per esempio, viene anche eseguita come esercizio del Chi: potrebbe essere portato come prova dello sviluppo del nostro stile come stile interno. Ma è possibile eseguirla con movimenti esclusivamente esterni, a riprova che potrebbe essere visto come estile esterno. Il fatto che molti movimenti vengano eseguiti lenti durante l'esecuzione della forma, per esmpio il terzo set, o anche che si prediliga non utilizzare la forza, rientra nei canoni degli stili interni, anche se, devo esser sincero, ci sono altri 7 set in cui i movimenti sono veloci, caratteristica dello stile esterno...

Ora, se consideriamo l'evoluzione dell'allenamento, man mano che si procede nello studio del sistema, c'è da notare che si arriva ad utilizzare inevitabilmente concetti di stili esterni, ma anche quelli degli stili interni. Come classificare, ad esempio, l'uso dell'uomo di legno, delle spade corte o del palo lungo? Mi pare innegabile che presentino caratteristiche esterne, ma anche interne.

Per farla breve, io penso che occorra andare oltre le solite visioni di interno ed esterno. Ritengo giusto andare alla radice del movimento, studiando le catene muscolari e l'estensione tendinea, nonché l'utilizzo dell'apparato osteo-scheletrico. Nel frattempo, credo sia anche necessario acquisire una buona tecnica di respirazione, che possa avvicinarci all'uso del Chi in sé. Allenare un movimento esterno è sicuramente più facile di allenare un movimento interno. Comprendere lo stesso da un punto di vista morbido, dell'annullamento dei propri impulsi (in modo da non far capire all'altro la propria intenzione) e del controllo dell'avversario è molto più complicato e richiede molto più tempo.

Vorrei ribadire un concetto essenziale: lo stile interno è quello in cui chi si allena si concentra sulle sensazioni interne dei suoi movimenti. Tutta l'attenzione è incentrata sulle sensazioni e sulla percezione dei movimenti all'avversario. Mi pare scontato dire che nel Chi Sau, per esempio, ma anche nel Lat Sau ci siano due componenti essenziali: una buona postura dovuta all'allenamento "esterno", con tutta una serie di tecniche, ma anche un'energia tutta interna, che ci permette di "sentire", cioè di prevedere il movimento dell'avversario.

Scontato dire che molto appartiene al campo della biomeccanica (come posizionare il gomito, a quale altezza colpire, quale muscolo utilizzare, etc.), ma io ci vedo anche una buona dose di concentrazione interna. Non è un caso, infatti, che il nostro Wing Chun risenta dello stato d'animo con cui lo si pratica. Fateci caso. Persone che si allenano da tempo, sebbene si mettano correttamente in postura o utilizzino la tecnica nel miglior modo possibile, non riescono a trasmettere energia nel modo adeguato. Per me la ragione è da ricercare nella mancanza di questa energia interna, di cui sto cercando di parlare, con tutte le difficoltà legate ad un blog.

Se il nostro fosse solo uno stile esterno, alleneremmo esclusivamente le tecniche, potenziandole, rendendole sempre più pulite e veloci. Io ritengo invece che sia uno stile che ha conservato entrambe gli aspetti. Non a caso, nel Chi Sau libero, oltre ad una corretta gestione posturale ed alla conocenza di tecniche, incide molto l'energia che si è in grado di esprime e la concentrazione con cui si affronta il combattimento. Fate caso allo sguardo di chi vi sta di fronte, a come si pone nel pre-combattimento... Noi alleniamo sì una posizione corretta, ma anche una sensazione corretta, ovvero una corretta sensibilità che ci possa permettere la previsione dei movimenti dell'avversario.

Un altro esempio di cui possiamo parlare, visto che è l'oggetto dei miei ultimi studi, è il pugno. Io trovo che il pugno base del Wing Chun sia interno quanto esterno. Allo stile interno appartiene legittimamente perché si dà la priorità alla muscolatura profonda, responsabile dei movimenti "automatici" - o "a molla" -, e dalla cosiddetta forza tendinea ("uate il gomito!", quante volte l'abbiamo sentito dire?). Ma appartiene di buon grado anche allo stile esterno, in quanto utilizza la massa muscolare e la catena posteriore, coinvolte in ogni singolo pugno, partendo dallo scaricamento del peso a terra (piedi) e, passando per le gambe, arriva fino ai dorsali ed al tricipite. Un inciso: l'ipertrofia del bicipite può diminuire la velocità del pugno, anche se spesso è accompagnata da una muscolatura antagonista adeguata; cercate di non utilizzare i muscoli agonisti (bicipite-spalla-pettorale), chiusa parentesi.

Se riflettiamo sull'essenza del lavoro energetico interno, notiamo come esso sia fondamentale per un corretto lavoro esterno, ragion per cui, a mio modesto parere, il Wing Chun debba essere considerato uno stile completo, per il suo esaltare sia caratteristiche interne che esterne. Tra le attività interne che hanno rilevanza su quelle esterne, posso annoverare: la regolarizzazione della respirazione, un particolare atteggiamento mentale calmo e sicuro di sé, la flessibilità dei movimenti, etc.

Andiamo ancora un po' più a fondo nello specifico. Sapete che abbiamo otto elementi di sviluppo interno ed esterno, nel nostro principio. Sono degli step, dei passaggi obbligati, dei percorsi che ogni praticante di Wing Chun deve seguire. Quattro riguardano lo sviluppo esterno, quattro quello interno. In questo caso per "esterno" si intende ciò che è fisicamente visibile, tecnico. Per "interno" si intende ciò che non è fisico o tecnico, ma mentale, interiore, invisibile. In questo concetto è contemplato il Chi.

I quattro elementi dello sviluppo esterno sono tecnica, potenza, timing, angolazione. Il primo elemento che un praticante dovrebbe studiare è la tecnica, come semplice gesto atletico. La tecnica da sola però non è efficace in combattimento. Serve un altro elemento, che però può essere aggiunto solo se il gesto tecnico è corretto. Una volta acquisito il gesto tecnico si può prendere in esame il secondo elemento: la tecnica può essere supportata da forza/energia/potenza che dir si voglia. Tecnica e potenza però ancora non bastano per rendere efficace il gesto. Serve il terzo elemento, che può essere preso in esame solo dopo che gli altri 2 sono stati acquisiti: il timing.

Se io faccio la tecnica giusta, con la giusta potenza, ma sbaglio il tempo, ciò sarà inefficace ai fini del combattimento. Ma ancora non basta. A chiudere tutto c'è il quarto elemento: la giusta angolazione (intesa nel senso più ampio del termine). Se faccio la tecnica giusta, con la giusta potenza, il giusto timing, ma sbaglio gli angoli, non sarò "efficace" (e per efficacia non intendo "andare al bersaglio", ma rispettare i principi del sistema). Però ora accade qualcosa di strano: se faccio la tecnica, con la giusta potenza, il giusto timing e la giusta angolazione, migliorerò anche la tecnica (e il cerchio si chiude), che mi porterà ad usare meglio la potenza, etc.

Gli elementi interni, invece, non sono "fisicamente" visibili all'esterno, ma vanno ad agire sulla sfera mentale/emozionale del praticante. Essi sono: vuoto, immobilità, radicamento, flessibilità. Il primo elemento è il vuoto mentale, che, però, serve ai fini dello studio del vuoto fisico (ecco che tutto torna): fondamentale! Noi siamo come delle lavagne su cui vorremmo scrivere durante la pratica. Se la lavagna è già piena (paure, pensieri, lavoro, ragazze, etc.), lo spazio su cui scrivere è poco.

Come prima cosa, dobbiamo quindi ripulire il più possibile la nostra "lavagna". Solo se siamo vuoti, possiamo passare al secondo elemento, l'immobilità. Per riuscire a stare perfettamente immobili, bisogna per forza di cose essere calmi. Riuscireste a far star ferma una persona in uno stato di panico o di ira? L'immobilità è la chiave che conduce al terzo elemento: il radicamento. Il radicamento ci è utile per migliorare il nostro equilibrio e, specialmente, a rendere più profonda la nostra respirazione. Avete mai notato come cambia la vostra respirazione in base al vostro stato d'animo? Il radicamento potrebbe essere anche tradotto come "affondamento", ma non so se potrebbe rendere l'idea nella stessa maniera.

Detto questo, per "radicamento" bisogna intendere l'intenzione mentale di portare tutto verso il basso. Mi risulta difficile spiegare questa sensazione, cui si arriva dopo anni di pratica. Bisogna pensare che tutto dentro di noi gravi verso il basso, come insegna anche la legge di gravità - ed anche qui, ancora una volta, interno ed esterno si compenetrano -, che in basso ci sia maggior peso e che la nostra respirazione, le nostre idee, tutta la nostra mente vada verso il basso: che "affondi". Non è un caso che, per quel che riguarda l'esterno, abbiamo in mente l'idea di "affondarei gomiti", tenerli bassi, quando non vengono sollecitati. Se siamo arrivati a questo punto e siamo riusciti a svuotare la mente, siamo in grado di rimanere perfettamente immobili e radicati, possiamo avere accesso al quarto elemento: la flessibilità/elasticità. Morbidezza è un termine di difficile spiegazione e a volte "elasticità" rende meglio, ma flessibilità è il migliore, secondo me.

Forse la si dovrebbe chiamare "elasticità morbida". Non ha nulla a che fare con la morbidezza/elasticità tecnica che normalmente si studia, ma è un atteggiamento mentale, anche se, capiamoci, esso ha piena attinenza e ricaduta sulla morbidezza/elasticità fisica! Questa è la condizione che ci permette di avere una consapevolezza tale da poter leggere immediatamente la situazione e adattarsi alla stessa. Ad esempio, quante volte di fronte ad un problema difficile vi siete detti: "ok, calmiamoci" e poi avete trovato la strada giusta per risolverlo? Bene, questa è la flessibilità mentale.

Anche qui, però accade la stessa cosa dei quattro elementi esterni: se riesco ad essere vuoto, immobile, radicato ed elastico/morbido, sarò in grado di essere ancora più vuoto, che mi permetterà di raggiungere un'immobilità superiore, che aumenterà il mio radicamento, che mi farà essere ancora più elastico...e così via in un circolo virtuoso. Si può facilmente capire che gli elementi di sviuppo interno non toccano la tecnica direttamente, ma la influenzano comunque pesantemente "dall'interno", appunto, non essendo assolutamente una cosa slegata. Spero che tutti capiscano che gli elementi di sviluppo interno non si possono solo applicare all'arte marziale, ma a qualsiasi cosa, in maniera particolare al nostro stile di vita.

mercoledì 24 giugno 2009

Il nostro Chi Sao

Molti mi chiedono di spiegare ai non addetti ai lavori cosa si intende con il termine Chi Sau [黐手] ("mani/braccia appiccicose"). Cercherò di essere sintetico...

Nella nostra interpretazione, il
Chi Sau è un termine generico che rappresenta un metodo per la formazione e per l'applicazione di ciò che studiamo. Un motto molto importante del nostro lineage è il seguente:

Mo Kiu Mun Yau Kiu
Cerca di trovare o creare il ponte

Uno degli obiettivi più importanti al fine di formarsi attraverso il Chi Sau è quello di costruire il riflesso naturale e spontaneo dei praticanti tale che l'intero corpo e la mente siano in grado di mantenere uno stato rilassato ma pronto a muoversi, reagire, controllare e contrastare un attacco, con velocità e potenza, penetrando attraverso i punti deboli dell'avversario.Giustifica
Il
Chi Sau fornisce una formazione tecnica al fine di conseguire quella caratteristica propria del Wing Chun che è il flusso continuo, morbido e "appiccicoso" dell'energia. Attraverso l'esercizio si impara a seguire i movimenti dell'avversario, studiando le modalità di difesa e di contrasto degli attacchi.

Nel processo di tale formazione, si arriverà a uno stato di quiete in cui usiamo la nostra
intenzione attraverso il nostro corpo, che comprende le nostre braccia, le mani, i piedi, etc. Quando si acquisise lo status di calma, ci sentiamo parte dell'ambiente circostante ed il Qi fluisce in tutto il corpo.

Nelle Arti Marziali non studiamo metodi per attaccare le persone per primi, vale a dire non prima di esser stati attaccati. Studiamo l'uso, quando richiesto, delle nostre reazioni agli attacchi esterni. Noi ci troviamo sempre in una posizione relativamente inattiva, proprio perché non vogliamo lottare. Eppure le nostre reazioni sono comunque spontanee, perché derivano da un duro lavoro sulla molla costruita con il nostro corpo. Ecco perché nel Chi Sau utilizziamo pressioni verso la linea centrale dell'avversario, attendendo l'errore dello stesso.

Nell'esercizio del
Chi Sau abbiamo bisogno di un elevato livello di concentrazione, oltre ad una forte elasticità mentale. La differenza è molto sottile tra la concentrazione e lo stress. Dovrebbe essere una piena integrazione dello stato di preparazione fisico e mentale.

Alcuni ritengono che ci sia bisogno di non focalizzare la mente durante la pratica. Io lo ritengo fuorviante. Per qualsiasi pratica, anche solo per la formazione com'è il Chi Sau, e, ovviamente, in caso di vera e propria lotta, la mente del'individuo deve essere necessariamente concentrata: la mente ed il corpo devono essere uniti come un'unica entità.

Abbiamo bisogno di "liberare" la nostra mente dal pensiero materialistico, dai normali vincoli, lasciando fluire il nostro pensiero ed il Qi, liberamente, attraverso il nostro organismo. La nostra mente ed il nostro istinto devono portare a questo risultato: estrema rilassatezza della mente e del corpo, ma carica esplosiva di tutto l'organismo, pronto ad esplodere.

Se la nostra mente non è concentrata, il nostro Sun (lo spirito), che è il più alto livello della mente (la conoscenza, il coraggio, il Qi, la forza, etc.), si dispede e non si può sviluppare la vera potenza del nostro Chi Sau.

Per alcuni lo scopo principale della formazione attraverso il Chi Sau è quello di allenare l'intero corpo per essere addestrati ad una risposta "meccanica", cioè ad una reazione "automatica" alle azioni dell'avversario. Attraverso l'azione si avrebbe la reazione, senza passare attraverso il "processo di pensiero logico".

In questo senso si cerca di eliminare la sensazione visiva durante la pratica (occhi chiusi e bende a go go), ma spesso la vista contribuisce ad accelerare il processo di formazione del riflesso corporeo all'azione. Tuttavia, anche i non vedenti e gli ipovedenti riescono ad avere ottimi risultati con il Chi Sau, nel momento in cui riescono ad ottenere e a mantenere l'unificazione della mente e del corpo - l'unificazione di Heaven (il cielo), la mente, e di Man (l'uomo), il corpo.

Nella pratica del
Chi Sau si rischia di venir colpiti, se si inizia a pensare a cosa bisogna fare. Il lavoro con il compagno dovrebbe essere un processo continuo e la risposta dovrebbe essere alimentata immediatamente dalla mente. Ad ogni azione si dovrebbe determinare il successivo comando e il corpo si dovrebbe preparare per ulteriori azioni di adeguamento. Il contatto visivo sarà solo un ulteriore processo di raccolta di informazioni per consentire all'organismo di reagire meglio.

Nel corpo umano gli occhi sono uno dei migliori sensori per l'apprendimento. Migliorano il livello di capacità di rilevamento di altri sensori, che comprendono ogni centimetro delle nostre mani, delle braccia, del corpo, etc. Attraverso il Chi Sau si aumenta la capacità di rilevamento del corpo, di agire e reagire, sia in entrata che in uscita (mente e corpo) e non ci si occupa solo di colpire o di picchiare duro.

giovedì 18 giugno 2009

Il concetto di "pressione" 2

Riprendiamo il discorso sulla pressione.

Va detto che non si può seguire automaticamente il movimento di un avversario senza pressione. Chi dice il contrario (pressione zero) ci spiegherà pure come si può controllare un pugno a 100 km/h... A me hanno sempre indotto parecchio sospetto le persone che mi hanno parlato delle fantastiche capacità epidermiche. Non so se sia capitato anche a voi, ma a me fu insegnato che il contatto stesso con la pelle dell'avversario (pressione zero) avrebbe dovuto impormi un movimento indotto del braccio o della gamba, in assorbimento. Non me ne parlate più perché questa cosa m'ha sempre fatto imbestialire!

Torniamo alla nostra teoria. Ogni ponte (Kiu) costruito rispetto all'avversario deve avere pressione, altrimenti sarebbe come pensare la ponte di Brooklin senza tiranti. Verrebbe giù in un nanosecondo. La stessa cosa accade alle nostre braccia ed alle nostre gambe quando sono prive di pressione verso l'avverario.

La pressione è uno degli argomenti che mi hanno dannato la vita durante tutta la mia permanenza in una vecchia federazione. Sono passato attraverso Scuole dove il solo fatto di toccare leggermente le braccia dell'avversario era un'eresia a Scuole dove se non ti attaccaccavi sulle braccia con tutto il peso del corpo non era considerato giusto.

Quando utilizzavo il primo tipo di pressione (zero) le cose funzionavano finché l'avversario non metteva un pizzico di pressione più di me. A quel punto non riuscivo più a controllare un vero attacco e se ci riuscivo non era grazie alle tecniche, ma alla fortuna... Era impossibile tirare un pugno realemte efficace.

Quando sono passato ad utilizzare pressioni veramente alte, le cose sono andate meglio, ma non nella maniera sperata. Quando mi son trovato davanti a persone tecnicamente più preparate, non c'è stato verso di lavorare bene, perché venivo sempre attaccato. Dove stava, allora, il fulcro del problema? Come è possibbile che modalità differenti portino ad uno stesso risultato fallimentare?

La risposta è nel controllo. Se la pressione (leggera o pesante che sia) non è controllata, canalizzata ed indirizzata verso il punto in cui decidiamo che debba andare, non si otterrà mai una risposta efficace agli attacchi altrui. La capacità di canalizzare la nostra pressione è data dalla precisione dell'esecuzione della tecnica, ma, soprattutto, dall'elevata capacità di gestire il nostro corpo, il nostro equilibrio, la nostra struttura.

Quando si lavora sul Chi Sao, per esempio, bisogna porre attenzione sulla precisione tecnica, perché gli angoli giusti permettono di raggiungere i risultati sperati. Con pochissima forza si può sviluppare una pressione notevole, poiché viente interamente sfuttata e canalizzata nel modo corretto. Si è sempre constantemente rilassati, nonostante l'utilizzo di grande quantità di pressione, in quanto questa forza non viene intrappolata negli arti, ma indirizzata interamente sull'avversario e, più in generale, nelle sei direzioni.

Durante il lavoro sul Chi Sao è necessario avere molta cura di separare zone del corpo (da qui il bisogno di avere una elevata capacità di gestione della struttura). Alcune zone devono essere assolutamente rilassate senza la benchè minima contrazione (un corpo contratto è facilmente sbilanciabile quanto uno "morbido", che, detto tra noi, non significa rilassato). Questo tipo di zone si alternano tra loro (quella che in un determinato movimento ha maggiore pressione può diventare priva di pressione in un momento successivo).

Ogni forma focalizza l'attenzione su una o più zone del corpo. In ogni movimento, quindi, si studia come mettere pressione, pur mantenendo un controllo olistico di tutto il corpo. Fare attenzione a questi dettagli costituisce un cardine del nostro sistema.